La strage di Las Vegas, il referendum della Catalogna, l’espulsione dei diplomatici cubani di stanza negli Stati Uniti, la nuova legge anti-terrorismo francese e la bizzarra decisione del nuovo governo indiano. Tutto questo e molto altro nel nostro International weekly brief.

Paura e follia a Las Vegas

La sera del 1 ottobre Stephen Paddock, pensionato incensurato di 64 anni, si è reso protagonista della sparatoria più sanguinosa nella storia degli Stati Uniti. 59 morti, 527 feriti: questo il tragico bilancio della strage che ha avuto luogo sulla Las Vegas Strip, in occasione del concerto di musica country al quale prendevano parte 22mila persone provenienti da tutto il Paese. Nella stanza d’albergo situata al 32° piano del Mandalay Bay Hotel da cui l’uomo ha sparato sulla folla, è stato ritrovato un arsenale composto da 23 armi da fuoco; 1.600 caricatori. 22 kg di esplosivo sono invece stati rinvenuti nell’automobile di Paddock.

Secondo quanto dichiarato dalla polizia nel corso di una conferenza stampa, l’autore della strage era intenzionato a fuggire una volta terminato il massacro ed aveva presumibilmente in programma un’altra strage, come dimostra la prenotazione di una stanza presso un diverso albergo effettuata la settimana precedente al massacro, in corrispondenza di un altro raduno musicale. Sebbene risultino ancora ignote le ragioni del folle gesto, gli investigatori hanno escluso qualsiasi matrice religiosa, nonostante la rivendicazione dell’attacco ad opera di Isis. La vicenda ha riacceso lo storico dibattito sul Secondo emendamento della Costituzione americana: i Democratici esortano il governo ad intervenire legislativamente per regolamentare l’acquisto ed il possesso di armi, mentre il Presidente Trump ha definito l’accaduto “un atto di pura malvagità” ed espresso la propria volontà di rinviare qualsiasi discussione relativa alla promulgazione di una legge sul porto d’armi.

Referendum e discordia

In seguito alla scontata quanto illegale vittoria del Sì al referendum indipendentista svoltosi in Catalogna lo scorso 1 ottobre (secondo le stime l’affluenza alle urne si attesterebbe al 42% e i voti favorevoli sarebbero più di 2 milioni) e ai duri scontri che hanno accompagnato la votazione determinando il ferimento di oltre 500 persone, il clima di tensione in Spagna non sembra destinato ad attenuarsi. In risposta ai risultati elettorali ed allo sciopero generale indetto dai sindacati che ha visto scendere in piazza migliaia di persone a Barcellona e nelle principali città catalane, il Re di Spagna Felipe ha rotto il silenzio con parole per nulla concilianti, definendo la condotta delle autorità catalane “una slealtà inaccettabile verso lo Stato” e dichiarando il proprio impegno per l’unità della Spagna ed il rispetto della Costituzione e della democrazia.

Il Presidente della Catalogna Carles Puigdemont ha fissato per lunedì 9 ottobre l’unilaterale dichiarazione di indipendenza dalla Spagna ed intanto il tribunale nazionale spagnolo ha aperto un’indagine nei confronti del capo della polizia regionale catalana Josep Lluìs Trapero, accusato di sedizione per non aver adeguatamente sostenuto i colleghi spagnoli nel corso delle operazioni compiute per impedire lo svolgimento del referendum. Una eventuale condanna comporterebbe a carico di Trapero la detenzione in carcere fino a 15 anni per “aver impedito l’applicazione della legge spagnola”.

Crisi e figuracce diplomatiche

15 diplomatici cubani sono stati espulsi dagli Stati Uniti in seguito ai misteriosi “attacchi acustici” che hanno colpito 22 funzionari americani del Dipartimento di Stato situato a L’Avana. La misura, adottata in seguito al ritiro di più della metà dei diplomatici statunitensi di stanza nella capitale cubana, è finalizzata a sanzionare l’inefficienza dell’isola caraibica, rea di non aver adeguatamente protetto i funzionari USA e di aver dunque violato gli obblighi previsti dalla Convenzione di Vienna.

Prevedibile la reazione del Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez, che considera la decisione una mossa “inaccettabile” ed “ingiustificata”. Prosegue intanto l’inchiesta avviata dal governo americano per chiarire la strana vicenda che sembrerebbe avvalorare l’esistenza di un’arma “sonica”, causa delle gravi patologie di cui il personale dell’ambasciata americana è stato vittima negli ultimi mesi.

Al di qua dell’Oceano sono suonate come “inaccettabili”, “sconcertanti”: le dichiarazioni rilasciate da Boris Johnson nel corso di una conferenza stampa svoltasi a seguito del suo viaggio in Libia. Il Ministro degli Esteri britannico ha infatti sottolineato come alcune imprese anglosassoni siano pronte a trasformare Sirte nella nuova Dubai e perché ciò avvenga “l’unica cosa da fare è rimuovere i cadaveri” presenti nella regione. Numerose le voci di quanti reclamano le dimissioni del Ministro, che dal canto suo ha declinato qualsiasi invito a scusarsi.

A volte ritornano

Dal 31 agosto, in Madagascar, almeno 30 persone sono morte ed oltre 200 sono state infettate da un focolaio di peste polmonare. L’epidemia, iniziata nella regione delle Central Highlands con la morte di un uomo di 31 anni, si è poi diffusa in altre 10 città, dove sono stati segnalati anche casi di peste bubbonica e setticemica. Già nel 2014 almeno 79 malgasci erano deceduti a causa di un focolaio di peste poi proseguito fino al 2015 e quasi ogni anno in Madagascar vengono individuati nuovi contagi a causa della natura endemica della patologia.

Bollettino di guerre

Almeno 17 persone sono morte a Damasco, in Siria, in seguito ad un duplice attentato suicida verificatosi nelle vicinanze di una stazione di polizia situata nel quartiere di al-Midan. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, l’attacco, rivendicato simultaneamente dall’Isis e da un’organizzazione terroristica legata al gruppo armato Al-Nusra, sarebbe stato opera di almeno 4 miliziani e avrebbe coinvolto civili e poliziotti. Stando alle ricostruzioni, un’auto sarebbe deflagrata vicino all’entrata del commissariato e un attentatore si sarebbe successivamente fatto esplodere nelle vicinanze.

Situazione militare tra Siria e Iraq / southfront.org

Le forze di sicurezza irachene hanno dichiarato in un comunicato ufficiale di “aver sottratto la città di Hawija e le aree circostanti al controllo dell’organizzazione terroristica”. La riconquista della città, ultima roccaforte dell’autoproclamato “califfato” nel nord del Paese, riveste un’importanza simbolica, oltre che strategica, situato tra due rotte di grande rilevanza, e la sua collocazione entro il distretto di Kirkuk, tradizionalmente ricco di petrolio.

Dura lex, sed lex?

È stata approvata dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite una risoluzione che condanna “l’imposizione della pena di morte come sanzione per specifiche forme comportamentali quali l’apostasia, la blasfemia, l’adulterio e le relazioni consensuali dello stesso sesso”. Dei 47 Stati che compongono il Consiglio 7 si sono astenuti, 27 hanno espresso voto favorevole e 13, tra cui gli Stati Uniti, si sono dichiarati contrari alla mozione.

L’Assemblea Nazionale francese ha approvato con 415 voti a favore e 127 contrari la nuova legge antiterrorismo fortemente voluta dal neopresidente Emmanuel Macron che prevede un aumento dei poteri di sorveglianza riconosciuti alle forze dell’ordine e l’adozione di misure semplificate per la chiusura di moschee sospettate di diffondere atteggiamenti estremisti. Il provvedimento dovrebbe determinare la revoca dello stato di emergenza in vigore dallo scorso 15 novembre.

Dal 1 ottobre 2017 è ufficialmente entrata in vigore in Austria la legge che vieta di indossare veli, maschere e qualsiasi altro tipo di indumento funzionale a coprire il volto e dunque a celare l’identità di un individuo. Non si sono fatte attendere le reazioni della comunità islamica austriaca, che attraverso le parole di una sua rappresentante ha accusato il governo di aver criminalizzato le donne che indossano il velo, costringendole a restare a casa. Le autorità respingono ogni critica, definendo il provvedimento una misura fondamentale per garantire la sicurezza civile.

Decisioni storiche

Per la prima volta nella storia, il Re saudita Salman bin Abdulaziz si è recato a Mosca per una visita di stato. L’incontro dovrebbe essere il primo passo per il riavvicinamento tra i due governi. Numerosi i temi affrontati durante il confronto, tra cui la questione siriana, il petrolio, e contratti per le armi.

Il Re saudita Salaman accolto con tutti gli onori a Mosca da Putin –
Anadolu Agency/Getty Images

In seguito ai colloqui tra le autorità del Bangladesh e una delegazione birmana, il Myanmar ha proposto di riaccogliere oltre 500mila rifugiati Rohingya recentemente fuggiti nel territorio bengalese per sottrarsi alla feroce repressione attuata dalle forze militari birmane. Nonostante il governo di Myanmar non abbia rilasciato dichiarazioni alla stampa in merito alla vicenda, il ministro degli Esteri del Bangladesh AH Mahmood Ali ha confermato la volontà dei due Paesi di costituire un gruppo di lavoro congiunto per dare avvio al rimpatrio.

Attraverso il comunicato del Ministro dell’Energia Paul Wheelhouse, il governo scozzese ha annunciato che vieterà il fracking, la tecnica della fratturazione idraulica per l’estrazione di gas e petrolio dalle rocce metamorfiche. La decisione è frutto dell’opinione contraria di 60mila cittadini scozzesi interpellati in merito all’argomento e di una politica ispirata al rispetto dell’ambiente. La Scozia, va notato, ha grandi riserve di petrolio già ampiamente sfruttate al largo delle coste, e non sotto il proprio territorio.

Turbolenze ad alta quota

Nonostante la crisi fosse nell’aria da tempo, il fallimento della britnnica Monarch Airlines, dichiarato nella notte del 2 ottobre mentre nessun aereo della società era in volo, ha avuto effetti disastrosi ed immediati: 300mila prenotazioni già effettuate per futuri viaggi risultano cancellate e 100mila passeggeri che avevano scelto la compagnia low-cost per i propri spostamenti, sono stati sorpresi dalla notizia durante il soggiorno all’estero e risultano ora alla ricerca di un volo di ritorno. Al fine di garantire il rimpatrio dei cittadini vittime della cancellazione dei voli della compagnia, il governo britannico ha fatto appello alla Civil Aviation Authority, ente pubblico che sovrintende l’aviazione civile, la quale avrebbe messo a disposizione più di 30 aerei.

Il declino di un’icona

Il Taj Mahal, iconico monumento indiano simbolo dell’amore eterno, sta subendo negli ultimi anni un inesorabile declino in termini di popolarità: l’inquinamento atmosferico sta progressivamente ingiallendo il suo etereo marmo bianco e i fondi destinati al sito sono drasticamente diminuiti in seguito al recente insediamento nello Stato di Uttar Pradesh di un governo nazionalista indù.

Il nuovo Primo ministro si è dichiarato fortemente contrario all’usanza di consegnare alle autorità straniere in visita, piccoli modelli del Taj Mahal, che non rifletterebbe la cultura indiana poiché costruito da invasori musulmani, e non ha assegnato allo storico monumento alcun fondo patrimoniale del bilancio statale per i prossimi anni. L’esclusione della settima meraviglia del mondo dagli opuscoli ufficiali di Stato in cui sono indicati i progetti più importanti del dipartimento del turismo ha fomentato le proteste dell’opposizione, che ha definito l’omissione “un evidente pregiudizio religioso completamente fuori luogo”.

Credenti musulmani pregano di fronte al Taj Mahal per la fine del Ramadan durante il Eid al-Fitr – AFP/Getty Images

a cura di Federica Allasia
Redazione
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