La visita della delegazione ONU in Myanmar e del presidente nigeriano a Washington, la dissoluzione di ETA, gli attentati in Nigeria, Repubblica Centrafricana e Afghanistan, il summit a Bonn sul cambiamento climatico e molto altro nel nostro International Weekly Brief.


L’ONU visita i Rohingya

Una delegazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU ha visitato i rifugiati Rohingya intrappolati nei campi profughi lungo il confine tra Myanmar e Bangladesh, prima di incontrare le autorità del Myanmar e quelle dello stato del Rakhine, in una inusuale visita diplomatica per tentare di risolvere la crisi. Le testimonianze raccolte dalla delegazione parlano di atrocità contro i civili, massacri, stupri di massa, torture e pulizia etnica. I rifugiati si sono appellati alla delegazione per chiedere protezione, giustizia e un sicuro ritorno in Myanmar. Tra le richieste consegnate in un documento ai diplomatici dell’ONU vi è anche una presenza di sicurezza internazionale nello stato di Rakhine, la supervisione dei rimpatri e il ripristino della cittadinanza.

La delegazione ha poi incontrato la leader del Myanmar Aung San Suu Kyi, da tempo criticata per il suo silenzio di fronte alle atrocità contro i Rohingya, e i generali delle forze armate, esortando il governo birmano a rispettare i propri obblighi in quanto Stato membro delle Nazioni Unite, sia nel rispetto delle Convenzioni ONU sia nel garantire il rimpatrio sicuro dei circa 700,000 rifugiati fuggiti dai massacri dei militari.

Nei giorni immediatamente precedenti alla visita della delegazione, nuovi scontri tra i militari birmani e i ribelli della minoranza Kachin avevano portato a un nuovo esodo di rifugiati (almeno 4,000 dall’inizio di aprile). I Kachin, per lo più cristiani, sono un’altra minoranza che combatte per una maggiore autonomia dalla nazione prevalentemente buddista dal 1961.

Credits to: BBC.

Credits to: BBC.

La Nigeria, da “shithol country” a “Paese bellissimo”

Lunedì 30 aprile il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha incontrato il presidente americano Trump durante una visita di Stato a Washington, la prima di un capo di Stato africano negli Stati Uniti da quando Trump è in carica e anche da quando Trump ha definito i Paesi africani, Nigeria compresa, come “shithole countries” sostenendo che i nigeriani non vogliono lasciare gli Stati Uniti per doversene tornare “nelle loro capanne”. Date queste premesse, la delicatezza del bilaterale era inevitabile. Secondo quanto riportato dal The Guardian, il presidente Buhari avrebbe scelto la via diplomatica, rispondendo a un giornalista: “Sono molto cauto verso ciò che la stampa dice di [persone] diverse da me stesso. Non sono sicuro della veridicità [dell’affermazione di Trump], quindi la cosa migliore è stata tacere.” Intervenendo Trump ha affermato: “Non ne abbiamo discusso“, prima di esprimere il desiderio di visitare la Nigeria che “è un Paese straordinario e di una bellezza unica”.

Imbarazzo a parte, l’incontro è stato molto significativo. Trump ha chiesto alla Nigeria di rimuovere le barriere commerciali, dicendo che gli Stati Uniti sono “debitori” per fornire ogni anno al Paese africano oltre 1 miliardo di dollari in aiuti, aggiungendo che gli Stati Uniti investiranno sostanzialmente in Nigeria se Buhari sarà in grado di creare una maggiore “parità di condizioni” sul commercio. I colloqui si sono svolti infatti in un momento in cui sia gli Stati Uniti che la Cina stanno cercando di rafforzare le relazioni commerciali con l’Africa.

Buhari ha ringraziato gli USA per il loro sostegno nella lotta contro Boko Haram, in termini di addestramento e presenza militare: la lotta al terrorismo e la cooperazione sulla sicurezza sono stati gli altri argomenti che hanno dominato i colloqui.

Agur

Il grupo separatista e terrorista ETA ha annunciato la propria dissoluzione giovedì, a sei anni e mezzo di distanza da quando aveva dato per terminata la sua attività terrorista. Il comunicato trasmesso dall’organizzazione e intitolato “Declaración final de ETA al pueblo vasco“, non fa allusione alcuna alle vittime del terrorismo ma solamente alla traiettoria politica seguita del gruppo. La risposta di Madrid è stata la linea dura, il Primo Ministro Rajoy ha infatti annunciato in una dichiarazione istituzionale che non vi sará impunità per i crimini commessi. Rimane ora in sospeso la questione dei prigionieri condannati per aver fatto parte di ETA, per cui da tempo è richiesto lo spostamento in carceri presenti sul territorio basco.

Fondata nel 1959 per combattere la repressione franchista, la Euskadi Ta Askatasuna (letteralmente Paesi Baschi Liberi) ha successivamente sostenuto l’indipendentismo basco adottando la lotta armata e terrorista, per cui viene oggi accusata di oltre 854 assassini. In occasione della dissoluzione, che è stata ufficializzata in una conferenza internazionale tenutasi a Cambo-Les-Bains, il periodico El País ha redatto un programma speciale intitolato “El fin de ETA

Terrorismo in Nigeria e in Repubblica Centrafricana

Appena due giorni dopo l’incontro tra Buhari e Trump, il 1 maggio, alcune esplosioni nella città nigeriana di Mubi hanno ucciso almeno 86 persone. Un attentatore suicida, probabilmente di Boko Haram, si è fato esplodere in una moschea durante le preghiere pomeridiane e, mentre i fedeli fuggivano, un secondo attentatore ha fatto esplodere un ordigno a circa 200 metri di distanza. Il giovedì prima, 26 aprile, Boko Haram aveva effettuato un attacco a Maiduguri, capitale del vicino Stato del Borno, uccidendo quattro persone.

Lo stesso giorno, 1 maggio, anche nella Repubblica Centrafricana un attentato a un luogo di culto ha seminato morte: nella capitale Bangui un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione in una chiesa uccidendo almeno 15 persone, tra cui un prete. L’attacco è avvenuto al confine del quartiere PK 5, in prevalenza musulmano, dove 21 persone sono state uccise il mese scorso quando una missione congiunta delle forze di pace ONU e delle forze di sicurezza locali ha avuto uno scontro aperto con i miliziani.

E in Afghanistan

Due esplosioni nella capitale afgana di Kabul hanno ucciso lunedì almeno 26 persone, tra cui 4 poliziotti, tra cui nove giornalisti arrivati per dare copertura mediatica alla prima esplosione iniziale e presi di mira da un attentatore suicida che ha causato la seconda esplosione. L’attentato, che giunge una settimana dopo che un altro attentato ha ucciso 60 persone in fila in un centro di registrazione elettorale della città, sottolineano la crescente insicurezza nel Paese. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco.

Le forze di sicurezza sul luogo dell'attacco suicida a Kabul dopo la seconda esplosione. Crediti: Massoud Hossaini/AP.

Le forze di sicurezza sul luogo dell’attacco suicida a Kabul dopo la seconda esplosione. Crediti: Massoud Hossaini/AP.

Giornata mondiale della libertà di stampa: sempre più minacciata

In occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, celebrata il 3 maggio, è stato pubblicato l’indice mondiale della libertà di stampa di Reporters Senza Frontiere (RSF), che esamina 180 paesi e il loro rapporto con i media. Secondo il rapporto, gli Stati Uniti sono in parte responsabili della tendenza al ribasso dell’immagine dei media a livello globale.

Il rapporto evidenzia l’impatto dello slogan “Fake News” di Trump, un riferimento usato per screditare e smentire le notizie. Non perché il problema delle fake news non sia reale, ma perché “il fenomeno delle notizie false di Trump ha sicuramente avuto un impatto globale. I leader dei paesi sia democratici che autoritari hanno approfittato di questo linguaggio per confondere qualsiasi notizia critica accusandola di essere una fake news“, ha detto Margaux Ewen, direttore del Nord America di RSF.

Mentre Svezia e Norvegia si sono classificati come i Paesi più liberi al mondo per la stampa, l’Europa nel suo complesso ha avuto più nazioni in calo rispetto a qualsiasi altra regione del mondo. Malta, Slovenia, Repubblica Ceca e Serbia hanno tutte perso posizioni. “Con l’aumento di politiche populiste e uomini forti, la tendenza al ribasso dell’Europa probabilmente continuerà“, afferma il rapporto, che ha anche evidenziato diversi casi di Paesi che hanno perso posizioni a causa di leader “forti”, come le Filippine, scese al 133° posto nella lista in gran parte a causa del presidente Duterte che spesso giustifica l’uccisione di giornalisti, e come la Turchia, scesa al 157° posto a causa della repressione di Erdogan che ha reso la Turchia il Paese con più giornalisti in carcere del mondo.

Malaysia, primo condannato per fake news.

Un tribunale malese ha condannato un cittadino danese per aver avanzato critiche imprecise nei confronti della polizia sui social media. Nello specifico, Salah Salem Saleh Sulaiman, 46 anni, è stato accusato di aver diffuso notizie false per aver pubblicato un video su YouTube in cui accusava la polizia di aver impiegato 50 minuti per rispondere alle chiamate di soccorso dopo la sparatoria contro un docente palestinese lo scorso 21 aprile. La polizia sostiene di essere intervenuta in otto minuti e accusa l’uomo di aver diffuso il video “con cattive intenzioni”. Il giudice lo ha pertanto multato con 10.000 ringgit ma l’uomo ha deciso di trascorrere un mese in prigione perché non impossibilitato a pagare quella somma.

Si tratta della prima condanna dopo l’entrata in vigore della nuova – e controversa – legge contro le fake news, che rischia secondo i critici di diventare uno strumento di repressione.

Nuovo summit a Bonn sul cambiamento climatico

È iniziato questa settimana un incontro internazionale tra diplomatici e ambientalisti a Bonn, in Germania, per continuare a lavorare sull’attuazione dell’accordo sul clima di Parigi, in preparazione del prossimo summit sul cambiamento climatico che si terrà a Katowice, in Polonia, durante il quale l’accordo di Parigi dovrà entrare in attuazione.

Tra le questioni ancora irrisolte c’è quella su come garantire un monitoraggio trasparente di ciò che i Paesi fanno per ridurre le emissioni globali e i metodi utilizzati per misurare e valutare i risultati. I gruppi ambientalisti chiedono agli Stati di riconoscere che le promesse fatte finora non porteranno alla riduzione di 2° del riscaldamento globale entro il 2030 e quindi chiedono maggiore impegno per combattere seriamente gli effetti del cambiamento climatico.

Gli Stati Uniti sono l’unico Paese ad aver espresso la propria volontà a ritirarsi dall’accordo di Parigi 2015, così come sostenuto dal Presidente Trump durante la campagna presidenziale.

Stato di emergenza

Le Hawaii hanno dichiarato lo stato di emergenza a seguito dell’eruzione del vulcano Kilauea, situato nella più grande isola dell’arcipelago. Per il momento è stata predisposta l’evacuazione di oltre 1700 persone ma non sono state registrate vittime o feriti. Un terremoto di magnitudo 6.9 è anche stato causato dall’eruzione, che potrebbe risultare particolarmente dannosa per gli alti livelli di diossido di zolfo rilasciati.

Una vista aerea del vulcano Kilauea, che ha cominciato a eruttare il 3 maggio – US Geological Survey via AP.

Tempesta di sabbia

Oltre 100 persone sono invece state uccise da una tempesta di sabbia in India, negli Stati del Rajasthan e dell’Uttar Pradesh. Oltre 200 sarebbero i feriti causati dai forti venti, che hanno superato i 100 chilometri orari, e provocato la caduta di alberi e il danneggiamento di diversi edifici. Inoltre, sono stati riportati danni alla rete elettrica e perdite nel bestiame, motivo per il quale il governo del Rajasthan ha predisposto il rimborso di 400 mila rupie per le famiglie dei deceduti.

La cyber offensiva UE contro la propaganda dell’ISIS

L’agenzia di polizia europea Europol ha condotto con successo un’operazione internazionale contro la propaganda in Internet dello Stato islamico, coordinando una “soppressione internazionale simultanea” dei canali mediatici dell’ISIS, sequestrando prove e server digitali che porteranno all’identificazione dei terroristi coinvolti. L’operazione, che è stata gestita dall’Unità di segnalazione Internet dell’anti-terrorismo britannica, ha visto coinvolti Belgio, Bulgaria, Francia, Paesi Bassi, Romania e Regno Unito.

Rafforzare l’unità europea

Un nuovo progetto di bilancio relativo al periodo 2021-2027 è stato proposto dalla Commissione Europea il 3 maggio. L’ aumento della spesa, che verrebbe così portata a 1279 miliardi, dovrà ora essere discusso dagli Stati Membri e dal Parlamento Europeo ma ha già fatto notizia. Dopo il voto sulla Brexit nel Regno Unito infatti, la Commissione cerca di rafforzare l’unità europea puntando su difesa e tenuta dell’eurozona. Si propone perciò lo stanziamento di circa 27 miliardi per la creazione di una difesa comune e di 55 miliardi per la soluzione di eventuali crisi economiche, oltre che maggiori finanziamenti per ricerca e immigrazione. Un risparmio del 7% verrebbe invece cercato nelle politiche di coesione e nella politica agricola comune.

Iraq, la Coalizione anti-ISIS chiude i battenti

La coalizione anti-ISIS a guida USA in Iraq ha chiuso il quartier generale del comando delle forze di terra (CJFLCC) con una cerimonia ufficiale a Baghdad, una mossa che segna la fine delle principali operazioni di combattimento. Una dichiarazione del Dipartimento della Difesa USA sottolinea che la mossa indica la “modifica della composizione e delle responsabilità” della coalizione nei confronti delle forze irachene, che tradotto significa che resteranno attive le missioni di addestramento delle truppe irachene.

La cerimonia di disattivazione del CJFLCC a Baghdad, Iraq, 30 aprile 2018. Crediti: Sergente Horace Murray.

La cerimonia di disattivazione del CJFLCC a Baghdad, Iraq, 30 aprile 2018. Crediti: Sergente Horace Murray.

Quella diga che l’Egitto non vuole

L’Egitto ha chiesto una rapida ripresa dei colloqui con l’Etiopia riguardo una diga che ha messo i due Paesi ai ferri corti. Si tratta della diga del Grand Renaissance, un progetto idroelettrico da 4 miliardi di dollari che Il Cairo teme ridurrà le acque che scorrono verso i suoi campi e bacini dagli altipiani dell’Etiopia passando per il Sudan.

Addis Abeba spera che la diga la trasformi in un hub energetico in una regione dall’alta richiesta di elettricità e nega che il progetto minerà l’accesso all’acqua da parte dell’Egitto. Rassicurazioni vane per l’Egitto, che ha rapporti tesi anche con il Sudan, da quando questo ha avallato il progetto della diga a causa del suo bisogno di elettricità. Un accordo preliminare tra Etiopia e Sudan per la costruzione della diga era stato firmato 3 anni fa ma da allora non ci sono stati sviluppi concreti, anche per questo l’Egitto ha chiesto la ripresa dei colloqui. I tre Paesi si incontreranno il 15 maggio.

Il Marocco interrompe i rapporti con l’Iran

Le tensioni nel Sahara Occidentale hanno raggiunto un nuovo picco questa settimana con la rottura da parte del Marocco dei rapporti diplomatici con l’Iran, accusato di fornire fondi, addestramento e armi ai combattenti per l’indipendenza del Fronte Polisario nel conteso Sahara occidentale.

Leggi anche La questione del Sahara Occidentale

L’ambasciatore del Marocco ha già lasciato Teheran, mentre l’ambasciata iraniana in Marocco sarà chiusa “immediatamente”, ha detto il Ministro degli Esteri marocchino Bourita ai giornalisti a Rabat, aggiungendo che il Marocco ha ottenuto e verificato le prove che Hezbollah, il movimento militante libanese sostenuto dall’Iran, ha fornito addestramento e sostegno finanziario ai combattenti del Polisario dal 2016. Il mese scorso, Hezbollah avrebbe inviato la prima fornitura di armi al Polisario, spingendo il Marocco a tagliare i legami con il Paese sponsor degli Hezbollah, cioè l’Iran. Il governo iraniano non ha risposto pubblicamente alla decisione di Rabat, mentre Hezbollah ha definito l’accusa priva di fondamento.

Il Sudan potrebbe abbandonare la Coalizione saudita nello Yemen

Il ministro della Difesa sudanese Ali Mohammed Salem, parlando mercoledì 2 maggio al Parlamento, ha detto che il governo sta riconsiderando la partecipazione del Paese alla Coalizione guidata dai sauditi che in Yemen combatte i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran dal 2015. Il Ministro ha detto che il Comando delle forze armate sta preparando uno studio sul ruolo del Sudan nella Coalizione e che il governo sta valutando attentamente i pro e i contro di un simile ritiro.

Questa rivalutazione giunge in seguito al numero crescente di vittime tra le truppe sudanesi nello Yemen registrato nelle ultime settimane – il Sudan ha almeno 3.000 truppe di terra e diversi jet da combattimento che combattono nella Coalizione – e mentre Khartoum sta lottando con una grave carenza di valuta forte.

Aumentano i migranti al confine turco-greco

Secondo nuove stime dell’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) il numero di rifugiati e migranti – provenienti principalmente dalla Siria e dall’Iraq – che attraversano il confine tra Grecia e Turchia a Evros, in Grecia, è stato circa 2.900 in aprile, cioè l’equivalente del numero registrato a metà dell’anno 2017, segnando un forte aumento della migrazione nella regione. Nuove pattuglie di polizia sono state pertanto introdotte lungo il confine e l’UNHCR denuncia che centinaia di persone sono attualmente in custodia, in attesa di essere processate dalle autorità greche. Le condizioni di detenzione e nei centri di accoglienza sono al limite, in quanto mancano le risorse per gestire il flusso migratorio.

Nuovi fondi per la barriera corallina

L’Australia stanzierà 500 milioni di dollari per proteggere la Grande Barriera Corallina, patrimonio dell’UNESCO. Negli ultimi anni, la barriera corallina ha perso il 30% del suo corallo e ha subito danni per i suoi due terzi a causa dello sbiancamento legato all’innalzamento delle temperature del mare e al danneggiamento delle stelle marine. Il finanziamento sarà utilizzato per aiutare allevatori e agricoltori locali l’uso dei pesticidi agricoli e trovare alternative al fine di migliorare la qualità dell’acqua.


Letture della domenica

a cura di Samantha Falciatori e Marzia Scopelliti

 

Redazione
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