Abitare insieme

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Milioni di persone che attraversano deserti, distese d’acqua, montagne alla ricerca di opportunità di vita, dovrebbero spingere tutti quantomeno a ripensare a concetti che apparendo evidenti, finiscono per essere ritenuti non meritevoli d’indagine. Che cos’è uno spazio, un luogo, una casa? Lo spazio che occupo (informandolo come luogo) è mio di diritto? Cosa significa abitare? E abitare insieme?


La storia del popolamento umano del pianeta è una storia di movimento e insediamento, di superamento di frontiere naturali, alla ricerca di un luogo da rivendicare come proprio. Come ricordava Carl Schmitt l’uomo è un essere terrestre che calca la terra, la occupa, la divide e la utilizza.

“All’inizio della storia dell’insediamento di ogni popolo, di ogni comunità e di ogni impero sta sempre in una qualche forma, il processo costitutivo di un’occupazione di terra. Ciò vale anche per ogni inizio di un’epoca storica. L’occupazione di terra precede l’ordinamento che deriva da essa non solo logicamente, ma anche storicamente. […] Essa è il «mettere radici» nel regno di senso della storia. Da questo derivano tutti gli altri rapporti di possesso e di proprietà […] [C. Schmitt, Il Nomos della terra, Adelphi, 1991, Milano, p. 28]

Si pensi ai racconti di fondazione! Cronache leggendarie che di rado fanno riferimento a un’autoctonia, più spesso narrano di un trasferimento su di un nuovo suolo, dove la comunità nascente si stabilisce. Un esempio, il mito di Romolo che fonda ciò che non esisteva ancora, Roma. (R. Brague, Il futuro dell’occidente, nel modello romano la salvezza dell’Europa. Bompiani, Milano, 2005, p.42)

P. Rubens, Il ritrovamento di Romolo e Remo. 1612, olio su tela. L’opera raffigura il momento in cui il pastore Faustolo, che accorre sulla destra, trova sulla riva del Tevere i due gemelli Romolo e Remo mentre vengono allattati dalla lupa. A sinistra un vecchio muscoloso, personificazione dello stesso fiume Tevere, e Rea Silvia, la madre dei gemelli.

Migrare, dividere, occupare, utilizzare sono tutte azioni che descrivono il vivere umano sulla terra. In quest’ottica chi oggi si mette in cammino alla ricerca di un luogo dove dimorare diverso da quello in cui è nato, non fa nulla di estraneo alla natura dell’uomo; se è vero che il pianeta è di tutti, esercita un suo insindacabile diritto.

Non è un diritto di essere ospitato ciò che dà luogo alla pretesa (..) ma un diritto di visita, che spetta a tutti gli uomini, di proporsi come membri della società per via del diritto al possesso comune della superficie della terra, su cui, giacché è sferica, essi non possono disperdersi all’infinito e devono infine sopportarsi a vicenda, e originariamente nessuno ha più diritto che un altro a stare in un luogo di essa. (I. Kant, Per la Pace Perpetua, 1795 in Z. Baumann, Stranieri alle porte, Editori Laterza, 2016, Bari, p. 63)

Non si può ignorare tuttavia come le occupazioni umane del suolo a seguito di una migrazione siano avvenute nella storia a danno di altre popolazioni, a partire dalla prima dispersione di sapiens ai danni dei Neanderthal. Avvicendamenti evolutivi e poi tra civiltà che se non furono violenti, portarono comunque alla perdita dell’ordine costituito e alla trasformazione dei luoghi e degli ordinamenti precedentemente stabiliti su di essi.

Si pensi all’apertura indiscriminata dei confini dell’Impero romano alle genti che abitavano oltre il Limes, accolte a ondate (talvolta invitate) per ripopolare quelle regioni dove scarseggiava la manodopera per coltivare la terra. Secondo diversi storici, questa politica imperiale, unitamente alla promulgazione della Constitutio Antoniniana del 212 d.c., (che identificava come romani tutti i cittadini dell’impero), concorse al crollo nel lungo periodo, dell’impero stesso.

Se è vero che l’essere umano di tutte le epoche calca la terra, la occupa, la divide e la utilizza talvolta a discapito di un suo simile, che è chiamato a fare lo stesso, è parimenti vero che l’anthropos abita la terra, su cui è in affitto poiché pur occupandola e utilizzandola, non gli appartiene ed è chiamato, in virtù del suo specifico modo d’essere di abitante, a un costruire che al tempo stesso è, o dovrebbe essere, un coltivare e custodire. (E. Garlaschelli, S Petrosino, Lo stare degli uomini, sul senso dell’abitare e sul suo dramma. Marietti, 2012, Genova-Milano, p.41).

Mettersi in cammino alla ricerca di un luogo dove potersi stabilire, diverso da quello d’origine è quello che nel 2020 hanno fatto 281 milioni di persone, circa il 3,6% della popolazione mondiale, secondo i dati riportati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Tra queste, 82 milioni sono migranti forzati ovvero individui che hanno lasciato la propria dimora poiché messi in fuga da violenze perpetrate in situazioni di guerra o instabilità, ma anche dagli effetti provocati dal cambiamento climatico e dalle disuguaglianze derivate dall’accesso alle risorse (terra, cibo, acqua). Di questi 26,6 milioni sono rifugiati, 48 milioni sono sfollati interni ovvero persone che hanno abbandonato la casa, ma non hanno varcato un confine nazionale, e 4.1 milioni sono i richiedenti asilo, secondo i dati riportati dall’UNHCR l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

L’85% dei rifugiati a livello mondiale è ospitato in regioni così dette “in via di sviluppo” ovvero povere e poverissime. Il 73% dei rifugiati si dirige in un paese confinante a quello d’origine. Nei primi sei mesi del 2021 il 68% di tutti i rifugiati nel mondo proveniva da 5 paesi: Repubblica Araba Siriana (6.8 milioni), Venezuela (4.1) Afghanistan (2.6), Sud Sudan (2.3) Myanmar (1.1) mentre gli Stati con il più alto numero di ospiti presenti sul territorio erano la Turchia (3.7), Colombia (1.7) Uganda (1.4) il Pakistan (1,4) Germania (1.2) Sudan (1.068).

Di fronte a questi numeri s’impongono alcune considerazioni; se da un lato la popolazione mondiale, che nel 2022 sembra aver raggiunto quota 8 miliardi, appare sedentaria, dall’altro, 281 milioni di persone che per effetto di cambiamenti climatici, politici, economici e sociali, sono in movimento, rappresentano la più importante domanda di mobilità che l’umanità si sia ritrovata ad affrontare. Un approccio stato-centrico al tema delle migrazioni è superato dalla realtà; ciò che i governi mondiali interpretano come una condizione temporanea è un fenomeno di carattere strutturale, che come tale andrebbe affrontato a livello sovranazionale.

Milioni di persone che attraversano deserti, distese d’acqua, montagne alla ricerca di opportunità di vita, dovrebbero spingere tutti quantomeno a ripensare a concetti che apparendo evidenti finiscono per essere ritenuti non meritevoli d’indagine. Che cos’è uno spazio, un luogo, una casa? Lo spazio che occupo (informandolo come luogo) è mio di diritto? Cosa significa abitare?

A queste riflessioni sono obbligati i migranti, persone che in molti casi devono inventare, rinegoziare ai margini, per giorni mesi a volte anni il loro modo di abitare (A. Staid, Abitare illegale, Milieu edizioni, 2017, p.156).

Secondo la nozione di non luogo introdotta dal sociologo francese M. Augè per identificare il tratto caratteristico della sur-modernità, (l’attuale epoca storica, segnata dalla perdita del legame sociale che s’iscriveva in un luogo), i campi profughi, così come gli insediamenti informali, essendo luoghi di passaggio, di transito, si rivelano non luoghi antropologici, che impediscono l’instaurarsi di relazioni reciproche e universi di riconoscimento.

Tuttavia come ricorda il filosofo Silvano Petrosino non esiste un puro non luogo: non si da mai uno spazio che, in quanto attraversato dall’uomo, non si trasformi per questa ragione, anche se per un istante e solo in parte, in un luogo. (..) L’uomo che come ricorda Heidegger esiste in quanto abita, non può mai evitare di esistere/abitare trasformando di conseguenza lo spazio in un luogo. (..) Laddove c’è un uomo fosse anche umiliato, offeso maltrattato, negato, emerge sempre un luogo, lo spazio s’informa inevitabilmente come luogo. (..) L’uomo esiste sempre come uomo e ovunque egli stia si fermi, ma anche transiti egli finisce per trasformare lo spazio in un luogo. (..) Ci sono luoghi spaventosi e disumani, ma mai non umani. (Garlaschelli, S Petrosino, opera cit. pp. 20-22).

Rifugiati nel campo di Calais. 2015. Credit to: Philippe Huguen/AFP/Getty Images

Lo spazio è sempre vuoto e infinito. Non appena compare un finito, lo stesso, si configura come luogo. Il luogo è lo spazio abitato dall’uomo, informato secondo le esigenze proprie dell’abitare umano. All’interno dell’esperienza umana, l’abitare costituisce la forma per eccellenza del rivelarsi del soggetto come contemporaneamente un abitante e un abitato.

Il gesto dell’abitare è proprio dell’uomo, appartiene a ogni singolo uomo nella misura in cui questi, non subendo semplicemente la vita, ritorna con insistenza su di essa, si flette su di essa (ri-flette) al fine di prenderla, comprenderla, ordinarla, dominarla e in ultima istanza, nominarla. D’altra parte, del suo proprio abitare, il soggetto non è mai propriamente il proprietario: egli non può mai decidere al di fuori della propria esperienza, e quest’ultima, è sempre il luogo di un travaglio, di una insistente inquietudine, dell’esposizione a un’alterità irriducibile e inappropriabile. (S. Petrosino, Capovolgimenti, la casa non è una tana, l’economia non è il business, Jaca Book, 2007, Milano, p. 38)

Laddove un essere umano s’impegna ad abitare da uomo rispondendo nell’ordine dell’accoglienza all’alterità che lo abita, ecco che quel luogo si trasforma in una casa. Il luogo dell’abitare è la casa; un artefatto, risultato dell’intervento umano sulla natura grazie alla capacità di lavoro. La casa è una costruzione chiusa rispetto all’esterno, poiché pensata per proteggere il soggetto dalle fatiche dell’interazione con il mondo e il reale, che tuttavia custodisce un’apertura, la porta, che serve ad accogliere e ospitare. La casa è un luogo che contemporaneamente assicura riparo, accoglienza e ospitalità per chi la abita e per l’altro.

Si pensi ai campi profughi e alle tendopoli, dove l’intimità, la possibilità per il soggetto di accogliersi e essere accolto nella sua unicità, assicurata dalla casa, viene ricreata nonostante tutto, facendo appello alla resilienza ovvero quella facoltà umana di riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità che la vita offre, senza alienare la propria identità. (Enciclopedia Treccani).

Il campo profughi di Kilis, in Turchia, non lontano dal confine con la Siria. Credit to: Tobias Hutzler per il New York Times

Abitare come cifra dell’umano è una delle lezioni di M. Heidegger: l’uomo esiste in quanto abita e il gesto dell’abitare implica un costruire che contemporaneamente è o dovrebbe essere un coltivare e un custodire. È opinione di Petrosino che Heidegger nel fornire una simile definizione (abitare vuol dire coltivare e custodire) abbia ripreso, commentato e sviluppato senza però mai citarlo, il versetto di Genesi 2,15 della Bibbia: Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e custodisse.

Ma l’abitante umano chi o che cosa è chiamato a custodire?

In prima battuta e in un certo senso correttamente si può rispondere che il custodire riguarda l’esistenza stessa e la vita in generale: l’uomo a differenza di ogni altro vivente, non solo si serve degli altri viventi per poter vivere, ma è anche chiamato a prendersi cura di ogni altro vivente e della vita stessa (..) ci si può prendere cura solo dell’altro, dell’alterità, e laddove vi è cura vi è sempre alterità: il custodire è sempre relativo all’alterità dell’altro (..) il custodire che qualifica l’abitare umano come eccedente rispetto a ogni altro costruire (quello del castoro ad esempio), riguarda ultimamente proprio l’alterità. E. Garlaschelli, S Petrosino, opera cit. pp.40-41

Il custodire va ricondotto all’alterità dell’altro, che non a caso è proprio ciò che non si può costruire. L’abitare riguarda sempre un’alterità che va custodita, e come ricorda Petrosino l’unico modo per custodire è quello che accetta la sfida di coltivare. L’essere umano abita perché a sua volta abitato dall’inquietudine provocata da un’eccedenza (l’alterità dell’altro) che lo investe prima di ogni sua decisione. Egli è esposto all’altro e questo altro lo interpella.

L’esperienza più che essere il luogo in cui si stabilisce la relazione con l’altro (questo luogo è semplicemente la vita), è in verità la scena in cui l’alterità dell’altro con il quale il soggetto già si trova in relazione, emerge, si rivela, s’impone e per l’appunto viene esperita drammaticamente, cioè come una presenza che eccede ogni presente e così si sottrae, in un certo senso a ogni relazione. Tutto ciò che esiste e vive è in relazione con l’altro, ma solo il soggetto fa esperienza dell’altro come altro; tutto è in relazione, ma solo il soggetto nel momento in cui travalica il limite all’interno del quale lo relega il suo essere vivente (..) viene investito dall’evidenza che l’alterità con la quale già da sempre è in relazione è ciò che egli non può mai evitare (è fin dal principio aperto all’altro) e non può mai dominare (è fin dal principio esposto all’altro). S.Petrosino, La scena umana, grazie a Derrida e Lévinas, Jaca Book, 2010, Milano, pp.110-111)

Se come ricordava E. Levinas il mio legittimo diritto a esistere deriva dall’esistenza dell’altro, si è chiamati a un costruire ispirato al dominio mite, reso possibile dal riconoscimento del limite che struttura il mondo, (ma anche la vita dell’essere umano) e a un coltivare e custodire ciò che si è ricevuto in dono ovvero la vita che per l’anthropos è relazione al di là dell’appetito.

Di: Eliza Ungaro

 

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