Addio alle armi in Colombia

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La Colombia sceglie la pace dopo decenni di conflitti armati all’interno del suo territorio.  Governo e F.A.R.C.-E.P. hanno deciso di abbandonare le armi e dare inizio a una fase distensiva delle relazioni tra le diverse componenti della società. È un accordo storico da cui tuttavia sono escluse 14 sigle paramilitari (tra cui l’E.L.N.)  tuttora operanti nel paese.

Il 23 di Giugno all’Avana si è firmato lo storico accordo tra il Governo colombiano e le F.A.R.C.-E.P. che pone la parola fine al conflitto armato interno al paese. Con la presenza del Presidente cubano Raúl Castro, in qualitá di garante del processo di pace, del Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, del Presidente del Venezuela Nicolás Maduro e del Presidente cileno Michelle Bachelet, oltre a una delegazione dei Paesi dell’Unione Europea e della Comunitá di Stati dell’America Latina e del Caribe (C.E.L.A.C.), si è tenuto il vertice tra il Presidente Juan Manuel Santos e il comandante delle F.A.R.C.-E.P. Timochenko.

Con la firma del cessate il fuoco bilaterale (finora era in vigore un cessate il fuoco unilaterale dichiarato dalle F.A.R.C.-E.P., dal Dicembre 2014), si è compiuto un ulteriore passo verso la pace in Colombia, segno che il Paese è finalmente pronto ad avviare un nuovo processo politico, non più all’insegna del militarismo e del confronto armato. Il Paese è pronto a superare le difficoltà che questa sfida comporta, pur di concludere un conflitto atroce che ha causato negli anni la morte di centinaia di migliaia di persone oltre maggior numero di sfollati interni su scala globale (a questo proposito, le cifre dell’UNCHR parlano chiaro. Il numero di desplazados in Colombia è di oltre 6,9 milioni di persone, un numero superiore agli sfollati interni provocati dal conflitto siriano).

Mentre a Bogotá e nelle principali piazze del Paese si festeggia la fine del conflitto interno e l’ultimo giorno della guerra, il processo di pace entra in una nuova fase, dopo oltre quattro anni di difficili negoziati, battute d’arresto e tensioni che ne hanno spesso messo in discussione l’efficacia e la stessa prosecuzione. A partire da questo momento la principale guerriglia del Paese si impegna ad abbandonare la lotta armata e ad adottare una strategia puramente politica, un movimento di opposizione disposto a candidarsi come alternativa politica rappresentativa per il Paese.

Per arrivare a questa storica decisione, le F.A.R.C.-E.P. si sono impegnate a consegnare le armi ad un organismo di vigilanza presieduto dalla Comunitá Internazionale (con una missione delle Nazioni Unite, dei Paesi della CELAC) entro un limite di 180 giorni dalla firma del cessate il fuoco bilaterale. La consegna delle armi alla forza pubblica o ad organismi di vigilanza della Comunitá Internazionale era stato uno dei punti nevralgici del negoziato e uno dei principali motivi di disaccordo tra le delegazioni. Le F.A.R.C. si erano fin da subito opposte alla possibilitá di consegnare le armi al nemico che avevano combattuto per oltre cinquant’anni; pertanto, le parti hanno concordato una soluzione “creativa:” dalla fusione delle armi delle F.A.R.C.-E.P. sorgeranno tre monumenti sul territorio colombiano, per commemorare il lungo conflitto oltre alle vittime della violenza armata.

Inoltre, per garantire il reinserimento dei guerriglieri nella societá civile è prevista la formazione di 23 zone speciali e 8 accampamenti, che dovrebbero permettere la graduale normalizzazione di questi miliziani che hanno l’esplicito divieto di fare ricorso alle armi. All’interno di queste zone potranno inoltre inserirsi anche i membri delle F.A.R.C.-E.P. scarcerati grazie al decreto di amnistia, prevista dall’accordo di pace.

Attorno a ciascuna zona speciale è prevista una zona ‘cuscinetto’ di sicurezza di circa 1 km, a cui non potrà accedere la forza pubblica o l’esercito, per garantire la necessaria protezione al processo di reinserimento della formazione insorgente.

Infine le parti hanno convenuto su di una strategia volta a contrastare l’azione armata e le minacce perpetuate dalle organizzazioni criminali eredi del paramilitarismo nei confronti dei difensori dei diritti umani, degli esponenti movimenti sociali. Si tratta di un punto di vitale importanza per l’implementazione degli accordi di pace, poiché l’azione delle formazioni neo-paramilitari si è già estesa a macchia d’olio in buona parte del Paese. Infatti, giá nei primi mesi del 2016 si è registrata la presenza di 14 gruppi paramilitari in oltre 23 dipartimenti; ció rappresenta la principale minaccia oltre che il principale ostacolo all’implementazione degli accordi di pace.

La firma del cessate il fuoco bilaterale non rappresenta la fine del processo di pace né l’inizio del periodo del ‘post-conflitto’, bensí una rapida accelerazione dei negoziati per giungere all’accordo finale, dopo mesi di stallo e l’imbarazzo maturato a seguito del 23 marzo 2016, data in cui, secondo le dichiarazioni rilasciate dal Presidente Santos si sarebbe giunti alla firma dell’accordo finale.

Solo alcuni giorni prima del vertice dell’Avana, Santos ha annunciato una nuova data per la firma degli accordi finali, fissata al 20 di Luglio 2016, sebbene sia chiaro, ancor oggi, che le divergenze tra le parti su alcuni nodi sostanziali del negoziato siano profonde. Il rischio di un ulteriore riinvio potrebbe rafforzare le forti opposizioni (soprattutto presso il movimento di estrema destra dell’ex Presidente Alvaro Uribe) avverse all’intero processo di pace, anche se, gli accordi del 23 Giugno 2016 sono già entrati nella storia colombiana.

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