Cosa ci dice il budget militare di Trump sulla strategia USA

(Al Seib, Los Angeles Times )
Trump ha promesso un aumento del budget militare statunitense di 54 miliardi di dollari, da spendere soprattutto in materiali, armamenti e nuove flotte. Qual è la strategia dietro l’aumento del budget militare Usa e quali conclusioni possiamo trarre dalla sua eventuale implementazione?

Nelle scorse settimane si è parlato molto dell’aumento nel budget del Pentagono per l’anno fiscale 2018 da parte dell’Amministrazione guidata da Donald Trump, anche se forse non ci si è soffermati abbastanza nel commentare la strategia sottesa alle proposte del Presidente Usa. Non parleremo qui di numeri, ma del senso delle proposte avanzate da Trump e delle conseguenze che tali proposte potrebbero avere sulla strategia americana nel mondo. Nel caso però siate affezionati di numeri, vi segnaliamo due articoli molto ben fatti: il primo del New York Times, il secondo di Nbc News.

Il Presidente Trump durante la campagna elettorale ha più volte sottolineato come le Forze Armate degli Stati Uniti necessitassero di una revisione, o meglio, di una “ricostruzione“, dato che nella sua definizione esse sarebbero divenute nell’era Obama una “hollow force”, ossia una cosiddetta “forza svuotata” non in grado di combattere conflitti e vincerli.

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Giovani dell’Università militare di Baltimora, nel dicembre 2016 – credits: Patrick Semansky/AP

In alcune dichiarazioni rilasciate piuttosto recentemente, Trump stesso ha ricordato come durante la sua giovinezza il Paese registrasse solamente vittorie (citando infatti i casi della Seconda Guerra Mondiale e della Corea, omettendo il Vietnam), mentre oggi il popolo statunitense, se interrogato, non potrebbe affermare la medesima realtà. Qui il riferimento agli interventi maggiori degli anni 2000 (iniziati dalll’Amministrazione Bush, come Afghanistan e Iraq) sono piuttosto chiari.

Nella logica di Trump la sola spiegazione di tali eventi risiederebbe nella scarsa preparazione, dotazione di mezzi e volontà d’impiego dell’hard power da parte del suo predecessore. Si ricordi che una delle più interessanti affermazioni che egli rilasciò nei mesi scorsi fu che la sua capacità di condurre un’efficace campagna militare per sconfiggere ISIS fosse superiore a quella dei generali effettivamente impegnati sul terreno.

Cosa pensa Trump

Tuttavia, nonostante l’apparente e avventata enfasi sulla propria conoscenza della materia militare, alcuni analisti fanno notare come, in realtà, il ragionamento che guida la strategia apparente di Trump sia più prossima a quello che poteva riguardare una rivalità tra nemici Nell’Ottocento, piuttosto che ad un ragionamento adatto al XXI Secolo.

Tali affermazioni trovano riscontro nel desiderio di impiegare i fondi richiesti al Congresso per acquistare nuovo hardware, ossia più navi e aerei, oltre ad aumentare le dimensioni del Corpo dei Marines e dell’Esercito; la questione quindi sembra ruotare attorno alla taglia numerica e quantitativa dei diversi servizi armati e degli strumenti a loro disposizione, piuttosto che ad un aggiornamento qualitativo degli stessi.

Per rendere maggiormente chiaro il discorso basti pensare che il progetto dichiarato da Trump sarebbe arrivare ad avere una Marina composta da 350 navi (oggi sono 275), senza precisare tuttavia in quale orizzonte temporale. Pur tenendo conto che per ragioni operative scendere sotto una certa quota non è chiaramente consigliabile, va fatto notare come la logica numerica sia sempre stata una della classiche metriche di confronto adottate dalle Grandi potenze dell’Ottocento e del Novecento. Fatto intrinseco alla guerra tra stati e alle necessità di godere di un numero maggiore di mezzi in caso di conflitto diretto e totale con i concorrenti regionali e/o globali.

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Il mondo contemporaneo

Nell’anno 2017, però, le guerre non sono più condotte con le medesime metodologie dei secoli passati, ma soggiacciono a ragioni e modalità molto differenti. Ciò significa che i tipi di risposta, le tattiche e le strategie non potranno essere le medesime a quelle che hanno coinvolto le Grandi potenze nelle guerre dei decenni scorsi.

Se si volesse cavillare ulteriormente le affermazioni del Presidente, si potrebbe anche sostenere come nemmeno le guerre ricordate come fulgidi esempi di conflitto terminato con una “chiara vittoria” in realtà furono pienamente tali. Ad esempio, nella Guerra di Corea di inizio anni Cinquanta la conclusione fu uno stallo, tanto che tra Corea del Sud e Corea del Nord, come ben sappiamo, non si è mai giunti ad un trattato di pace, ma solo ad un armistizio, spesso violato. Oggi ci sono circa 28mila unità a stelle e strisce stanziate in Corea del Sud a garantire che le ostilità non riprendano.

Anche la Seconda Guerra Mondiale si concluse con la disfatta del nemico tedesco e giapponese, ma la situazione sul terreno e nell’arena politica condusse a circa 40 anni di guerra ideologica tra il blocco sovietico e quello statunitense. Peraltro, l’anno scorso sono ricominciati i colloqui di pace tra Giappone e Federazione Russa, tecnicamente ancora in guerra. E questo al netto della Guerra del Vietnam, che sicuramente non fu tra le vittorie annoverabili nel palmarès statunitense: già negli anni Sessanta e Settanta la forma della guerra stava mutando.

Queste conclusioni che portano a sostenere? Semplicemente che i conflitti, in assenza di una strategia politica adeguata al contesto, difficilmente danno come risultato una vittoria “netta”, oltre al fatto che anche in presenza di una vittoria, il risultato ottenuto potrebbe non essere l’obiettivo che ci si era posti.

Infografiche del New York Times

Di questo sono ben consci ovviamente gli stessi ufficiali superiori che il Presidente ha irriso durante le sue sortite propagandistiche, nonostante poi si sia ampiamente appoggiato ad alcune di tali figure al momento della selezione per gli incarichi di maggior peso all’interno dell’Amministrazione (James Mattis, H. R. McMaster, John Kelly, eccetera).

Le élite militari, per formazione teorica e pratica, anche per via delle lesson learned ricavate dai conflitti svoltisi nel Grande Medio Oriente, comprendono perfettamente come il cosiddetto hard power di cui gli Stati Uniti dispongono non possa assolutamente disaccoppiarsi dal soft power, ovverosia da tutti quei mezzi non coercitivi che vengono impiegati per negoziare e/o diffondere la propria influenza politica.

Riguardo questo punto, non a caso, va citata la lettera firmata da numerosi Generali e Ammiragli in congedo domandante al Congresso di rivedere il budget richiesto da Trump, nel quale sono stati tagliati numerosi fondi da allocarsi a programmi d’aiuto (alimentari e di cooperazione in generale) oltreché ad Agenzie federali e addirittura al Dipartimento di Stato, che si vedrebbe diminuire le risorse del 37%. Come lo stesso ex Generale James Mattis, ora Segretario alla Difesa, affermò durante una testimonianza al Congresso qualche anno fa: “Se l’esecutivo tagliasse i fondi al Dipartimento di Stato, allora sarei costretto a comprare più munizioni”.

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Il Segretario alla Difesa, l’ex Generale James Mattis, a Kandahar, in Afghanistan, nel 2001 – credits: AP photo
Strategie a confronto

Ulteriore punto da portare all’attenzione attiene agli obiettivi che il Presidente vorrebbe raggiungere. Nel periodo pre-elettorale spesso si è parlato dell’eliminazione di ISIS e della sua eradicazione dai territori di Siria e Iraq; il problema primario che emerge anche dalle successive prese di posizione sembra essere l’assunto che il fenomeno terroristico sia un’emergenza di breve termine. Nella logica di questo fallace ragionamento si sottende l’idea secondo cui, quando i territori di Mosul e Raqqa saranno riportati sotto il controllo del governo iracheno o delle milizie curdo-arabe, la missione sarà terminata, così da permettere all’Amministrazione Trump di vantare il raggiungimento dell’obiettivo prefissato; il tutto tra l’altro in un breve lasso temporale.

Diversi esperti di sicurezza, anche all’interno dell’Amministrazione – con in primis Mattis e McMaster – hanno invero ben chiara la convinzione che una vittoria contro i movimenti terroristici richiederà un impegno ben maggiore della sconfitta “sul campo” di Isis e dei suoi derivati: gli strumenti da impiegare dovranno essere raffinati e plurimi rispetto alla sola forza bruta.

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“Se l’esecutivo tagliasse i fondi al Dipartimento di Stato, allora sarei costretto a comprare più munizioni”
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Non è un caso che nelle loro discussioni siano emerse previsioni di una lotta generazionale lunga 20-30 anni, nella quale sarà necessario l’affiancamento delle unità militari statunitensi con quelle locali ma anche un ingaggio diplomatico, culturale ed economico che agenzie e organizzazioni non correlate alla sicurezza saranno in grado di assicurare. L’idea ruota attorno non solo all’importanza di eliminare chi è già impegnato in attività terroristiche, ma anche di affrontare le cause strutturali in grado di incentivare soggetti a prendere parte a tali attività. Sostanzialmente cercare di agire sulle società al fine di drenare il bacino di potenziali reclute.

La domanda reale, in questa fase, è comprendere se Trump sarà in grado di spingersi oltre le dichiarazioni propagandistiche buone per qualche tweet e cogliere le sfumature e le complessità a cui gli Stati Uniti si trovano esposti. A questo proposito sarà necessario per Trump farsi attento ascoltatore dei suggerimenti provenienti da quei consiglieri che sanno muoversi nel mondo delle relazioni internazionali.

di Luca Bettinelli