Azioni terroristiche a Londra, Parigi, Teheran, Kerbala e Melbourne, l’isolamento diplomatico del Qatar perorato dai sauditi, l’offensiva su Raqqa, le accuse di James B. Comey a Trump e il fallimento elettorale di Theresa May. Tutto questo e molto altro nel nostro International weekly brief.

Lo Stato Islamico colpisce in tre continenti

È stata una settimana nera sul fronte del terrorismo internazionale. Nella notte di sabato 3 Giugno un furgone ha investito decine di persone lungo il Ponte di Westminster, a Londra. Interrotta la corsa, gli attentatori – tre in tutto – hanno proseguito la loro folle missione di martirio a piedi, aggredendo altri passanti armati di coltelli in ceramica.

Il bilancio conclusivo è di otto morti e quasi cinquanta feriti. Gli attentatori sono stati uccisi dalle forze di sicurezza e successivamente identificati dall’intelligence britannica. Il monito di Theresa May, “Enough is enough”, lascia presagire una reazione aggressiva da parte del Regno Unito.

Tre giorni dopo, a Melbourne, Australia, un australiano di origini somale ha preso in ostaggio una escort e contattato un’emittente televisiva per far sapere che le sue azioni erano dedicate a  Isis e ad al-Qaeda (con una certa noncuranza logica, visto che queste due organizzazioni terroristiche sono rivali e si combattono). Yacqub Khayre, questo il nome dell’attentatore, è poi sceso in strada sparando alle forze di polizia, che lo hanno prontamente neutralizzato senza subire perdite. A Parigi, nel pomeriggio di mercoledì 7 giugno, un algerino di nome Farid Ikken ha assalito due agenti della municipale di fronte a Notre-Dame, ferendone uno alla testa. L’attentatore è stato neutralizzato dal collega e arrestato.

Lo stesso giorno, Daesh si è reso artefice di un duplice attacco coordinato a Teheran, colpendo il Parlamento e il mausoleo dell’ayatollah Khomeini. Secondo fonti giornalistiche iraniane, i morti sono stati dodici e i sette attentatori sono stati tutti uccisi dalle forze di sicurezza. Il Presidente americano Donald Trump, invece di mostrare solidarietà, ha rincarato la dose affermando che chi appoggia il terrorismo deve prima o poi aspettarsi conseguenze di questo genere. Durante l’attacco al parlamento molti deputati hanno intonato cori contro gli Stati Uniti.

Infine, venerdì 9, almeno 30 persone sono rimaste uccise in un attentato suicida vicino Kerbala, in Iraq. Gli attentatori hanno colpito in un mercato nella zona orientale della città sciita, coinvolgendo nell’esplosione decine di persone. Isis, tramite Amaq, la sua agenzia stampa, ha rivendicato tutti gli attentati tranne quello di Parigi, apparentemente condotto per ragioni lontane dall’islamismo radicale.

Guerra in Siria. Obiettivo: Raqqa

È iniziata l’offensiva finale per la presa di Raqqa, ultima roccaforte di Daesh in Siria. L’assedio, perpetrato da un fronte piuttosto eterogeneo di milizie curde, milizie siriane anti-regime, soldati dell’esercito regolare e corpi speciali degli Stati Uniti, potrebbe calare il sipario sull’esperimento istituzionale del califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

La campagna non sarà breve né semplice: i miliziani dello Stato Islamico sono asserragliati nella medina di Raqqa, un labirinto urbano di circa otto chilometri quadrati, tengono in ostaggio la popolazione, impiegando donne e bambini come scudi umani, e si nascondono all’interno di edifici sensibili come scuole e ospedali. Inoltre, lo schieramento delle forze assedianti è composto da attori tra loro in conflitto, il che potrebbe complicare notevolmente la fase di post-liberazione della città. Le forze di terra sono sostenute dai bombardamenti dell’aviazione statunitense, impegnata da giorni in una campagna volta a indebolire le forze del califfato in vista dell’offensiva terrestre. Alcuni militanti vicini al governo siriano sostengono che gli Stati Uniti abbiano impiegato bombe al fosforo.

Venti di guerra in Medio Oriente

Una coalizione di Paesi sunniti composta da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrain ha rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato di violare i trattati sottoscritti in materia di “lotta al terrorismo” e di appoggiare, tramite organizzazioni caritatevoli e singoli individui, varie organizzazioni legate alla galassia del fondamentalismo radicale islamico.

L’iniziativa è nata dopo la visita in Arabia Saudita del Presidente Donald Trump, che ha rimarcato fin da subito l’ostilità statunitense nei confronti dei Paesi sciiti, Iran in testa. Quest’ultimo, insieme alla Russia di Vladimir Putin, spera in una soluzione negoziale della crisi e auspica che le relazioni diplomatiche possano essere ripristinate entro breve. La rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar sembra parte di un gioco più ampio, volto a esacerbare le tensioni con l’Iran sciita e a conquistare posizioni strategiche nello scacchiere mediorientale per i Paesi sunniti, forti di un più esplicito appoggio statunitense.

La Turchia di Erdogan, naturalmente coinvolta negli affari mediorientali, ha dato il pieno appoggio al Qatar, inviando nel Paese un contingente militare di 5mila uomini, che presto saliranno a 15mila. In tutta risposta, Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Bahrain hanno diffusa un elenco di 59 individui e 14 organizzazioni accusate di appoggiare o finanziare organizzazioni terroristiche come Hamas, al-Qaeda e Isis. Il Qatar ha rincarato la dose e respinto le accuse: “La nostra posizione nel contrasto al terrorismo è più forte di quella di molti dei firmatari della dichiarazione, un fatto che è stato opportunamente ignorato dagli autori”.

Secondo Rami Khouri, giornalista libanese, le motivazioni che sottendono l’operato dei sauditi sono velate da una fitta coltre di ipocrisia:

. “Ai miei occhi la vicenda appare come il tentativo di un gruppo di autocrati arabi, guidati dai sauditi, di mantenere il controllo della regione e completare la loro controrivoluzione dopo le rivolte arabe del 2011, durante le quali uomini e donne della regione hanno manifestato per chiedere maggiori libertà, diritti, giustizia e dignità nelle loro vite. Proprio la libertà, i diritti, la giustizia e la dignità sono i valori che spaventano i sauditi e altri autocrati arabi i quali, a quanto pare, ritengono di doverli ridurre ai minimi termini, come hanno fatto negli ultimi sei anni”

A corroborare le parole di Khouri ci pensa la stessa Arabia Saudita, che in occasione di un una partita di calcio contro l’Australia valida per le qualificazioni ai mondiali del 2018, non rispetta il minuto di silenzio per commemorare le vittime degli attacchi di Londra. Le autorità saudite si sono giustificate affermando che i momenti di silenzio non sono in linea con la loro cultura, ma questa giustificazione non può risultare accettabile, dal momento che in passato la nazionale non aveva rivendicato questa lontananza culturale. Nel frattempo l’Iran ha spedito in Qatar tonnellate di derrate alimentari e aiuti.

La Gran Bretagna nel caos (di nuovo)

Non si è rivelata particolarmente saggia la mossa politica del Primo ministro britannico Theresa May, che lo scorso 18 aprile aveva chiesto e ottenuto elezioni anticipate per rafforzare la sua maggioranza di governo e procedere con maggiore legittimazione alle trattative con l’Unione Europea sulla questione brexit. Per ottenere la maggioranza in Parlamento servivano 326 seggi, ma i conservatori guidati dalla May si sono fermati a 318, mentre i laburisti, sotto la spinta propulsiva di Jeremy Corbyn, sono risaliti a 262, dimostrando come l’elettorato britannico sia ancora incerto e plasmabile in merito alla linea politica da seguire.

La copertina dell’Economist successiva ai risultati elettorali inglesi

Le opposizioni chiedono ora le dimissioni del Primo ministro, ma Theresa May è decisa a rimanere in carica e conta di formare una coalizione di governo con gli unionisti di Belfast, che con i loro 10 seggi potrebbero spingere i conservatori a superare la soglia di governabilità. Il risultato delle elezioni anticipate potrebbe modificare gli equilibri esistenti tra le nazioni del Regno Unito – Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda – e tra Regno Unito e Unione Europea, con Londra priva di un efficace e solido leverage politico in grado di affrontare le principali questioni sul tavolo. Per approfondire, vi rimandiamo alla nostra analisi di venerdì 9 giugno.

Russiagate, l’ombra dell’impeachment investe Donald Trump

James Comey, ex direttore dell’FBI licenziato da Donald Trump, ha testimoniato di fronte alla Commissione Intelligence del Senato statunitense, rivelando che il Presidente, dopo aver vinto le elezioni, gli aveva informalmente chiesto di abbandonare le indagini relative a Michael Flynn, suo Consigliere per la sicurezza nazionale accusato di aver intrattenuto rapporti segreti con i vertici politici russi nel corso della campagna elettorale. L’FBI stava seguendo la pista dal 2013, quando era apparso evidente che alcuni membri dell’entourage di Trump stessero tessendo rapporti informali con la rete diplomatica russa.

La testimonianza di Comey non aggiunge nuovi elementi probatori alle indagini, ma chiarisce alcuni aspetti del suo rapporto istituzionale con il nuovo Presidente. La richiesta di Trump, qualora confermata, avvicina il rischio di un’accusa per intralcio alla giustizia, ed è interessante evidenziare che dallo stesso tipo di atto accusatorio era partita la vicenda del watergate. 

Il giorno dopo la testimonianza di James Comey, Trump ha rotto il silenzio accusando l’ex direttore dell’FBI di essere un bugiardo. “Despite so many false statements and lies, total and complete vindication … and WOW, Comey is a leaker!” ha scritto su Twitter nel tardo pomeriggio. Considerando che anche Comey ha definito Trump persona incline alla menzogna, la questione, come anche alcuni membri della commissione hanno suggerito, si risolve nella credibilità delle parti. A quale versione credere, quella di Comey, o quella del Presidente Trump? Probabilmente non ci saranno conseguenze legali nel breve termine, ma la testimonianza di Comey fornisce un ulteriore tassello per fare luce su una situazione dove molto deve ancora venire a galla. Trump si è detto disponibile a fornire i nastri delle conversazioni avute tra lui e Comey, e a testimoniare sotto giuramento. Si attendono ora ulteriori sviluppi.

La NATO si allarga

Il Montenegro entra a far parte dell’Alleanza Atlantica, diventandone ufficialmente il ventinovesimo membro. La Russia ha vivamente protestato contro la decisione dei vertici NATO, accusando l’organizzazione di volersi espandere “verso est” (il Montenegro però è qui). Il Primo ministro montenegrino ha cercato di ammorbidire i toni, affermando che l’ingresso nell’Alleanza Atlantica ha il solo scopo di garantire la sicurezza nazionale: “We are too small a country to be considered a threat to Russia in any way. This was not a poke in Moscow’s eye”.

Francesco Balucani
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