Il ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, la ricostituzione della Seconda flotta nel mediterraneo, le elezioni in Libano, tra le notizie più importanti della settimana nel nostro International weekly brief.

We do not have a deal

Donald Trump ha annunciato lo scorso martedì che gli Stati Uniti abbandoneranno l’accordo sul nucleare iraniano, a solo tre anni dalla sua firma. Il Presidente degli Stati Uniti si era schierato più volte contro tale accordo, definendolo come uno dei “peggiori mai raggiunti” già nel corso della campagna presidenziale del 2016. Durante il discorso di undici minuti con cui ha annunciato la decisione unilaterale di Washington di ritirarsi dal JCPOA ha anche affermato che esso “non ha portato calma, né pace, né mai lo farà”.

La decisione è stata criticata in primo luogo dal predecessore di Trump alla Casa Bianca, Barack Obama, principale artefice dell’accordo, il quale ha dichiarato che questa decisione ci consegna un mondo meno sicuro, dove saremo costretti a scegliere fra “un Iran dotato dell’arma nucleare e una nuova guerra in Medio Oriente”.

Aspre critiche sono giunte anche da parte dei leader europei. Germania, Francia e Gran Bretagna, i tre Paesi europei ad aver siglato l’accordo hanno emesso un comunicato congiunto in cui affermano di voler rimanere vincolati ad esso. Parigi, Berlino e Londra hanno ammonito Washington, esortando gli Stati Uniti a non porre in essere delle azioni che possano impedire chi ancora farà parte del JCPOA di rispettarne gli obblighi. Stessa posizione dell’Alto rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini, che ha confermato il rispetto dell’accordo.

Mosca aveva affermato già prima che la decisione fosse pubblica, che la scelta di Trump avrebbe potuto avere gravi ripercussioni; in particolare la Russia teme che essa possa aumentare la tensione fra Israele e Iran, entrambi partner della potenza eurasiatica.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, sebbene abbia condannato la mossa di Trump, non ha tuttavia annunciato l’immediato rigetto dell’accordo da parte di Teheran, affermando che esso, al contrario, continuerà a rimanere in vigore, qualora riuscisse ancora a raggiungere gli obiettivi prefissati nel 2015.

Bandiera Usa bruciata dagli scranni del parlamento iraniano

Non tutta la comunità internazionale ha condannato la decisione del presidente statunintense. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno accolto con piacere tale scelta, e il premier israeliano Bibi Netanyahu ha ringraziato il suo omologo statunitense per aver deciso di abbandonare un accordo definito come una “ricetta disastrosa per la regione e per la pace nel mondo”.

Venti di guerra in Medioriente

Nella notte di mercoledì le forze armate iraniane hanno avviato un’offensiva contro Israele, lanciando 20 missili contro le postazioni dell’esercito dello Stato ebraico (IDF) nelle alture del Golan. Secondo quanto affermato dalle autorità israeliane, quattro dei venti missili sono stati intercettati dal sistema di difesa anti-missilistico Iran Dome, mentre i restanti 16 sono esplosi sul suolo siriano. Tale offensiva rappresenta il primo lancio di missili da parte di Teheran su territorio israeliano.

La risposta di Tel Aviv non si è fatta attendere. L’IDF ha avviato una controffensivo a mezzogiorno di giovedì, colpendo dozzine di postazioni iraniane in Siria. Israele ha affermato che gli obiettivi colpiti includono siti logistici, centri di intelligence e depositi di armi delle forze armate iraniane in Siria. Secondo l’Osservatorio sirano, tali attacchi hanno portato alle morte di 23 militari della Repubblica islamica, mentre gli analisti concordano nell’affermare che con questa azione le capacità offensive di Teheran in Siria sono state irrimediabilmente compromesse.

Siti iraniani colpiti dall’IDF in Siria – credits: IDF

Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione giovedì affermando: “L’Iran ha varcato una linea rossa. Risponderemo di conseguenza”, aggiungendo: “chiunque colpisca Israele, riceverà una risposta sette volte più intensa”.

Giugno a Singapore

Tramite un tweet pubblicato lo scorso giovedì, il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato data e luogo dell’ampiamente annunciato e attesissimo vertice con il leader nordcoreano Kim-Jong Un. L’incontro si terrà il prossimo 12 giugno a Singapore, meta preferita sin dal primo momento dai vertici dell’amministrazione americana, compresi il Segretario di Stato Mike Pompeo e il capo di gabinetto della Casa Bianca, i quali avevano riconosciuto immediatamente che la scelta della location avrebbe avuto un ruolo di primo rilievo nella percezione dei negoziati da parte dell’opinione pubblica mondiale.

In primo luogo, la meta prescelta avrebbe dovuto essere riconosciuta come neutrale, sia dal punto di vista ideologico, da qui l’esclusione di Paesi come Cina e Russia, sia dal punto di vista geografico. Un secondo motivo di preoccupazione riguardava la logistica: tuttavia, il fatto che Kim abbia preso uno dei suoi aerei per volare in Cina, ha convinto l’amministrazione USA che anche Singapore potesse andare bene.

Singapore è un alleato degli Stati Uniti ed è a favore dell’attiva presenza militare di Washington in Asia. Tuttavia, ha anche molti punti di contatto con la Cina dal punto di vista etnico, culturale e lingustica e non rifiuta gli investimenti di Pechino. La Nord Corea ha, inoltre, un’ambasciataa Singapore e sicuramente Pyongyang si potrebbe sentire più agio in uno stato semi-autoriatorio come Singapore, piuttosto che nella democratica Mongolia, altro pese inizialmente preso in considerazione per l’incontro.

Vengo anch’io, no tu no

Il Vice-Presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, ha chiesto ai Paesi membri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) di votare in favore del Venezuela dall’organizzazione come gesto in favore della democrazia e della libertà. Pence ha chiesto intolre al Presidente venezuelano Maduro di sospendere le elezioni che si terranno il prossimo 20 maggio nel Paese latinoamericano, da lui definite come niente di più che una farsa.

Il discorso di Pence giunge in concomitanza con la decisione da parte degli Stati Uniti di imporre nuove sanzioni nei confronti di 20 aziende, 16 delle quali venezuelane, e tre cittadini, tra cui un ex agente di alto rango dell’intelligence di Caracas, accusato di narcotraffico negli Stati Uniti.

Il Segratario del Tesoro, Steven Muchin ha affemrato che gli Stati Uniti “negheranno l’accesso ad aiuti finanziari statunitensi a funzionari venezuali corrotti e lavoreremo con i partner internazionali per riportare democrazia e prosperità in Venezuela”.

Il vice-ministro degi Esteri Samuel Moncada ha definito le parole di Pence una mostruosità, sottolineando come Caracas abbia avviato già nel 2017 il processo per uscire dall’OAS.

Nessun aiuto

L’Argentina ha avviato le trattative con il Fondo Monetario Internazionale per raggiungere un “accordo stand-by con alto accesso”, che permette agli Stati membri di ricevere degli aiuti internazionali da parte del Fondo. In cambio l’FMI impone una serie di obiettivi,  già in parte intrapresi, che devono essere raggiunti affinché il Paese riceva gli aiuti.

La richiesta di aiuti da parte del governo Macrì giunge dopo la caduta libera del valore del peso, il quale si è deprezzato di oltre il 20% nei confronti del dollaro sin dall’inizio dell’anno. Per porre un argine a tale declino nel valore della moneta nazionale, l’Argentina ha aumentato improvvisamente i tassi di interesse, divenuti fra i più alti al mondo. La Banca Centrale Argentina aveva fissato il tasso di interesse al livello record del 40% lo scorso 4 maggio.

Macri, eletto nel 2005, è il primo presidente liberista eletto in Argentina. Questi ha giustificato la sua decisione di chiedere aiuto all’FMI, affermando che questa mossa potrebbe al Paese di evitare una crisi come quella vissuta nei decenni precendenti, permettendo di rafforzare il programme di crescita e sviluppo del governo. Tuttavia, già migliaia di cittadini sono scesi in piazza per protestare contro questa scelta del governo, brandendo cartelli con slogan come “NO all’FMI”.

Proteste a Buenos Aires – Reuters

Nessun accordo, qualche missile, un’elezione

In Libano si sono tenute le prime elezioni dal 2009. Circa il 50% dei libanesi sono andati a votare, con un’affluenza in diminuzione rispetto a quelli di nove anni fa, quando a votare erano stati il 54% degli aventi diritto.

I risultati, hanno visto la vittoria delle forze alleate di Hezbollah, gruppo sciita alleato dell’Iran e del regime siriano di Bashar Al Assad. Il “Partito di Dio” e i suoi alleati avrebbero ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento, cioè 67 dei 128 seggi a disposizione. Durante un discorso televisivo tenuto dopo la comunicazione dei primi risultati, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallh, ha descritto l’esito della consultazione elettorale come una vittoria politica, parlamentare e morale.

Principale sconfitto l’ex primo ministro, Saad Hariri, il cui partito “Il Movimento il Futuro” ha perso i propri seggi nelle tre roccaforti di Beirut, Tripoli e Sidon, a favore dei candidati sunniti supportati da Hezbollah. Il partito di Hariri è così passato da 33 a 21 seggi in Parlamento.

In una settimana segnata dall’abiura statunitensa del JCPOA, la vittoria di Hezbollah in Libano è sicuramente una notizia positiva per l’Iran, che appoggia il movimento, ritenuto un gruppo terroristico dagli Stati Uniti e da Israele, sia da un punto di vista politico che militare.

Bibi goes to Moscow

Lo scorso 9 maggio il premier israeliano Netanyahu è andato in visita ufficiale a Mosca in una data particolarmente rilevante per due motivi. In primo luogo, il 9 maggio è una data particolarmente significativa per la Russia dato che si festeggia la vittoria nella “Grande Guerra Patriottica”, come viene definita nell’area post-sovietica la Seconda guerra mondiale, ma, soprattutto, il giorno precedente Trump aveva annunciato l’abbandono del JCPOA da parte degli Stati Uniti.

Nel corso della visita, il primo ministro dello Stato ebraico ha assistito assieme a Putin la tradizionale parta militare del giorno della vittoria. Dopo aver elogiato lo sforzo russo nel corso della seconda guerra mondiale, Netanyahu ha criticato l’Iran definendo assurdo che, a 73 anni dalla fine della guerra mondiale, vi siano ancora Stati, come Teheran, che auspicano la distruzione della stato di Israele. Infine, Netanyahu ha affermato di aver sottolineato al suo omologo russo il diritto del suo Paese di proteggersi contro le aggressioni di Teheran.

Tuttavia, la tensione crescente con Iran, alleato russo in Siria non implica, un raffreddamento nei rapporti fra Mosca e Tel Aviv, come dimostra il fatto che Israele abbia avvisato la Russia della controffensiva avviata contro le postazioni iraniane lo scorso giovedì.

Ritorna la seconda flotta

La Marina degli Stati Uniti ha deciso di ricostituire la seconda flotta, responsabile della difesa dell’Atlantico settentrionale, a sette anni dal suo smantellamento, dopo la decisione del Pentagono di porre al centro della sua dottrina militare la necessità di contrastare la Russia.

Il capo delle operazioni navali statunitensi, l’ammiraglio John Richardson, ha affermato “La nostra strategia di difesa nazionale afferma chiaramente che siamo nuovamente in un’epoca di competizione fra grandi potenze”.

La seconda flotta eserciterà un ruolo di natura sia operativa che amministrativa rispetto alle forze di aria e di terra sotto il suo controllo lungo la costa orientale e nell’Atlantico settentrionale. Il centro di comando sarà collocato a Norfolk, in Virgina, ed inizialmente avrà un personale composto da solo 15 uomini, ma con la possibilità di crescere fino ad oltre 200 unità.


Antonio Schiavano
Leave a reply

Lascia un commento