Le richieste d’indipendenza in Spagna, Iraq e Papua Occidentale, l’accusa di eresia mossa a Papa Bergoglio, l’incontro tra il Presidente russo e quello turco ad Ankara tra le notizie più rilevanti della settimana, nel nostro International Weekly Brief.

All eyez on me

“Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di repubblica?” Questo il quesito che viene sottoposto ai cittadini catalani che riescono Domenica 1 Ottobre a votare per il referendum sull’indipendenza della regione dalla Spagna. La Corte Costituzionale ha dichiarato illegale la consultazione e illegittimo il risultato, qualunque esso sia, così come aveva fatto nel 2014, nel Giugno di quest’anno e ancora in Settembre, ma diversi giuristi sottolineano come non sia tanto il referendum quanto l’eventuale dichiarazione d’indipendenza a risultare incostituzionale dato che l’articolo 2 del titolo preliminare della Carta spagnola statuisce “l’indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli.” Il parlamento catalano ha approvato una legge che lo obbliga in caso di vittoria del sì, (ma senza aver stabilito un quorum) a dichiarare l’indipendenza entro 48 ore dallo svolgimento della consultazione. Qui trovate una timeline degli eventi che hanno condotto sino a qui, redatta da Politico.

Il governo di Madrid, ha inviato migliaia di poliziotti nella regione che così come le forze di sicurezza catalane risponderanno direttamente al Ministero dell’Interno e avranno l’ordine di presidiare le scuole elementari e i licei che ospitano le cabine elettorali, così da impedire lo svolgimento del referendum. Fonti ufficiali nella serata di Sabato 30 riportavano la messa in sicurezza da parte della polizia di 1,300 istituti, mentre 163 scuole (o forse più) erano state occupate da “difensori del voto” non solo attivisti, ma anche genitori con figli al seguito, che si sono mobilitati e organizzati per “arrivare prima” delle autorità. Sempre nella giornata di Sabato la Guardia Civile ha preso il controllo dell’emittente del governo regionale a Barcellona, mentre sempre nella stessa città un tribunale ha ordinato a Google di cancellare un’applicazione mobile utilizzata dal governo catalano per informare i cittadini su dove e come votare.

Il governo centrale nei giorni scorsi ha confiscato più di 13 milioni di schede elettorali, oscurato siti web, arrestato 14 funzionari indipendentisti e preteso che oltre 700 sindaci smettessero di sostenere il referendum.  La questione è tutta politica. “Esperti” delle Nazioni Unite Giovedì 28 Settembre hanno richiesto al governo di Madrid di prendere le misure necessarie per far si che venga rispettato il diritto dei cittadini catalani di esprimere liberamente la propria opinione.. 

Ultimi aggiornamenti. In Catalogna si sta votando, dalle nove di questa mattina, laddove la Guardia Civil non l’abbia ancora impedito. Il portavoce del governo regionale Jordi Turull ha dichiarato che il 73% dei seggi sparsi per la regione, sono aperti e ha chiesto ai cittadini di avere pazienza. Si registrano scontri con la polizia che utilizza proiettili di gomma contro i manifestanti e sui social media circolano le foto dei feriti, 38 secondo quanto riportato dal governo regionale. La polizia catalana i Mossos d’Esquadra, non sembra intenzionata ad allinearsi alle direttive del Ministero e non sta intervenendo né in un modo né nell’altro. I criteri del voto sono saltati nel corso della mattinata visto che le schede elettorali vengono sequestrate dalla polizia, si può esprimere la propria preferenza anche online. Per seguire la cronaca dei fatti della giornata clicca qui

Una coda fuori dal seggio istituito presso la scuola elementare Cervantes di Barcellona. Credits to: Sam Jones

Ci vuole coraggio

Lunedì 25 Settembre oltre il 92% dei votanti al referendum consultivo per l’indipendenza del Kurdistan iracheno si è espresso a favore della secessione da Baghdad (circa 3,3 milioni di persone). Massud Barzani, il Presidente del governo regionale del Kurdistan costringe così gli attori interni e non, ad accettare il fatto compiuto ovvero un plebiscito popolare a favore di un cambiamento che può essere incoraggiato senza l’uso delle armi. Difficilmente Baghdad o Ankara resteranno a guardare l’autodeterminazione dei curdi iracheni; pur non potendo scatenare una guerra sono obbligati a rifiutare l’ipotesi dell’indipendenza nella teoria e nella pratica.

Una donna a Kirkuk esprime la sua preferenza nel giorno del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Credits to: Thaier Al-Sudani/Reuters

Speranze tradite

Il Comitato sulla Decolonizzazione delle Nazioni Unite, l’organo che monitora i progressi nelle ex colonie denominate ufficialmente “territori non autonomi”, ha ricevuto una petizione firmata da 1,8 milioni di cittadini della Papua Occidentale, cioè dal 70% della popolazione della provincia contesa, con oggetto la possibilità d’indire un referendum per l’indipendenza dal governo indonesiano, oltre alla nomina di un Inviato Speciale che monitori le violazioni dei diritti umani. La petizione è stata bandita dal governo indonesiano nelle provincie di Papua e Papua Occidentale, quindi bloccata online; è stata fatta circolare clandestinamente secondo quanto dichiarato al The Guardian da Benny Wenda attivista in esilio del movimento indipendentista. Nel corso degli anni molti tra coloro che si sono opposti al governo indonesiano sono stati imprigionati e torturati, la Papua Occidentale è una provincia indonesiana dal 1963.

Vince ma non festeggia

Angela Merkel resta Cancelliere della Repubblica Federale tedesca, ma il suo quarto mandato si appresta ad essere segnato dal compromesso. Per Approfondire.

Una campagna pubblicitaria a favore di Angela Merkel a Berlino. Credits to: Hannibal Hanschke/Reuters

Senza pace

Tre israeliani un poliziotto e due guardie di sicurezza, sono stati uccisi intorno alle 7 di mattina di martedì 26 settembre a colpi d’arma da fuoco da un lavoratore palestinese alle porte dell’insediamento di Har Adar, fuori Gerusalemme. L’uomo, Nimr Mahmoud Ahmed Jamal, aveva un regolare permesso di lavoro all’interno dell’insediamento e ha aperto il fuoco quando le guardie hanno cominciato a insospettirsi nei suoi confronti, prima di essere a sua volta ucciso. L’incidente è avvenuto mentre l’inviato degli Stati Uniti, Jason Greenblatt, si trovava a Gerusalemme per rilanciare i colloqui sul processo di pace in Medio Oriente. Secondo l’AFP, da ottobre 2015 sarebbero stati uccisi in scontri, proteste, attacchi e raid israeliani su Gaza almeno 295 tra palestinesi e arabi israeliani, 50 israeliani, due americani, due giordani, un eritreo, un sudanese e un britannico.

Attenti a quei due

Giovedì 28 Settembre il Presidente russo Vladimir Putin ha fatto visita a quello turco Recep Tayyip Erdogan. L’incontro si è tenuto ad Ankara e ha riguardato la Siria, nello specifico lo status del cantone curdo di Afrin, che si trova tra due aree poste sotto il controllo dei turchi ed è presidiato da mesi dalla polizia militare russa, il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, ma anche l’acquisto di missili S-400 russi che l’alleato Nato (Turchia) ha comprato di recente.

Non morto, chissà

Il leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi sarebbe ancora vivo, stando a una registrazione audio divulgata dall’ISIS giovedì 28 Settembre in cui il sedicente califfo parla per 46 minuti, menzionando anche la minaccia nucleare nordcoreana diretta agli Stati Uniti. L’audio risulterebbe posteriore alla data della sua presunta morte, annunciata dal governo russo (ma non confermata) lo scorso giugno a seguito di un raid nel nord est della città di Raqqa dove nella notte del 28 Maggio persero la vita 30 leader dell’ISIS.

Eretico illustre

Papa Bergoglio non avrebbe mai risposto alla lettera a lui indirizzata in data 11 Agosto 2017 e firmata da 62 membri della Chiesa (sacerdoti, ex funzionari, professori universitari) in cui vengono sollevate sette questioni di carattere dottrinale su cui il Pontefice, nell’ultima esortazione apostolica Amoris Letitia pubblicata nell’Aprile 2016, avrebbe sostenuto posizioni false ed eretiche, che potrebbero tradursi sommariamente in atteggiamenti di apertura verso i divorziati e gli omosessuali.  Per questa ragione il testo della lettera è stato diffuso online domenica 24 Settembre dai firmatari.

Le decisioni di Trump

Il Presidente americano Donald Trump dopo aver ricevuto da governi alleati, una serie di informazioni riservate, ha deciso di estendere il divieto di ingresso negli Stati Uniti anche a cittadini provenienti dal Ciad e dalla Corea del Nord oltre che a esponenti e familiari del regime venezuelano. A differenza del primo decreto che aveva una durata di 90 giorni questo è a tempo indeterminato e sarà applicato a partire dal 18 ottobre 2017. Secondo il tycoon i paesi inclusi nella lista (Iran, Libia, Siria, Yemen, Somalia, Corea del Nord e Ciad) non hanno adeguati protocolli di sicurezza. Interessante il caso del Ciad che prende inspiegabilmente (secondo analisti e diplomatici) il posto del Sudan all’interno della lista nera. Partner strategico degli Stati Uniti nel Sahel, base di un contingente internazionale che combatte Boko Haram, e sede di una nuova ambasciata americana appena costruita nella capitale, è possibile che alla Casa Bianca qualcuno si sia sbagliato.

Sono iniziati i lavori per la costruzione di 8 prototipi di barriera che saranno innalzati lungo il confine con il Messico. In campagna elettorale il Presidente americano ha dichiarato che i costi del muro saranno addebitati al governo messicano, ma ha anche promesso che erigerà “un grande e bel muro” che separerà i due paesi.

La recinzione vista dalla spiaggia di Tijuana. Credits to: AFP

Nel frattempo martedì 26 Settembre il Capo degli Stati maggiori riuniti Joseph Dunford ha dichiarato che l’Iran sta rispettando l’accordo sul nucleare ribadendo come gli apparati americani siano contrari alla politica anti-iraniana promossa dal Presidente che mercoledì 27 ha criticato facebook commentando su twitter quanto segue: Facebook was always anti-Trump. The networks were always anti-Trump. 

Quello che lo stato permette, la famiglia non vieti.

Il Re saudita Salman bin Abdul- Aziz martedì 26 Settembre ha emesso un decreto che permetterà alle donne di guidare a partire dal 24 Giugno 2018, ponendo fine a un divieto che rende l’Arabia Saudita l’unico paese al mondo in cui alle femmine è proibito mettersi al volante. Il progetto di legge attesta come non esistano impedimenti (all’ottenimento della patente di guida per le donne) rintracciabili all’interno della legge islamica, con buona pace dei dottori della legge contrari al cambiamento. La decisione è stata accolta con favore in patria e all’estero e si inserisce nel programma di riforme promosso dal successore al trono il principe Mohammed Bin Salman. Vision 2030 questo il nome dell’ambizioso progetto, mira a modernizzare il paese, che dovrà rendersi progressivamente meno dipendente dal petrolio, ma anche la società, che dovrà garantire alle donne maggiori spazi di autonomia. Resta da capire se la riforma, unitamente alle rivendicazioni dei millennials sauditi (per metà donne), basteranno a invertire una pratica per cui alle femmine non è concesso girare per strada se non accompagnate. Sono circa 800.000 gli autisti stranieri che sino ad ora hanno portato in giro le donne saudite, che per la prima volta sabato 23 Settembre hanno preso parte alle celebrazioni per la festa nazionale organizzate nella capitale e a Jedda.

Donne saudite siedono per la prima volta all’interno dello Stadio King Fahd a Riyad durante le celebrazioni per la festa nazionale, 23 Settembre 2017 Credits to: Fayez Nureldine/AFP/Getty Images

 Di Eliza Ungaro
Eliza Ungaro
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