Le elezioni amministrative appena tenute in Venezuela non hanno rasserenato la situazione politica: le opposizioni e la Conferenza episcopale hanno denunciato brogli elettorali e il sovvertimento dell’ordine democratico del paese.

Le elezioni amministrative nella Repubblica Bolivariana del Venezuela hanno decretato la vittoria del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela), il partito del presidente Nicolas Maduro, che si è aggiudicato ben 18 governatori su 23 degli Stati federati che compongo il paese.

Mappa con i risultati elettorali pubblicata dal Ministero dell’interno venezuelano

L’opposizione guidata dal MUD (Mesa de la Unidad Democrática) se ne è aggiudicati solamente 5Il governo ha vinto a: Amazonas, Apure, Aragca, Barinas, Carababo, Cojeders, Falcón, Guárico, Lara, Miranda, Monagas,Portoguesa, Sucre, Trujilo, Yaracuy, Delta, Amacuro e Varagas. L’opposizione si è invece aggiudicata i governatorati di Anzoátegui, Merida Nueva Esparta, Táchira e Zulia. La partecipazione a questa tornata elettorale è stata molto alta con il 61,14% degli aventi diritto che sono andati a votare – circa 10 milioni di persone. Le elezioni regionali dovevano avvenire lo scorso dicembre ma il CNE (Consejo Nacional Electoral) le ha posticipate dopo che i sondaggi davano per sconfitto il PSVU.

Le opposizioni, guidate da Gerardo Blyde, non hanno riconosciuto la vittoria del PSUV, denunciandone i brogli elettorali e la scarsa trasparenza del voto elettronico. In Venezuela il voto elettronico viene gestito da circa 10 anni dalla società Smartmatic, società venezuelana con sede nel Regno Unito che, tra le altre cose, ha vinto l’appalto per la gestione del voto sul referendum “per l’autonomia” tenuto a ottobre in Lombardia (e non è andata benissimo, diciamo, tra dati rubati e problemi nel conteggio).

Una suora vota a Caracas – credits: Federico Parra / Getty Images / AFP

La “schiacciante” vittoria del PSUV del presidente Nicolas Maduro è stata probabilmente facilitata da alcuni fattori, tra i quali quello della partecipazione al voto: all’ultimo minuto, ufficialmente per questioni di logistica, molti seggi elettorali sono stati spostati, rendendo difficoltoso per molte persone trovare il giusto seggio per votare. È successo nel dipartimento di Miranda, governato dall’opposizione, dove la ri-ubicazione dei seggi elettorali ha di fatto impedito a 250mila persone di presentarsi al voto, pregiudicando il risultato elettorale (il governatorato è passato al PSUV).

L’organizzazione del PSUV è stata invece capillare su tutto il territorio nazionale, ed ha portato in massa le persone nei luoghi dei seggi (anche di quelli spostati). Le opposizioni si sono inoltre presentate a questo appuntamento elettorale divise e frammentate tra moderati e radicali. Al contrario, i partiti filo-governativi si sono presentati compatti.

Gli analisti che seguono le vicende venezuelane avevano preventivato una vittoria delle opposizioni, che secondo sondaggi indipendenti avrebbero dovuto vincere tra i 18 e i 21 governatorati. In nessun caso era stata prevista una tale sconfitta del MUD che anche nelle elezioni del 2015 aveva ottenuto un buon risultato. La Conferenza episcopale venezuelana ha espresso forte preoccupazione attraverso un documento in 12 punti in cui, di fatto, non si riconosce il risultato elettorale.

Come siamo arrivati fin qui

La crisi politica ed istituzionale del Venezuela è iniziata nel 2015, proprio quando le elezioni legislative sono state vinte dall’opposizione guidata dal MUD, che si è aggiudicato 109 seggi a cui si sono aggiunti i 3 seggi delle minoranze indigene. Con la maggioranza parlamentare ottenuta, il MUD avrebbe potuto bloccare leggi e decreti governativi, approvare emendamenti costituzionali, sanzionare le leggi che davano potere legislativo al Presidente, confermare o rimuovere i membri del Consiglio nazionale elettorale. L’Assemblea Nazionale avrebbe potuto inoltre legiferare su materie di competenza nazionale, proporre riforme costituzionali, esercitare una funzione di controllo sul governo e sulla pubblica amministrazione.

Caracas, 7 dicembre 2015. Sostenitori del partito di opposizione (MUD) festeggiano la vittoria alle elezioni legislative – credits: Federico Parra / Getty Images / Afp

Dopo la sconfitta del 2015, il Presidente Nicolas Maduro ha presentato ricorso al (Tribunal Supremo de Justicia) per chiedere che fosse approvata una nuova Assemblea Costituente per riscrivere la Costituzione, al fine di svuotare i poteri di un parlamento a lui avverso. Le opposizioni indignate hanno indetto un referendum. La Corte Suprema venezuelana si è vista obbligata a e ritirare le sentenze con cui aveva esautorato il Parlamento attribuendosene i poteri.

Oltre il 98% dei partecipanti al referendum si è espresso contro la nuova Assemblea Costituente proposta da Maduro, per la quale si è poi votato circa due settimane dopo, esattamente il 30 luglio del 2017. Nei mesi precedenti in Venezuela ci sono state moltissime proteste, che hanno portato alla morte tra aprile e giugno di 125 persone, oltre a migliaia di feriti. Il ricorso presentato dal Presidente Maduro è stato accolto dal TSJ i cui membri sono filo-governativi. Con l’elezione dell’Assemblea Costituente, presieduta da Delcy Rodriguez, il Parlamento è stato di fatto esautorato.

L’Assemblea Costituente, mediante decreto, si è data poteri legislativi ed esecutivi in materia di ordine interno, sicurezza nazionale, diritti umani, sistema socioeconomico e finanza. Finora la Costituente non ha discusso neppure una riga della nuova Costituzione, mentre sembra molto attiva nel reprimere le opposizioni.

Le elezioni regionali in Venezuela, che potevano servire a riaprire il dialogo tra le parti, sono quindi diventate un ennesimo tassello della perdurante crisi venezuelana.

di Alberto Galvi
Redazione
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