Tramite un comunicato dell’agenzia di stampa governativa nordcoreana KCNA, Kim Kie Gwan – vice ministro agli affari esteri – ha richiamato gli Stati Uniti al mantenimento di un atteggiamento responsabile, facendo sapere che le provocazioni perpetuate nei loro confronti potrebbero mettere a rischio l’atteso vertice tra i leader dei due paesi, in programma per il 12 giugno a Singapore.

Primo oggetto delle rimostranze nordcoreane è l’esercitazione aerea congiunta “Max Thunder”, che vede impegnate le forze aeree di Stati Uniti e Repubblica di Corea, e che secondo il Regime del nord minaccia di rovinare l’atmosfera di dialogo che si è venuta faticosamente a creare nel corso del 2018. L’amministrazione americana afferma che si tratta di esercitazioni annuali dal carattere difensivo, che il loro svolgimento era stato preannunciato nel corso degli ultimi incontri tra le parti, e che non devono essere considerate ostacolo ai negoziati. Tuttavia Pyongyang ha cancellato i colloqui previsti mercoledì 17 Maggio con la Corea del Sud, in segno di protesta.

Nel comunicato le rimostranze nordcoreane, fanno particolare riferimento al susseguirsi di dichiarazioni rilasciate da alti membri dell’amministrazione americana sulle posizioni negoziali del governo. Si arriva anche a minacciare l’annullamento del negoziato se gli Stati Uniti dovessero insistere sulla retorica di un loro abbandono unilaterale del programma nucleare, e a utilizzare parole dure in particolare nei confronti del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, verso la cui figura viene usato il termine “disgusto”.

Al regime non sono piaciute alcune dichiarazioni riguardanti l’adozione di un “modello libico” per il disarmo nordcoreano, che possa portare a una “completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione”, e “al totale decommissionamento di ogni arma nucleare, missile e arma chimica”.

Dichiarazioni che oltre a esprimere una posizione non in linea con quella del regime di Pyongyang, non sarebbero dimostrazione della volontà americana di affrontare la questione attraverso il dialogo, quanto dell’intenzione di destinare alla Corea del Nord un trattamento simile a quello riservato alla Libia o all’Iraq, paesi collassati dopo aver ceduto i propri arsenali alle potenze occidentali.

Il comunicato prosegue affermando come il regime sia determinato al raggiungimento della denuclearizzazione della Penisola Coreana, ma si sottolinea come tale risultato sia vincolato all’abbandono da parte di Washington di quella che viene definita una linea politica ostile e fondata sul ricatto. Sempre attraverso il comunicato si fa sapere agli Stati Uniti che l’intenzione dichiarata di usare compensazioni economiche come leva negoziale non avrà risultati, in quanto Pyonyang non ha mai avuto l’aspettativa che Washington avesse a cuore il loro sviluppo economico, e non crede che questa situazione potrà mutare in futuro.

Con queste dichiarazioni il regime coglie di sorpresa l’amministrazione americana, che se dal canto suo dice di non aver ricevuto nessuna nota ufficiale dalla Corea del Nord, non potrà non prendere in considerazione le comunicazioni che giungono dal regime. E mentre non appare per il momento a rischio l’attesissimo incontro tra il presidente Trump e Kim Jong-un, non si può fare a meno di osservare  che quelle che apparivano da subito essere delle differenze interpretative circa il significato di denuclearizzazione attribuito dai due diversi attori, apparentemente non riconosciuto come un problema da Washington, rischia di portare i due paesi ad affrontare i negoziati partendo da posizioni in realtà non conciliabili tra loro, con conseguenze potenzialmente molto pesanti sul loro esito.

Di: Andrea Cerabolini
Redazione
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