L’attentato a al-Arish, la condanna di Ratko Mladic, il giuramento di Emmerson Mnangagwa, nuovo presidente dello Zimbabwe e molto altro tra le notizie più rilevanti della settimana, nel nostro International Weekly Brief. 

Terrore nel Sinai

Venerdì 24 novembre un numero imprecisato di terroristi ha preso d’assalto una moschea sufi ad al-Arish, nucleo urbano sito lungo la costa settentrionale del Sinai, Egitto. Gli artefici dell’attacco apparterrebbero a una cellula locale legata al fondamentalismo radicale islamico e affiliata allo stato islamico dal 2014. Secondo le stime ufficiali le vittime sarebbero 305, 128 i feriti. Gli attentatori sono arrivati a bordo di cinque fuoristrada, hanno fatto esplodere degli ordigni artigianali attorno la moschea e poi hanno aperto il fuoco sui fedeli che cercavano di abbandonare il complesso con armi automatiche e lanciarazzi. Perfino le ambulanze sono state prese di mira, in quello che è stato descritto come l’attentato più sanguinoso della storia moderna egiziana. La moschea predicava una visione dell’Islam legata alla sua dimensione mistica e spirituale, il sufismo, o più correttamente tasāwwauf, un movimento considerato apostata dai gruppi più radicali tra cui il sedicente stato islamico.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, dopo aver convocato un incontro d’urgenza con le autorità di governo, ha assicurato una reazione brutale contro le cellule terroristiche attive nella regione. Il ministero dell’interno ha alzato lo stato d’allerta al livello più alto in tutti i governatorati e, secondo quanto riferito dalle forze armate egiziane, l’aviazione avrebbe già identificato e distrutto alcune vetture utilizzate per condurre l’attacco, uccidendo una quindicina di miliziani.

Nel Sinai è in corso ormai da anni un conflitto a bassa intensità tra le forze di sicurezza egiziane e il fondamentalismo radicale islamico. La regione è inaccessibile ai media locali e internazionali, e gli analisti ora temono che le organizzazioni terroristiche attive in Medio Oriente possano servirsene per raggiungere via terra l’Africa settentrionale o subsahariana.

Falso allarme a Londra

Un secondo attacco terroristico sembrava essersi scatenato a Londra, nella stazione metropolitana di Oxford Circus, salvo rivelarsi un mero falso allarme. Le unità britanniche dell’antiterrorismo hanno diramato un comunicato dicendo di non essere coinvolte né in allerta. Il quartiere era affollato di gente al momento dei fatti e per qualche minuto si sono vissute scene di panico generalizzato. Numerose pattuglie della polizia sono affluite nella zona per ripristinare l’ordine e in serata la metro è stata riaperta.

Tragedia mediterranea

Sabato 25 Novembre un barcone carico di migranti è naufragato davanti alle coste libiche. Le stime ufficiali parlano di oltre 30 morti, ma i dispersi potrebbero essere più di 40. Circa 200 le persone soccorse dalla marina libica. L’organizzazione internazionale per le migrazioni riporta che dal 2013 sono circa quindicimila le persone che hanno trovato la morte nel braccio di mare che separa la Libia dai confini meridionali dell’Europa.

Sentenza storica

Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia ha condannato all’ergastolo l’ex comandante militare serbo bosniaco Ratko Mladic giudicato colpevole di 10 degli 11 capi d’accusa per cui era imputato, tra cui genocidio, crimini contro l’umanità, e crimini di guerra. Durante la guerra in Bosnia negli anni Novanta ha orchestrato massacri, atti disumani, una pulizia etnica, ha scatenato il terrore contro i civili di Saraievo e ha dato il suo contributo al massacro di Srebrenica del 1995, ai danni dei bosniaci musulmani che avevano riparato in città in fuga dalle violenze dei serbo- bosniaci.  Mladic, che si è sempre dichiarato innocente, ha suscitato rabbia tra i familiari delle vittime per quel pollice alzato verso le telecamere in segno di sfida e, alla lettura della sentenza, per aver inveito contro i giudici, tanto da essere stato allontanato dall’aula.

Diplomazia

I colloqui sulla Siria svoltisi a Sochi tra il presidente russo Putin, il presidente turco Erdogan e il presidente iraniano Rouhani hanno prodotto una dichiarazione congiunta in cui i tre leader si impegnano a proseguire il processo di Astana, a monitorare le zone di de-conflitto e a organizzare un Congresso tra le componenti politiche siriane per avviare un processo negoziale parallelo a quello di Ginevra voluto dalle Nazioni Unite, che riprenderà nei prossimi giorni. In settimana è iniziata a Riyad, in Arabia Saudita, proprio la conferenza dell’opposizione siriana che in vista di Ginevra vuole essere il più rappresentativa possibile. Il colpo di scena sono le dimissioni, a poche ore dall’inizio della stessa, di Riyad Hijab, presidente dal 2015 dell’Alto Comitato di Negoziazione), nonché ex Primo Ministro siriano sotto Assad, dimessosi nel 2012 per protesta contro la feroce repressione governativa dei manifestanti.

Referendum incostituzionale

Il Tribunale Federale Supremo dell’Iraq ha decretato, con sentenza inappellabile, che il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno del 25 Settembre è incostituzionale (e pertanto nullo) e che nessuna regione del paese può effettuare una secessione. Il governo del Kurdistan (KRG) aveva dichiarato la settimana scorsa che avrebbe rispettato il verdetto, aprendo a possibili negoziati con Baghdad. Il governo iracheno aveva risposto al referendum occupando Kirkuk e altri territori contesi tra i curdi e il governo centrale, sconfitte per cui il presidente del Kurdistan Barzani si era dimesso.

Tristi primati

L’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment Femminile insieme a quella per lo Sviluppo hanno presentato a Panama un report che attesta come L’America Latina e i Caraibi siano le regioni più pericolose al mondo per quanto riguarda la violenza sulle donne (fatta eccezione per le zone di guerra). In America Centrale due donne morte su tre, sono vittime di femminicidio. In Honduras, El Salvador, Guatamela e Messico l’assassinio di una donna e lo stupro sono endemici e spesso riconducibili all’imperversare del crimine organizzato, come dichiarato all’AFP da Eugenia Piza-Lopez, a capo della missione UNDP per la parità di genere in Sudamerica.

Solo alcuni dei costi da sostenere, per un esercito europeo

Secondo una ricerca di prossima pubblicazione, condotta da il Munich Security Conference in collaborazione con lo studio McKinsey e la Hertie School of Governance di Berlino, l’Europa dovrà stanziare una cifra compresa tra i 27 e i 41 miliardi di euro annui (per i prossimi 5/7 anni) per modernizzare i suoi eserciti in vista delle sempre più probabili guerre informatiche. I maggiori costi saranno quelli sostenuti per armonizzare i sistemi d’arma: migliorie da apportare a software e hardware e ampliamento della banda larga, per fare in modo che le truppe ovunque si trovino, non incontrino problemi con equipaggiamenti controllati da network digitali.

I 28 stati membri (inclusa la Gran Bretagna) e la Norvegia dovranno destinare fondi anche per la creazione di un’agenzia centralizzata per l’analisi e la condivisione dei dati e per l’ampliamento dell’organico dei cyberwarriors europei. Si legge nella ricerca: “While accurate numbers are hard to come by.. we estimate that there are currently some 2,500 to 3,500 cyberwarriors in the European forces, (..) this is only half the size of the US Cyber Command, despite Europe and the US facing a similar cyber threat environment. “

Mediatore ufficioso.

Dopo due settimane trascorse a Riyad, Arabia Saudita, il primo ministro libanese Saad al-Hariri, che il 2 novembre aveva sorpreso tutti rassegnando le dimissioni e accusando Hezbollah di guidare il Paese con la forza delle armi e l’Iran di ingerire negli affari del Libano, si è recato in Francia per proferire con il presidente Macron circa la crisi innescata con la sua dipartita tra le varie anime che risospingono il quadrante mediorientale. Non si conosce con esattezza la dinamica dei fatti: pare che i sauditi volessero inasprire i rapporti con l’Iran, nel quadro di una strategia atta a ridimensionarne l’influenza in tutta l’area, ma molti passaggi rimangono oscuri. Il presidente Macron si era recato in Arabia Saudita subito dopo le dimissioni di Hariri, mantenendo poi contatti “diretti e frequenti” con Riyad, Beirut, Il Cairo, Gerusalemme e Washington. Macron, assurto a rango di mediatore ufficioso, ha ribadito a più riprese la necessità di risolvere la crisi e arginare l’influenza iraniana nella regione. Il 21 novembre, dopo aver fatto tappa al Cairo e a Cipro, Saad al-Hariri è rientrato in Libano per rassegnare le sue dimissioni al presidente Michel Aoun, che però le ha rifiutate, esortando il primo ministro a dialogare con le altre forze politiche per dirimere la questione. La situazione rimane tesa, le richieste di Hariri per ritirare le dimissioni sono delicate e complesse, ma Hezbollah si è detta pronta a collaborare. Il caos pare almeno per ora scongiurato.

Hariri al suo arrivo all’aereoporto internazionale di Beirut. Credits to: Mohamed Azakir/Reuters]

La fine di un’era.  

Il tempo di Robert Mugabe, 93 anni, supremo capo dello Zimbabwe da 37 anni, è giunto al termine. L’anziano ex presidente continuerà a vivere nel suo Paese, indisturbato, forte del beneplacito ottenuto dalla nuova casta regnante e dai suoi oppositori politici. Al suo posto, prende le redini del comando Emmerson Mnangagwa, 75 anni, noto come il “coccodrillo” per la sua apparente spietatezza. Mnangagwa era stato destituito dalla carica di vicepresidente lo scorso 6 novembre, ma i legami stretti con le forze armate e le agenzie di intelligence gli sono valsi un ritorno in pompa magna. Il 15 novembre, dopo un colpo di stato orchestrato dall’esercito, Mugabe è stato defenestrato e Mnangagwa è stato scelto come successore. Cerimonia e giuramento si sono tenuti ad Harare venerdì 24 novembre. “Oggi assistiamo all’inizio di una nuova e compiuta democrazia nel nostro Paese” ha affermato il nuovo presidente davanti a una folla acclamante, ma i dubbi circa la natura e le inclinazioni dittatoriali di Mnangagwa permangono. I detrattori sostengono che egli non sia altro che uno spietato criminale, e che non siano molte le cose a separarlo dall’ex dittatore Mugabe. Insomma, lo Zimbabwe sembra essersi liberato da una delle dittature più longeve della storia, ma non è ancora chiaro se un regime di natura similare lo aspetti al varco.

Le infinite traversie dei Rohingya

Giovedì 23 novembre, dopo settimane di negoziati diplomatici, i governi di Myanmar e Bangladesh hanno raggiunto un accordo per il rimpatrio degli oltre 630.000 Rohingya fuggiti oltre confine a causa delle politiche persecutorie intraprese dalle forze armate del Myanmar e finalizzate alla completa rimozione della minoranza di religione islamica dalla regione dell’Arakan.

Il governo guidato da Aung San Suu Kyi, si è detto pronto ad accogliere i Rohingya e ripristinare l’ordine nelle regioni coinvolte da questa campagna di pulizia etnica (definita tale da Onu e USA) ma i dubbi rimangono. Le autorità birmane non detengono il pieno controllo delle forze armate, e non è affatto certo che dopo il rimpatrio le violenze cessino. I Rohingya, d’altronde, sono apolidi dato che non sono riconosciuti come cittadini dello Stato birmano per via della Citizenship Law del 1982, che li ha formalmente privati dei loro diritti fondamentali. Come se non bastasse, gestire un flusso così ingente di profughi presenta delle problematiche che né Dacca né Naypyidaw sembrano pronte ad affrontare.

Il rimpatrio dovrebbe cominciare tra circa due mesi. Il ministro degli esteri del Bangladesh, Mahmood Ali, ha riferito che l’accordo rappresenta un “primo passo” verso la soluzione del problema, e che c’è ancora molto da fare per dirimere la questione. Negli Stati Uniti, frattanto, il segretario di stato Rex Tillerson ha impiegato il termine “pulizia etnica” per descrivere le atrocità commesse in Birmania contro i Rohingya, e ha minacciato di imporre sanzioni contro i responsabili se le cose non dovessero migliorare.

Un bambino Rohingya nel centro di cura per casi gravi di malnutrizione all’interno del campo di Balukhali.
Credits to: Munir Uz Zaman/AFP/Getty Images

In nome dell’unità nazionale?

Dopo il fallimento della “coalizione Giamaica” (i colori dei quattro partiti coinvolti erano quelli della bandiera giamaicana), Angela Merkel si ritrova in un limbo post elettorale, incapace di governare senza il sostegno di altre forze politiche in bilico tra l’immobilismo e nuove elezioni, ma la Spd, dopo un lungo esame di coscienza da parte della direzione generale, ha riaperto a nuovi colloqui per la formazione di un governo con la Cdu il partito della Cancelliera. Questo riproporsi della Grosse koalition, un’opzione inizialmente scartata dal leader dei social-democratici Martin Schultz, porterebbe almeno temporaneamente la Germania fuori dalla crisi politica, impedirebbe all’estrema destra di guadagnare ulteriore terreno (capitalizzando il fallimento dei partiti tradizionali) e permetterebbe a Angela Merkel di guidare il paese per un quarto mandato. L’inflessibilità di Schultz è stata lesa quando molti esponenti del suo partito hanno cominciato a mostrare segni di malumore per l’intransigenza del leader che dopo un lungo colloquio con il presidente della Repubblica e suo compagno di partito Frank- Walter Steinmeier, è tornato sui suoi passi e ha inaugurato una nuova fase negoziale con gli esponenti della Cdu. Gli ultimi quattro anni di coabitazione con Angela Merkel non hanno certo giovato politicamente ai socialdemocratici, che alle elezioni di settembre sono crollati sotto il 20 per cento, il peggior risultato dal dopoguerra, ma una seconda tornata elettorale rischierebbe di aggravare ulteriormente la posizione dell’Spd, mentre formando una coalizione di governo la partita si giocherebbe nell’arena politica.

Ripensamenti 

I legali dell’ex consigliere alla Casa Bianca Michael Flynn hanno annunciato che interromperanno con effetto immediato la collaborazione con gli avvocati del presidente Donald Trump nell’ambito dell’inchiesta speciale sulle interferenze russe alle ultime elezioni americane. Flynn è una pedina chiave nelle indagini che coinvolgono l’entourage del presidente e un suo avvicinamento al procuratore speciale Robert Mueller per collaborare alle investigazioni potrebbe rappresentare una svolta inattesa. Le ragioni che hanno spinto Flynn a fare un passo indietro e cambiare fronte di battaglia non sono ancora certe, ma è probabile che egli cerchi di patteggiare una pena minore, o finanche l’impunità totale in cambio della sua testimonianza contro Trump. Qualora la collaborazione tra Mueller e Flynn venisse ufficializzata, le indagini potrebbero procedere più speditamente e far emergere nuovi elementi probatori che confermino le tesi degli inquirenti.

Di Francesco Balucani
Francesco Balucani
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