Gli analisti guardano con preoccupazione l’evolversi della situazione politica in Uzbekistan: nel Paese c’è il rischio di una “guerra di successione” dopo la dipartita dell’uomo che per 27 anni consecutivi ha governato incontrastato nel Paese.

Era il 1989 quando Islam Karimov venne eletto alla carica di Segretario del Partito Comunista Uzbeko; da quel momento in poi sarà il leader assoluto ed incontrastato del Paese centro-asiatico. Due anni dopo l’Uzbekistan ottenne l’indipendenza da Mosca. Un dominio assoluto, mascherato formalmente da “sistema democratico”, ma che in realtà rese le azioni degli avversari politici e delle opposizioni sempre ininfluenti o quasi, così da mantenere un consenso popolare ed elettorale sempre attorno al 90%; per questo Karimov si poteva definire un “dittatore democratico”. Uno che usava il pugno di ferro dietro una parvenza di legalità – al pari della Bielorussia di Lukashenko, che ha visto entrare in Parlamento due esponenti delle opposizioni nelle elezioni appena tenute (non accadeva dal 2004). Non ci soffermeremo qui sulla storia del dominio di Karimov, e ci limiteremo ad esaminare gli scenari futuri per il Paese.

Durante i suoi 27 anni al potere, Karimov si è avvicinato agli Stati Uniti e all’Occidente in generale, rendendo indipendente il Paese nonostante una certa riluttanza generale rilevabile nella popolazione; ha ampiamente offerto a Bush il sostegno alla lotta al terrorismo, ed ha sempre circoscritto ad episodi sporadici (reprimendoli spesso nel sangue) i fenomeni legati al fondamentalismo islamico; nel complesso ha reso l’Uzbekistan uno dei Paesi islamici più vicini agli Stati Uniti, senza mai tenere atteggiamenti “ambigui”, come ad esempio e più recentemente ha fatto e sta facendo la Turchia di Erdogan.

Attualmente l’Uzbekistan è un Paese con un’economia industriale che ha reso la capitale, Tashkent, ed altre città, luoghi importanti a livello di commercio. Allo stesso tempo però, il Paese non è cambiato molto nelle regioni rurali più periferiche, che risultano ancora povere e governate a livello tribale.

Ed ora che Karimov non c’è più? La paura di perdere il potere ha fatto si che Karimov non studiasse mai la reale possibilità di individuare un erede politico, lasciando il Paese senza un vero e proprio punto di riferimento. Secondo il team di giornalismo investigativo OCCRP – che più volte si è occupato di Uzbekistan – l’accentramento del potere nelle mani di un unico uomo (e di un’unica famiglia), ha contribuito a formare nel tempo un conglomerato di interessi clientelari ed economici che avranno sicuramente il loro peso nella definizione degli equilibri politici interni del Paese.

In questo momento gli esperti di politica internazionale stanno guardando con preoccupazione l’evolversi della situazione politica uzbeka, perché è presente il rischio che la situazione possa creare instabilità regionali. La Russia ha tutti gli interessi a riavvicinare Tashkent a Mosca, sia dal punto di vista politico con l’allontanamento dagli USA, sia da quello economico, per sfruttare le importanti risorse naturali del Paese (petrolio, oro, carbone e gas).

A proposito di risorse naturali, non va dimenticato che l’Uzbekistan è uno dei maggiori produttori mondiali di cotone, anche se, purtroppo, associazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch denunciano un largo sfruttamento di minori per la sua produzione. Per ritornare ad essere il principale Paese partner, la Russia “spinge” per portare alla carica di presidente l’attuale Primo ministro, Shavkat Mirziyoyev, notoriamente filo-russo. Lo stesso Putin il 6 settembre, attraverso una significativa visita ufficiale nella città di Samarcanda – città dove è nato e dove è stato sepolto Karimov – ha sponsorizzato la sua candidatura alla carica presidenziale, auspicando la continuazione della linea politica già avviata dal defunto Presidente; l’oppositore di Mirziyoev è Rustam Azimov (attuale Vice-primo ministro), più filo-occidentale. Mirziyoyev è stato nominato Presidente pro-tempore del Paese, in attesa delle elezioni per designare il successore di Karimov, che verranno indette nel prossimo trimestre.

Vladimir Putin insieme al Primo ministro dell'Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev, in un incontro a Samarcanda del 6 settembre, pochi giorni dopo la morte di Karimov.

Vladimir Putin insieme al Primo ministro dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev, in un incontro a Samarcanda del 6 settembre, pochi giorni dopo la morte di Karimov / credits: en.kremlin.ru

Dal punto di vista della lotta al terrorismo, è improbabile che nel Paese possa verificarsi un’insinuazione rilevante di miliziani o fiancheggiatori di Isis, che troverebbero poco supporto ideologico e verrebbero facilmente contrastati dalle stesse tribù locali, nonché dallo stesso governo uzbeko, dopo che, a dicembre 2014, Mosca ha cancellato circa 860 milioni di dollari di debito nei suoi confronti in cambio dell’impegno del governo nel contrasto di Isis. In Uzbekistan esiste un solo gruppo terroristico “alleato” del sedicente califfato: il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, anche se di recente il SITE – agenzia che monitora online i vari gruppi islamisti – ha notato alcune prese di posizione e di distanza tra le due formazioni terroristiche. Anche per questo è più probabile immaginare un’eventuale infiltrazione di matrice fondamentalista da parte di al-Qaeda, che potrebbe trovare degli appoggi logistici nelle tribù filo-talebane presenti nelle aree rurali più vicine all’Afghanistan, dove già oggi, ad esempio, ci sono discriminazioni contro i cristiani. Bisogna però ricordare che che uno dei kamikaze che partecipò all’attacco terroristico del 28 giugno all’aeroporto Ataturk di Istanbul ero uzbeko, anche se ciò non prova infiltrazioni dell’Isis nel Paese.

Key Data
  • Popolazione: circa 30 milioni
  • Pop. Global Rank: 44°
  • Capitale: Tashkent (pop: 2.2 milioni)
  • Crescita della popolazione / su anno: 1.5%
  • Crescita del PIL (ultimo dato 2016): 7.80%
  • Aspettativa di vita: 72 anni
  • PIL pro capite: $3,300

La popolazione dell’Uzbekistan è giovane:  il 30% degli uzbeki ha un’età inferiore ai 29 anni. Se il Paese riuscirà ad evitare la cosiddetta “fuga di cervelli”, e se l’apertura alla democrazia si farà concreta, gli investimenti stranieri non tarderanno ad arrivare. Già oggi il gruppo General Motors ha avviato una joint venture con l’industria locale per lo studio di nuovi impianti di trasmissione per veicoli, e produce in Uzbekistan alcune vetture a marchio Chevrolet, mentre la tedesca MAN ha stabilimenti nel Paese per la produzione di camion.

Le aree urbane della nazione potranno fare da guida per entrare definitivamente tra i cosiddetti “paesi in via di sviluppo” e migliorare l’economia, già in ripresa, dopo che nel 2014 il Paese centro-asiatico avanzò la propria candidatura per entrare nell’Unione economica Euro-Asiatica. Uno dei principali partner occidentali del Paese è l’Italia: il Politecnico di Torino ha una sede a Tashkent per lo sviluppo dell’ingegneria meccanica, mentre il governo uzbeko collabora da alcuni anni con il comune di Campobasso e la regione Molise nell’ambito di programmi di scambio culturale.

dati: populationpyramid.net

dati: populationpyramid.net

L’Uzbekistan può anche essere un ottimo “trampolino di lancio” per le aziende italiane che vogliono competere sul mercato russo: i rapporti tra Italia ed Uzbekistan permettono alle nostre aziende di inserirsi comodamente nel Paese centro-asiatico e da li sfruttare l’assenza di dazi doganali con la Russia per diventare competitive a Mosca e dintorni. Il Paese potrà sfruttare anche il settore turistico e culturale, che ha molto da offrire, in particolare con la città di Samarcanda, Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

Non è escluso che la morte di Karimov – che negli anni ha tenuto dalla sua parte il consenso con metodi autoritari – possa portare ad una riscossa popolare che indirizzerà il Paese verso una vera democrazia. Che forse sarebbe davvero la soluzione ideale per l’equilibrio politico e sociale dell’Uzbekistan e della regione centro-asiatica.

di Francesco Rapalino - dal forum Storia e Politica
Redazione
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