Il colpo di mano bancario di Mario Draghi, le condizioni dettate dalla Turchia all’Unione Europea per la gestione della crisi migratoria, le imminenti elezioni regionali in Germania con la Merkel al primo test politico dopo il suo “ce la faremo” sui rifugiati”, tra le notizie più rilevanti del nostro International Weekly Brief.

L’attacco dei droni. L’aviazione degli Stati Uniti è riuscita a mettere a segno un duro colpo contro i miliziani jihadisti di Al-Shabaab lasciando sul terreno almeno 150 morti. I guerriglieri si trovavano in un campo d’addestramento a meno di duecento chilometri dalla capitale somala Mogadiscio. L’attacco è stato condotto con l’uso esclusivo di droni senza pilota: una delle missioni più riuscite di sempre oltre a un assaggio di quella che sarà la guerra del futuro.

Libia mio difficil suol d’amor… Mentre continuano le polemiche in Italia sul comportamento mantenuto dalle autorità libiche circa il trattamento riservato ai corpi dei due italiani uccisi da un imprecisato scontro a fuoco, Tripoli annuncia di aver dato il via a un governo di “unità nazionale“, seppur senza il voto da parte del Parlamento. Intanto, si scopre che un altro italiano è prigioniero in Libia da almeno un anno per aver trafficato armi nonostante l’embargo internazionale in corso. Il caos libico nel frattempo si estende alla vicina Tunisia dove a Ben Guerdane, un gruppo di jihadisti, (che probabilmente si identificano con il Daesh), ha tentato di forzare i confini attaccando una caserma. Negli scontri hanno perso la vita circa 40 persone.

Mama Africa. Mentre gli stati europei sono alle prese con difficili decisioni in merito alla gestione dei flussi migratori, il governo del Ghana ha dichiarato che non richiederà più alcun tipo di visto d’ingresso per qualsiasi africano che si presenterà ai propri confini, sottolineando che “tutti saranno i benvenuti“.

Lascia o raddoppia. Proseguono intanto le trattative tra Unione Europea e Turchia nel tentativo di trovare un accordo che possa tenere sotto controllo la pressione migratoria verso il Vecchio Continente. La Turchia, forte del suo ruolo fondamentale per rendere ciò possibile, ha rinnovato le sue richieste a Bruxelles e ha chiesto sei miliardi di euro (il doppio dei tre ipotizzati durante le prime trattative), l’apertura di nuovi capitoli per il suo ingresso nell’Unione e la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi diretti all’interno dello spazio comunitario. La Merkel sembra soddisfatta, mentre nicchiano i quattro paesi di Visegrad e diverse voci in Europa manifestano perplessità di fronte all’involuzione autoritaria del paese della mezzaluna.

Bocciata. La politica del “ce la faremo” (ad accogliere i rifugiati) promossa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel che esce sconfitta dal primo test politico rappresentato dalle elezioni regionali che hanno coinvolto tre “Lander” tedeschi, e che hanno registrato la volata della destra populista capitanata da Frauke Petry.

Purtroppo ritornano. Quello che si temeva accadesse in Germania d’altra parte è appena avvenuto nella vicina Slovacchia. Per la prima volta nel Parlamento di Bratislava entreranno infatti forze politiche neonaziste. Lo spauracchio di un arrivo in massa di rifugiati su ordine di Bruxelles e le accuse di malgoverno al Presidente uscente Fico, hanno rosicato il consenso del governo uscente. Ora Fico potrebbe ritrovarsi senza i numeri per poter nuovamente governare.

Rimedi draconici. Che l’Europa a trazione tedesca piaccia sempre di meno è noto a tutti, persino alla BCE guidata da Mario Draghi, che da tempo contesta la ricetta di austerity propugnata da Berlino. Ora Draghi sembra esser passato all’azione annunciando un nuovo, grande piano monetario che dovrebbe portare maggiore liquidità da immettere nell’affannata economia comunitaria, nel tentativo di salvarla dalla deflazione. Il piano è ancora da definire nei suoi dettagli, ma incontra già una levata di scudi da parte del Ministro delle Finanze tedesco, che ha tacciato le preoccupazioni di Draghi per una deflazione cronica in Europa come “esagerate”. Secondo Bloomberg tuttavia il lavoro svolto da Mario Draghi non potrà salvare l’Europa dal suo destino.

Foro nero. Il crollo del prezzo del petrolio sembra aver mietuto la prima vittima. L’Azerbaijan ha infatti dichiarato di non essere più in grado di sostenere le spese per la costruzione del gasdotto “Sud”. I bilanci nazionali, fortemente dipendenti dalle esportazioni petroliferi, sono sempre più a secco e la moneta nazionale si è svalutata di un terzo del suo valore originario da quando il prezzo del petrolio ha cominciato a colare a picco.

Il caro prezzo della libertà. Un altro paese petrolifero si trova sull’orlo della bancarotta, seppur per ragioni diverse. La feroce lotta contro l’Isis che continua da quasi due anni ha infatti prosciugato le già fragili risorse finanziarie dell’Iraq. Le ultime vittorie contro Daesh hanno sì fatto perdere buona parte dei territori iracheni in mano jihadista, ma a un prezzo così altro che ora esiste il rischio che Baghdad arrivi alle porte di Mosul senza più fiato per condurre l’assalto finale.

ISILEAKS. Se Baghdad piange, Al-Raqqah di sicuro non ride, soprattutto quando numerosi documenti riservati che rivelano i nomi e i dati sensibili di almeno 20.000 jihadisti sono stati scovati da un’operazione congiunta di agenzie di media britanniche e siriane. Le informazioni, ritenute attendibili dall’intelligence tedesca, sono state prontamente pubblicate da un canale televisivo siriano. Tra le opzioni dei moduli usati da Daesh per vagliare i suoi uomini, persino una casella in merito alla volontà o meno di condurre eventualmente attacchi suicidi. D’altra parte Daesh si scopre fragile non solo per quanto riguarda la sua struttura comunicativa. Due tentati assalti diretti contro Libano e Tunisia si sono tramutati in cocenti sconfitte inflitte dagli eserciti dei rispettivi paesi e Al-Baghdadi, autoproclamatosi Califfo ha perso uno dei suoi più fidati strateghi, il “rosso” Abu Omar Al-Shishani, comandante del temuto battaglione ceceno, ucciso da un raid aereo secondo quanto dichiarato dal Pentagono.

YOU’RE ON FIRE! Proseguono intanto le primarie dei candidati democratici e repubblicani per le elezioni presidenziale americane del 2016 e Trump infiamma sempre più l’animo degli americani, ma non sempre nel verso da lui sperato. Le proteste tenute da diversi oppositori al magnate newyorkese a Chicago sono state così violente da indurlo a sospendere il suo comizio. Toni sempre più accesi che rischiano di esplodere nel caso Trump riuscisse a diventare il candidato dei repubblicani per lo scranno alla Sala Ovale.

Have you see this submarine?  Il programma nucleare della Corea del Nord ha portato Cina e Russia a incontrarsi per discutere del problematico vicino. Intanto, mentre Stati Uniti e Corea del Sud conducono una grossa esercitazione congiunta in un’inedita salsa “offensiva”, fonti americane dichiarano che il governo di Pyongyang ha perso ogni contatto con un proprio sottomarino, che con molte probabilità è affondato al largo del Mar del Giappone. Bomba o non bomba, il programma militare coreano sembra continuare a fare (letteralmente) acqua da tutte le parti.

La tensione senza strategia. Esplode in Turchia, nel centro della capitale Ankara, un’autobomba. Sono 37 le vittime accertate e centinaia i feriti. I primi sospetti sono stati indirizzati dalle autorità all’organizzazione curda del PKK. A seguito dell’esplosione la zona è stata evacuata e il governo ha inibito – come spesso accade in Turchia in queste occasioni – ogni possibilità dei media di raccontare gli avvenimenti.

Mirko Annunziata
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