I risultati delle elezioni in Catalogna, l’avvio della procedura sanzionatoria ai danni della Polonia, il fallimento dei negoziati di pace sulla Siria, l’attacco a Melbourne e molto altro nel nostro International Weekly Brief.

Catalogna al voto

La coalizione indipendentista ha vinto le elezioni parlamentari che si sono svolte in Catalogna il 21 dicembre; le consultazioni elettorali, convocate dal premier Rajoy sulla base dei poteri a lui conferiti dal Senato di Madrid, hanno visto la partecipazione dell’82% degli aventi diritto al voto, un risultato eccezionale superiore di sette punti rispetto a quello conseguito nel 2015.

Le tre liste separatiste Junts per Catalunya, Esquerra Republicana e Cup hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, totalizzandone 70 su 135, ma ancora una volta non hanno raggiunto il risultato elettorale sperato, fermandosi al 47,5 % delle preferenze.

Non si è fatta attendere la reazione del deposto Presidente catalano Carles Puigdemont, che ha definito il successo “uno schiaffo al volto” ai danni di Rajoy.


Un uomo indossa la barretina, tipico cappello catalano, e bacia la sua scheda elettorale. Credits: Lluis Gene/AFP/Getty Images

Un ultimatum lungo 3 mesi

Per la prima volta nella storia, la Commissione Europea ha annunciato l’avvio delle procedure per l’applicazione contro la Polonia dell’art 7 dei Trattati, una sanzione che comporterebbe una riduzione degli aiuti e la sospensione del diritto di voto riconosciuto al governo di Varsavia in ambito europeo.

La volontà espressa dal Presidente polacco Andrzej Duda di dar seguito alla consistente riforma del sistema giudiziario attraverso l’emanazione di due leggi destinate ad incrementare il controllo politico nei confronti della giustizia, ha spinto l’organo esecutivo dell’Ue ad adottare tale decisione, data la sussistenza di “un chiaro rischio di una seria violazione dello stato di diritto”.

La Commissione europea, pur avendo sollecitato i governi facenti parte dell’Unione a condannare l’operato di Varsavia, ha però concesso alla Polonia tre mesi di tempo per apportare delle modifiche alla riforma e ristabilire l’ordine.

Cittadini polacchi in corteo a Varsavia lo scorso 24 Novembre. Credits: JANEK SKARZYNSKI/AFP/Getty Images

To be continued

Gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a mitigare la propria posizione in merito alla vicenda relativa allo status di Gerusalemme; questa volta ad innescare lo scontro è stato il veto che gli USA hanno posto ad una risoluzione ONU avente ad oggetto l’annullamento del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. Il testo del provvedimento, in base al quale “qualsiasi decisione e azione che pretenda di alterare il carattere, lo status o la composizione demografica della Città Santa di Gerusalemme non ha alcun effetto legale, è nulla e deve essere invalidata in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”, ha invece incontrato il sostegno degli altri 14 membri del Consiglio di Sicurezza.

Dura la reazione dell’ambasciatrice americana Nikki Haley, secondo la quale il voto favorevole alla risoluzione di matrice egiziana rappresenta “un insulto [che] non sarà dimenticato”.

Intanto, pochi giorni dopo aver promosso un vertice dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC) nel corso del quale è stata fortemente contestata la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, il Presidente Erdogan ha annunciato l’intenzione di aprire un’ambasciata turca a Gerusalemme Est.

Un’opportunità d’oro persa

“Sarà difficile fare progressi in futuro se il governo si ostinerà a non incontrare nessuno che abbia un’opinione diversa”: così l’inviato Onu Staffan De Mistura ha commentato il fallimento dei negoziati di pace sulla Siria di scena a Ginevra. La causa della disfatta è da ascriversi al ritiro della delegazione inviata dal regime siriano; questa infatti, oltre ad essersi rifiutata di affrontare i principali punti all’ordine del giorno (il processo costituzionale e le elezioni presidenziali) concentrandosi invece soltanto sul terrorismo, ha rinunciato a confrontarsi con i rappresentanti dell’opposizione, ponendo come condizione di un eventuale incontro la previa rinuncia alla richiesta di dimissioni di Bashar al Assad.

Staffan De Mistura a Ginevra deluso dalla mancata partecipazione della delegazione siriana ai colloqui di pace di Ginevra. Credits: Fabrice Coffrini/AFP/Getty Images

Pericolose (ed illegali) compravendite

Un uomo residente a Sydney da oltre 30 anni ed originario della Corea, è stato arrestato in Australia con l’accusa di lavorare nel mercato nero per vendere carbone e componenti di missili per conto della Corea del Nord.
A carico di Chan Han Choi (questo il nome del colpevole) pendono due capi d’imputazione per la violazione della legge australiana contro la proliferazione di armi di distruzione di massa e altri quattro per la violazione della legge che applica le sanzioni delle Nazioni Unite e dell’Australia contro la Corea del Nord.

Intrappolati tra le fiamme

Nella notte di giovedì 21 dicembre un incendio è divampato all’interno di un centro sportivo a Jecheon, cittadina della Corea del Sud, causando la morte di almeno 29 persone. Il fuoco ha avvolto in breve tempo gli otto piani dell’edificio e le esalazioni tossiche, confondendosi inizialmente con i vapori della sauna, hanno tratto in inganno molti ospiti della struttura, che troppo tardi si sono accorti di quanto stesse accadendo.

Secondo le dichiarazioni rilasciate dai vigili del fuoco, è tristemente destinato a salire il bilancio delle vittime di quello che è stato definito come il più disastroso incendio sudcoreano dal 2008.

Squadre di emergenza in azione a Jecheon, in Sud Korea. Credits: Yonhap/EPA, theguardian

Follia umana

Giovedì 21 dicembre un Suv bianco ha investito numerosi pedoni all’incrocio di Flinders Street, nel centro della città australiana di Melbourne.

19 persone sono state ferite, di cui 4 in modo grave; stando alle ricostruzioni dei testimoni, il conducente, dopo aver superato senza esitazioni un semaforo rosso, avrebbe cercato di travolgere quanti più passanti possibili, prima dello scontro contro una struttura in cemento.

Saeed Noori, cittadino australiano trentaduenne di origini afghane alla guida del mezzo, era noto alle autorità ed aveva alle spalle molteplici episodi di aggressioni criminali e abusi di droga.

“Un atto malvagio”, così l’agente Mr Patton ha definito l’accaduto, escludendo un’eventuale matrice terroristica ed individuando la causa dell’attacco nella malattia mentale dell’uomo.

Un secondo individuo, sorpreso a filmare l’incidente e trovato in possesso di un sacchetto contenente coltelli, è stato arrestato sulla scena del crimine e sottoposto a custodia cautelare, salvo poi essere rilasciato dopo l’interrogatorio per mancanza di indizi che potessero ricollegarlo alla vicenda.

Polizia scientifica australiana alla ricerca di indizi presso l’incrocio di Flinders Street a Melboune dopo l’incidente. Credits: Asanka Brendon Ratnayake

 

Giustizia tardiva

Eshetu Alemu, braccio destro dell’ex leader comunista dell’Etiopia Mengistu Haile Mariam, è stato condannato all’ergastolo per crimini di guerra poiché colpevole di numerosi reati, compresa l’esecuzione di 75 persone durante le purghe del “Terrore Rosso” alla fine degli anni ’70. Nonostante l’identificazione di oltre 300 vittime fornisca una solida prova delle accuse che gli sono state rivolte, Alemu, di doppia nazionalità etiope e olandese, si è dichiarato innocente (pur senza presenziare all’udienza).

La condanna, emessa da un tribunale olandese, va ad aggiungersi alla pena capitale comminatagli dall’Etiopia al termine di un processo in contumacia.

The tax reform

Con 51 voti favorevoli e 48 contrari, il Senato degli Stati Uniti ha approvato la riforma fiscale sostenuta dal Presidente Trump. Il testo, destinato a tornare alla Camera dei Rappresentanti per essere accolto (seppur con qualche modifica), dovrà poi essere sottoscritto dal Presidente prima di entrare ufficialmente in vigore a partire dal 2018.

La norma, che coinvolge aziende e privati, prevede una riduzione del tasso delle imposte societarie dal 35% al 21% nonché un abbassamento temporaneo delle aliquote fiscali individuali.

Nonostante i proclami di quanti la sostengono, la riforma sembra però destinata a favorire principalmente le multinazionali e l’industria immobiliare commerciale, come sottolineato in aula dagli esponenti del Partito Democratico.

di Federica Allasia
Redazione
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