Lo storico incontro tra i leader della Corea del Sud e della Corea del Nord, le trimestrali delle grandi aziende internazionali, gli scontri in Nicaragua e la “rivoluzione di velluto” in Armenia, tra le notizie più rilevanti della settimana nel nostro International weekly brief.

Ci vediamo a Washington

Settimana densa di incontri euro-atlantici. Lunedì è atterrato negli Usa il presidente francese Emmanel Macron, che si è incontrato con Donald Trump. L’arrivo di Macron è stato anticipato da un’intervista a Fox News, dove il presidente francese ha esortato la Casa Bianca a rispettare l’accordo sul nucleare iraniano ed evitare di fare “guerre contro tutto e tutti”. Trump, nonostante abbia definito “folle” e “terribile” l’accordo con l’Iran, si è comunque mantenuto su posizioni possibiliste su un nuovo accordo se questo avrà “solide basi”.

Macron ha però detto di considerare fallita la sua missione per convincere Trump a restare nell’accordo sul nucleare iraniano. Intanto il Ministro degli esteri iraniano è intervenuto all’Onu per chiedere ai paesi del Golfo di abbandonare “illusioni egemoniche” e aprire un forum regionale per la sicurezza.

L’incontro con Trump sembra aver consolidato l’intesa tra i due paesi, anche se Macron, parlando al Congresso – come fece De Gaulle nel 1960 – non ha risparmiato critiche al presidente Usa sui temi quali il protezionismo, il clima e l’isolazionismo: “un’elegante coltellata alla schiena”, ha detto il Washington Post, mentre Foreign Affairs si chiede se la Francia potrà porsi come “ponte” tra le due sponde dell’Atlantico.

Venerdì è invece atterrata negli States la cancelliera tedesca Angela Merkel, accolta da Trump più freddamente rispetto al presidente francese. Merkel, durante la visita, ha sostenuto con forza l’esenzione per l’Europa dai dazi commerciali, ma ancora nulla è stato deciso da parte della Casa Bianca. Berlino ha anche rinnovato il sostegno all’accordo sul nucleare iraniano, mentre l’Amministrazione americana ha ribadito la necessità che tutti gli alleati Nato contribuiscano alle spese per la difesa con almeno il 2% del Pil.

Ci vediamo al confine

Venerdì si sono incontrati a Panmunjom, nella “zona demilitarizzata” al confine tra Corea del Nord e del Sud, il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader nordcoreano Kim Jong-un. Ad inizio settimana per stemperare le tensioni la Corea del Sud ha interrotto la trasmissione audio di contro-propaganda indirizzata oltre il 38° parallelo attraverso grandi megafoni.

Guardie di frontiera sudcoreane con uno dei loro altoparlanti, oggi spenti – Getty Images

La storica stretta di mano ha rivelato un clima apparentemente disteso e cordiale tra i due leader. Kim Jong-un – che è il primo leader nordcoreano a superare il confine dalla fine della Guerra di Corea negli anni Cinquanta – dopo i saluti iniziali ha rotto il protocollo invitando il presidente sudcoreano a varcare il confine a nord: l’hanno fatto tenendosi per mano.

Durante l’incontro, scandito in diversi momenti della giornata, da diverse riunioni diplomatiche e da simbolismi, è stato discusso delle difficoltà economiche nordcoreane (la cui popolazione vive in drammatica povertà, soprattutto se messa in confronto alla ricca popolazione sudcoreana) e dello sviluppo militare della tecnologia nucleare di Pyongyang.

Kim ha anche firmato il registro presente nella “Casa della Pace”, annunciando la firma di un Trattato che formalizzerà la pace tra i due paesi entro la fine dell’anno: “non ci sarà più guerra nella penisola coreana, una nuova era di pace è iniziata” ha detto Moon, che ha aggiunto “il presidente Kim Jong-un e io abbiamo convenuto che sarà raggiunta una completa denuclearizzazione, e questo è il nostro obiettivo comune”.

L’unica donna presente agli incontri diplomatici è stata la sorella del dittatore nordcoreano, Kim Yo Jong. A questo link potete scaricare la dichiarazione ufficiale degli storici incontri di venerdì, che contiene anche riferimenti alla riunificazione del paese.

in tutto questo, scrive il New York Times, la Cina rischia di rimanere un osservatore ai margini delle scelte diplomatiche. Inoltre, secondo uno studio dell’Università di scienza e tecnologia della Cina, il sito dove la Corea del Nord ha eseguito tutti i suoi test nucleari a partire dal 2006 potrebbe essere collassato. Ciò, rileva il Guardian, potrebbe mettere sotto una luce diversa le aperture del regime nordcoreano e la promessa di sospendere i test nucleari, annunciata alla fine della scorsa settimana.


Intanto Mike Pompeo, ex direttore della Cia che ha organizzato l’incontro tra Trump e Kim del prossimo mese, è stato confermato dal Congresso Segretario di stato Usa e venerdì si è recato a Brussels per il suo primo vertice Nato, dove ha chiesto – quasi in contemporanea con il suo presidente da Washington – che tutti gli stati membri Nato contribuiscano maggiormente alle spese.

La frase di Kim Jong-un, con firma, sul registro degli ospiti alla “Casa della Pace” – via Cnn

Gli altri confini

Il gruppo unionista nord-irlandese che appoggia il governo May ha minacciato di togliere la fiducia al Primo ministro se verrà deciso di mantenere l’Irlanda del Nord nell’Unione doganale o nel mercato unico a seguito della Brexit. Una “linea rossa” che complica ulteriormente la situazione di Theresa May, che tra le altre cose deve affrontare un voto negativo della Camera dei lord sull’uscita dall’Unione doganale e una frenata del Pil nel primo trimestre del 2018.

La Brexit inoltre renderebbe attivo il provvedimento che tassa con 7 euro gli ingressi delle persone che arrivano da paesi fuori dall’Unione europea. E intanto l’economia britannica vede il suo peggior trimestre dal 2012.

Nel frattempo la Macedonia è in attesa di sapere la timing per iniziare i colloqui d’ingresso nell’Unione europea, mentre la Bulgaria sarebbe in procinto di adottare le misure necessarie per entrare nell’Eurozona: il primo passo sarà l’applicazione del Meccanismo dei tassi di cambio chiamato Erm II.

Russiagate

Ci sono novità sulle investigazioni riguardo alle interferenze russe nelle elezioni Usa del 2016. L’avvocato russo Natalia V. Veselnitskaya, responsabile di alcuni incontri tenuti con funzionari della campagna elettorale di Trump in cui furono probabilmente condivise informazioni riguardanti Hillary Clinton, avrebbe legami molto più stretti con il Cremlino rispetto a quello che si sapeva fino ad oggi. Inoltre il Comitato d’Intelligence della Camera Usa ha pubblicato un report sulle investigazioni in cui si sottolinea l’ostruzionismo da parte repubblicana nei confronti delle indagini.

La piazza armena

Le proteste dei cittadini armeni – scesi in piazza contro la volontà dell’ex presidente Serzh Sargsyan di continuare a guidare il paese anche a seguito delle modifiche costituzionali e delle promesse disattese di non voler forzare le regole che gli avrebbero impedito di correre per un terzo mandato – hanno avuto successo. Sargsyan, che si era fatto nominare primo ministro il 14 aprile, ha rassegnato le proprie dimissioni.

Una vittoria delle opposizioni guidate da Nikol Pashinian, conseguita nei giorni in cui si commemora il 103° anniversario del genocidio armeno ad opera dei turco-ottomani. Vi spieghiamo meglio quali conseguenze ci saranno in questo nostro approfondimento sulla “rivoluzione di velluto”, come la ha definita Pashinian, che intanto si dice pronto a guidare il paese. Per Foreign Policy sbaglia chi vede in queste proteste una qualche macchinazione anti-russa.

Non c’è pace per l’Afghanistan

Un kamikaze si è fatto esplodere a inizio settimana nella capitale Kabul, dove si stavano organizzando le registrazioni elettorali per le prossime elezioni legislative, che si terranno il 20 ottobre.

L’attacco, che ha causato una sessantina di vittime, è stato rivendicato da Isis. Intanto secondo la rivista specializzata di cose asiatiche The Diplomat, nel sud del paese, nella provincia di Helmand, controllata dai talebani, si stanno registrando inusuali proteste cittadine: uomini e donne hanno marciato per chiedere la fine degli scontri e la protezione e salvaguardia dei civili.

La fossa

Le autorità curdo-arabe che controllano Raqqa hanno denunciato la presenza di una grande fossa comune scavata sotto lo stadio della città. Raqqa era la capitale Isis in Siria, fino a che la coalizione internazionale a guida Usa non è riuscita a scacciare gli islamisti. Lo stadio è stato per settimane l’ultima roccaforte di Daesh in città. Nella fossa ci sono dai 200 ai 500 corpi non ancora identificati, ma che potrebbero essere di civili e soldati del regime siriano catturati giustiziati durante la resa del 2014.

Sangue nelle strade del Nicaragua

Sono almeno 25 le vittime in Nicaragua negli scontri durati 5 giorni tra cittadini e polizia, scatenatesi a seguito dell’approvazione di una contestata riforma pensionistica voluta dal presidente Daniel Ortega e dalla risposta violenta della polizia. A 5 emittenti televisive è stato anche vietato di coprire gli eventi. Ortega starebbe pensando di sospendere la riforma.

In piazza i manifestanti hanno chiesto le dimissioni del presidente Daniel Ortega – credits: Reuters

Matti al volante

A Toronto, in Canada, un furgone è stato scagliato sulla folla da parte di un armeno con risaputi problemi psichici. Inizialmente si è pensato ad un attacco terroristico di matrice islamista, ma la polizia ha smentito. Grave il bilancio di 10 morti e almeno 15 feriti.

Crisi dimenticate

Un bombardamento in Yemen operato dalla coalizione saudita ha ucciso il leader dei ribelli Houthi Saleh al Samad, già presidente dell’organismo politico che governa le parti del paese sotto il controllo dei ribelli sciiti sostenuti dall’Iran e seconda personalità più ricercata dal governo sostenuta dall’Arabia Saudita, dopo il leader militare Abdul Malik al-Houthi. L’attacco è avvenuto nella città portuale di Hodeidah, sulla costa occidentale dello Yemen. Il suo posto nel consiglio politico Houti è stato preso da Mahdi al-Mashat. Gli Houthi hanno anche denunciato l’uccisione di 20 persone e il ferimento di 30 durante un matrimonio, sempre a causa di un bombardamento saudita.

Nel frattempo, il generale libico Khalifa Haftar è rientrato a Bengasi, in Libia. Lo riferisce la tv libica al-Hadath mostrando le immagini del generale che scende dall’aereo. Il generale era stato ricoverato a Parigi 2 settimane fa per un apparentemente grave malore.

In Somalia invece le truppe governative hanno occupato una base militare gestita dagli Emirati Arabi Uniti nella capitale di Mogadiscio. L’ordine del Ministero della difesa somalo di porre fine alla cooperazione militare con il paese del Golfo è collegabile all’inasprimento delle tensioni tra i due paesi, alla chiusura di un ospedale sempre gestito dagli EAU e al sequestro di 10 milioni di dollari a diplomatici emiratini all’aeroporto della capitale somala due settimane fa. Secondo il governo somalo gli Emirati starebbero supportando i separatisti del Somaliland.

In Ucraina si sta assistendo ad un aumento degli scontri. Nell’ultima settimana ci sono stati almeno 100 attacchi da parte dei separatisti filo-russi del Donbass a postazioni dell’esercito ucraino. Diversi soldati ucraini risultano feriti a causa di lanci di missili Grad e mortai nei pressi di Novoluhanske. Intanto l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha riconosciuto ufficialmente i territori dell’est dell’Ucraina come occupati militarmente dalle forze russe.

Non si fermano gli scontri anche a Gaza, in Palestina, dove le forze di sicurezza israeliane stanno contenendo con forza le manifestazioni palestinesi al confine che vengono proclamate da 5 settimane ogni venerdì con il nome di “marcia del ritorno”. Il bilancio di questa settimana è di 3 palestinesi uccisi e quasi 1000 feriti.

Minacce economiche

La Casa Bianca ha paventato un ridimensionamento delle sanzioni contro il gigante dell’alluminio russo Rusal, nel caso il gruppo decidesse di tagliare i ponti con Oleg Deripaska, l’oligarca vicino al Cremlino che ne detiene il controllo e contro cui sarebbero indirizzate le ultime direttive sanzionatorie di Trump. La multinazionale russa avrebbe convinto Deripaska a rinunciare al controllo della compagnia. Crolla intanto il prezzo dell’alluminio. Stabile sebbene non eccessiva la crescita del barile sui mercati internazionali.


Non restiamo indietro

La Commissione europea ha chiesto ai governi dell’Unione di mettere a disposizione 20 miliardi di euro per recuperare il gap competitivo nel campo dell’Intelligenza Artificiale nei confronti di Stati Uniti e Cina. Alcuni dei più importanti scienziati continentali ha scritto una lettera aperta, raccolta da La Stampa, in cui si chiede all’Europa di creare l’European Lab for Learning & Intelligent Systems (ELLIS in breve), con uno scopo analogo a quello del Cern: contenere l’esodo dei ricercatori e degli scienziati verso gli Stati Uniti e dotare l’Europa di un polo di ricerca sull’AI.

Tempo di trimestrali

Alphabet, la holding che controlla l’universo Google, ha pubblicato i conti trimestrali: i profitti sono cresciuti nel primo trimestre del 73% e le entrate del 26%. A questo si accompagna un incremento delle spese in investimenti, assunzioni e ricerca e sviluppo (da 2,5 miliardi a 7,3 miliardi di dollari). Nel suo briefing il Financial Times parla della difficoltà di fare previsioni sulla salute economiche di grandi aziende tech come Google. Intanto Apple ha raggiunto un accordo con l’Irlanda: dal prossimo mese inizierà a versare le tasse non pagate (13 miliardi di euro), come imposto dalla Commissione europea.

Positivi anche i conti trimestrali di Facebook, che ha registrato ricavi complessivi per 12 miliardi di dollari e un aumento degli utenti attivi, e di Twitter, che è riuscito ad invertire gli scarsi risultati degli ultimi anni. Amazon ha registrato invece un aumento dei ricavi del 43%, i profitti sono raddoppiati passando da 724 milioni di dollari a 1,6 miliardi di dollari. Jeff Bezos, capo di Amazon, avrebbe guadagnato circa 8 miliardi di dollari solo grazie all’aumento del valore delle sue azioni. Positivi anche i numeri di Microsoft, che ha aumentato il fatturato del 16%.

@profgalloway via ValueWalk

Fuori dal mondo tech, il Banco Santander ha chiuso il primo trimestre annuale con 2 miliardi di utili, in aumento del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre sono crollati del 79% gli utili di Deutsche Bank. In perdita anche Barclays. È poi stato pubblicato il Global Music Report, in cui si scrive che i ricavi della musica in streaming hanno superato per la prima volta quelli derivati da supporti fisici.

Orizzonti monetari

Mario Draghi durante la conferenza stampa di giovedì che ha seguito la consueta riunione mensile del board Bce ha  comunicato che i tassi d’interessi rimarranno invariati e che il programma di Quantitative Easing continuerà finché “sarà necessario” a raggiungere gli obiettivi di inflazione continentali. Sulla crescita moderata dell’Eurozona Draghi ha detto che “serve prudenza, pazienza e persistenza” e la Bce ha invitato la Germania ad allentare le misure sul debito greco.

La Banca centrale giapponese, riunitasi venerdì, ha invece abbandonato i propri target temporali di inflazione posti al 2% dal governatore Haruiko Kuroda 2 anni fa, di fatto sconfessando le decisioni fin qui prese che non hanno sortito effetti. Il problema della caduta dei prezzi rimane uno dei problemi più gravi dell’economia giapponese. Confermati i tassi d’interesse, al minimo storico dello 0,1%.

Tassi invariati anche per la Banca centrale russa, il cui Consiglio ha deliberato venerdì la conferma del tasso al 7,25% per via delle forti pressioni di indebolimento del rublo, che potrebbero peggiorare la stabilità monetaria,

Modus Vivendi

Il capo della media-company Vivendi, il finanziere Vincent Bolloré (molto attivo anche in Italia) è stato fermato e incriminato dalla procura francese di Nanterre, che lo ha interrogato per delle accuse di corruzione secondo le quali avrebbe aiutato alcuni politici di Tongo e Guinea nella loro scalata politica al potere, ricevendo in cambio concessioni sui terminal portuali. Dopo due giorni di fermo Bolloré, che nega le accuse, è stato rilasciato.

Spese folli della Cina in Europa

Bloomberg riporta – e spiega con belle infografiche – le preoccupazioni delle cancellerie europeo nei confronti dei massicci investimenti cinesi su territorio europeo, che negli ultimi 10 anni ammonterebbero a più di 300 miliardi di dollari, una cifra molto più alta rispetto agli investimenti negli Usa dello stesso periodo. Le preoccupazioni nascono per via di un ingresso “incontrollato” di capitali cinesi in società europee strategiche.

Europa: fronti aperti

La Commissione europea ha chiesto ai governi dell’Unione di adottare un codice per le piattaforme online finalizzato a contrastare la diffusione di fake news e bufale online, ed ha anche preparato delle regole per il settore dell’e-commerce aventi l’obiettivo di difendere le piccole e medie imprese dalla concorrenza dei colossi dello shopping online.

Il Parlamento europeo ha invece raggiunto un accordo con gli Stati membri in materia di media-audiovisivo (broadcast televisivi e piattaforme di streaming) che prevede una regolamentazione a servizi extra-Ue per cui almeno il 30% dei loro cataloghi dovrà essere stata prodotta nell’Unione europea. I governi potranno chiedere ai servizi di broadcasting e streaming extracomunitari di sostenere finanziariamente le produzioni europee.

Da Atene, il Ministro greco delle finanze Euclid Tsakalotos ha presentato ai al governo il progetto di ripresa che entrerà in vigore alla fine del programma di aiuti in agosto.

Stallo nel Sahara Occidentale

Gli Stati Uniti hanno deciso di posticipare il voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu, originariamente previsto per mercoledì 25 aprile, destinato a rinnovare per un anno la missione della forza di pace Minurso nel Sahara Occidentale. L’inviato dell’Onu per il Sahara occidentale, l’ex presidente tedesco Horst Koehler, ha promesso al Consiglio di sicurezza un nuovo ciclo di negoziati nel 2018, dopo anni di interruzione dei colloqui.

Un uomo Saharawi regge una bandiera del Fronte Polisario nella zona di Al-Mahbes vicino al muro che separa il Sahara Occidentale, controllato dal Polisario, dal Marocco il 3 febbraio – credits: Afp

L’inviato Onu ha invitato anche gli Stati confinanti ad aumentare il loro coinvolgimento nei negoziati e adempiere al loro ruolo essenziale e speciale nel sostenere il processo politico. La questione del Sahara Occidentale va avanti da quasi 50 anni: il Fronte Polisario richiede un referendum di autodeterminazione del territorio – una zona desertica di 266 000 km2 – mentre il Marocco respinge qualsiasi altra soluzione oltre all’autonomia sotto la sua sovranità. Ad oggi il Sahara Occidentale rimane l’unico territorio d’Africa allo stato post-coloniale irrisolto. Potete leggere dal nostro archivio questo articolo per capire le reali motivazioni che si nascondo dietro questa crisi irrisolta.


LETTURE DELLA DOMENICA
a cura di Lorenzo Carota
Lorenzo Carota
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