Mentre la disperata situazione del Venezuela non accenna a migliorare, la negoziazione instauratasi tra Governo e opposizione, sotto gli auspici della Santa Sede, si sta rivelando uno strumento del tutto inidoneo a dare risposte efficaci almeno nel breve termine.

Fallimento del dialogo?

Monsignor Claudio Maria Celli, inviato diplomatico del Vaticano per la mediazione politica in Venezuela, ha dichiarato lo scorso 6 dicembre che il dialogo sarà riattivato il 13 gennaio 2017. Si entra cosi in una fase di “revisione”, per garantire il consolidamento e la sostenibilità delle conversazioni tra Governo e opposizione.

A ben vedere, la mancata disponibilità dell’opposizione a partecipare al terzo incontro in seduta plenaria programmato per lo scorso 6 dicembre è l’effetto tangibile del fallimento del dialogo di riconciliazione nazionale. Le cause di tale esito negativo sono da ricercare nella completa chiusura da parte del governo a fare delle concessioni di sostanza sui temi come democrazia, diritti umani e libertà d’espressione.

Sui tavoli del negoziato grava tutto il peso della frustrazione dell’opposizione per la sospensione arbitraria e a tempo indeterminato del processo di consultazione che avrebbe legittimamente testato il grado di consenso dei cittadini verso il presidente Nicolás Maduro. Il referendum per rimuovere l’attuale Presidente era l’unica via pacifica e costituzionale per uscire dalla crisi politica.

Fin qui nel dialogo di riconciliazione non c’è traccia né di questo né di altra forma di partecipazione dal basso che possa legittimare la posizione del potere esecutivo che, in termini di gradimento popolare, non sembra godere di buona salute.

All’atto pratico il processo di dialogo non è ancora riuscito a risolvere il pesante contraddittorio tra poteri dello Stato. Malgrado il potere legislativo sia sostanzialmente nelle mani dell’opposizione, buona parte degli atti emanati dall’Asamblea Nacional nel suo primo anno di attività, sono stati travolti da ben trenta sentenze emesse dal Tribunal Supremo de Justicia, che ha menomato le prerogative, l’autonomia ed il prestigio dell’organo rappresentativo.

Sul versante dei diritti umani, tra le mancanze più vistose del dialogo c’è quella dei prigionieri politici. Sebbene nelle ultime settimane siano state liberate alcune persone, ammonta a più di cento il numero dei detenuti per cause politiche, tra cui spicca la figura dell’ex candidato presidente e leader del partito di opposizione Voluntad Popular, Leopoldo López.

È vero che tra i punti accordati dal processo di dialogo c’era quello dell’adozione di misure a breve termine per rifornire il Paese di medicine e alimenti. Misure che, però, ad oggi non sono state implementate, e il Paese versa ancora in una situazione drammatica.

Oltre i confini nazionali.

Ad oggi i tempi non sembrano maturi per sciogliere le incertezze che circondano le future politiche per l’America Latina del neoeletto presidente americano Donald Trump, e tanto meno per delineare l’impatto concreto che la nuova leadership degli Stati Uniti avrà sulla volatile situazione del Venezuela.

Ad ogni modo, è bene ricordare che nel 2015 l’Amministrazione Obama ha definito la situazione politica ed economica del Venezuela come una minaccia alla sicurezza nazionale. Tuttavia, quella di Washington nei confronti di Caracas è una linea politica contrassegnata anche da una profonda apprensione per il degrado delle istituzioni democratiche e per la precaria condizione dei diritti umani.

Malgrado ciò, tale inquietudine è stata fin qui controbilanciata da una buona dose di prudenza dato che, per Washington, l’interesse primario è quello di evitare che il già tormentato scenario politico – economico degeneri in una tragedia umanitaria capace di travalicare i confini nazionali.

Questo atteggiamento prudenziale degli Stati Uniti, che mira a privilegiare le transizioni graduali per prevenire il verificarsi di incontrollati flussi migratori nel cortile di casa, deriva dalla consapevolezza dei forti vincoli, non solo ideologici, che legano Caracas all’Avana.

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Triumvirato latinoamericano: Ortega, Chavez e Fidel Castro – credits: Reuters /Oswaldo Rivas

Per certi versi Venezuela e Cuba possono considerarsi realtà politiche interdipendenti e non è da escludere che un crollo improvviso di Maduro possa mettere in seria difficoltà il regime di Castro, posizionato a pochi chilometri dalle coste della Florida. Difatti, l’acuta crisi economica che attraversa il Venezuela – un cocktail perverso di iperinflazione, recessione, deficit fiscale e scarsità di beni di consumo e medicinali – ha già comportato una significativa contrazione delle esportazioni petrolifere che Caracas fornisce, a condizioni preferenziali, all’isola caraibica, costringendo Raúl Castro a cercare alternative di approvvigionamento per scongiurare una severa crisi energetica.

Accanto alle tensioni tra Washington e Caracas rileviamo che, il difficile contesto interno entro cui si muove il governo venezuelano, incontra un panorama politico regionale sicuramente mutato rispetto all’età dell’oro del panamericanismo bolivarino. Nell’ultimo anno s’è verificata una svolta verso destra nella politica di alcuni Stati le cui leadership erano ideologicamente affini alla rivoluzione chavista. È il caso, ad esempio, dell’elezione del liberale Mauricio Macri alla presidenza dell’Argentina.

Attualmente, anche se rimane ferma la simpatia di Bolivia, Cuba, Nicaragua ed Ecuador nei confronti di Caracas, la debolezza stessa del Venezuela sul piano internazionale, coniugata con la svolta a destra di cui s’è fatto cenno sopra, sembrerebbe essere tra le cause di una trasformazione degli equilibri politici alla base della cooperazione di stampo progressista e post – liberale tra gli stati dell’America Latina negli ultimi dieci anni.

D’altra parte, sulla questione venezuelana il continente americano appare diviso: nonostante le dure critiche mosse da Luis Almagro, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) nei confronti del governo insediato a Palazzo Miraflores, non si è ancora aggregato, presso tale Organizzazione, il necessario consenso dei due terzi degli Stati per attivare il meccanismo sanzionatorio previsto dal capo IV della Carta Democratica Interamericana. Tale dispositivo prevede la sospensione dall’Osa di quelli stati in cui si è verificata una rottura dell’ordine democratico.

Diversamente, nell’ambito dell’importante blocco economico – commerciale sudamericano, Mercosur, il Venezuela è stato sospeso dal diritto di voto e dal diritto di partecipare ai vertici dell’organizzazione in ragione della violazione, da parte di Caracas, degli obblighi imposti da questa forma di cooperazione regionale.

di Luis Daniel Angelucci
Redazione
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