Il futuro dell’accordo nucleare con l’Iran, gli sviluppi della vicenda catalana, l’abbandono dell’Unesco da parte degli Usa, il Premio Nobel per l’economia e tanto altro nel nostro International Weekly Brief.

Marcia indietro (o quasi) sull’accordo con l’Iran?

In una conferenza stampa tenutasi a Washington, il Presidente Trump ha annunciato che gli Stati Uniti non certificheranno la compliance dell’Iran all’accordo sul nucleare del 2015 e ha richiesto al Congresso di approvare sanzioni più severe contro il regime di Teheran. La richiesta è indirizzata anche agli altri contraenti del patto – Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania – che, nel corso della presidenza Obama – hanno siglato, dopo lunghe negoziazioni, questi storico accordo. Inizialmente molti analisti pensavano che Trump avrebbe ritirato unilateralmente dall’accordo gli USA, ma così non è stato, ed ha scaricato le decisioni sul Congresso.

Il Congresso USA ora ha tre opzioni: non fare nulla (lasciando la situazione invariata); inasprire le sanzioni (ma serve l’accordo con i Democratici); trovare una nuova proposta di accordo (alleati e Iran hanno però già detto che non serve un nuovo accordo, visto che questo sta funzionando).

Il Presidente del Parlamento iraniano – Ali Larijani – ha dichiarato che intraprenderà tutte le “azioni appropriate” per rispondere a qualsiasi dietro-front degli USA. Dura anche la reazione del rappresentante europeo Federica Mogherini – che ha giocato un ruolo chiave da mediatore diplomatico – per cui gli Stati Uniti non avrebbero il diritto di recedere unilateralmente sul patto sul nucleare, in quanto “non vi sono state violazioni di alcuno degli impegni” presi. Il Congresso ha 60 giorni per prendere una decisione.

Usa e Israele fuori dall’Unesco

È stata ufficialmente notificata la decisione da parte degli Stati Uniti di lasciare l’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, decisione che sarebbe ora contemplata anche da Israele. La mossa da parte dell’amministrazione Trump è stata motivata come una reazione al trattamento che l’Unesco starebbe riservando proprio a Israele.

Già nel 2011, a seguito dell’ammissione della Palestina tra i Paesi membri, gli USA avevano tagliato i finanziamenti destinati all’Organizzazione. Più di recente, una serie di decisioni – non ultima quella di inserire la città di Hebron, situata nei territori occupati, tra i siti di valore appartenenti alla Palestina – hanno provocato la drastica reazione da parte degli Stati Uniti, che accusano l’Unesco per la sua “tendenza anti-israeliana”. Benjamin Netanyahu ha definito la decisione “coraggiosa e morale”, mentre la direttrice dell’Organizzazione, Irina Bokova, ha espresso profondo rammarico per quanto accaduto, definendolo una perdita sia per l’Unesco sia per gli Usa. La fuoriuscita sarà effettiva a partire dal 31 dicembre 2018, momento a partire dal quale gli Stati Uniti acquisteranno lo status di osservatori.

Nuovi insediamenti israeliani nella West Bank

Nel frattempo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato questa settimana un piano per la costruzione di quasi 4mila nuove unità abitative nei territori occupati della West Bank. Le nuove costruzioni saranno erette in numerosi insediamenti, compresa la città di Hebron e altre aree contese.

Il direttore dell’Osservatorio sugli insediamenti creato dall’organizzazione Peace Now, Hagit Ofran, ha dichiarato che questo potrebbe essere un anno record per il numero di insediamenti approvati. Secondo molti osservatori, ciò è una conseguenza del cambio di amministrazione nella Casa Bianca, vista la posizione più accomodante dimostrata da Trump, rispetto al suo predecessore, nei confronti delle istanze israeliane. Al momento, sono circa 400mila gli israeliani che vivono negli insediamenti della West Bank: il più grande ostacolo ad una pace duratura tra Israele e Palestina.

Indipendenza, ma anche no

Il Presidente catalano, Carles Puigdemont, ha firmato una “dichiarazione di indipendenza” della Catalogna. Ciò apre la strada alla separazione definitiva dalla Spagna, anche se la stessa non è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, non avendo quindi conseguenze legali. Gli effetti di questa dichiarazione rimarranno quindi sospesi, o meglio, “non ufficiali”,  per le prossime settimane, nel tentativo di giungere ad un qualche accordo con il governo di Madrid.

Il Primo Ministro spagnolo Rajoy – che ha sempre sostenuto come il referendum catalano fosse illegale – non sembra per nulla aperto ad una soluzione ed anzi si è detto pronto ad attivare il meccanismo previsto dall’art. 155 della Costituzione spagnola, che autorizza il governo centrale a prendere il controllo di una regione autonoma nel caso in cui questa non rispetti gli obblighi sanciti dalla Costituzione o rischiando di arrecare un serio pregiudizio all’interesse generale della Spagna. Le prossime settimane saranno fondamentali per gli sviluppi di una disputa che ormai non interessa solo la Spagna, quanto piuttosto l’Europa intera.

Nobel per l’economia a Richard Thaler

Il  “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel” è stato assegnato a Richard Thaler, professore alla University of Chicago, per i suoi studi sull’economia comportamentale. Nella motivazione del riconoscimento – molto simile per alcuni versi a quella scritta per il premio del 2002 assegnato a Daniel Kahneman, il primo a studiare l’economia dal punto di vista della psicologia umana, e a cui gli studi di Thaler devono molto – si evidenzia come lo studioso abbia saputo coniugare economia e comportamenti umani, analizzando “le conseguenze di una razionalità limitata, di preferenze sociali e di mancanza di autocontrollo” ed evidenziando “come questi tratti umani influenzino sistematicamente le decisioni individuali e gli esiti del mercato”. Il premio ammonta a 9 milioni di corone svedesi, che corrispondono a circa 1,1 milioni di dollari.

Angela Merkel e l’accordo di governo sui migranti

Nell’ambito delle trattative per la formazione del nuovo governo, lo scorso 8 ottobre, Angela Merkel ha chiuso un accordo con l’Unione Cristiano-Sociale di Baviera (CSU), cedendo sulla necessità di stabilire un obiettivo massimo annuo di 200 mila rifugiati che saranno ammessi ad entrare in Germania.  “Abbiamo raggiunto un risultato comune che io considero una base molto buona per entrare nella fase dei colloqui esplorativi per il governo. La Germania ha bisogno di un governo stabile e il presupposto di questo è un accordo fra Cdu e Csu” ha commentato la Cancelliera tedesca, che a causa del risultato ottenuto alle elezioni politiche dello scorso 24 settembre, si è vista costretta a scendere a patti con gli altri partiti, in vista delle consultazioni che cominceranno la prossima settimana.

Attacco hacker

Un gruppo di hacker della Corea del Nord sarebbe entrato in possesso di una serie di informazioni riservate sulla strategia bellica di Stati Uniti e Corea del Sud. Rhee Cheol-hee – parlamentare sud coreano – dice di aver appreso la notizia dal Ministero della Difesa, che però nega ogni coinvolgimento nell’accaduto. L’attacco degli hacker sarebbe avvenuto a settembre dello scorso anno e avrebbe coinvolto, secondo la fonte, 235 gigabyte di documenti militari provenienti dal database integrato della difesa. Tra i documenti rubati sembrerebbero essere incluse anche le strategie da mettere in atto nell’eventualità di una guerra e un piano strategico per l’uccisione di Kim Jong-un.

di Marina Roma e Leonardo Stiz
Redazione
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