Afghanistan, la crisi è (di nuovo) alle porte dell’Europa

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La situazione in Afghanistan, a seguito della caduta di Kabul e della presa del potere da parte delle milizie talebane, si sta facendo sempre più difficile tanto che gli stessi dialoghi tra Europa, Stati Uniti e il resto della comunità internazionale sono più tesi e complicati che mai.

Da meno di dieci giorni la crisi che ha colpito l’Afghanistan è tornata ad essere il centro delle attività diplomatiche e dei dialoghi da parte dei Governi e delle Cancellerie di mezzo mondo.

Da inizio del mese scorso le milizie talebane sono riuscite, a seguito del ritiro delle truppe americane e della coalizione Nato, a riprendere possesso di 33 province afghane.

Il 15 di agosto è toccato al distretto della capitale Kabul cadere, senza nemmeno troppa fatica, sotto il fuoco dei guerriglieri. Una volta nella capitale, il presidente della repubblica Ashraf Ghani, insieme a gran parte del Governo, è fuggito dal Paese chiedendo asilo negli Emirati Arabi Uniti.

Afghanistan: il nervo scoperto della regione

Dal settembre dello scorso anno, quando dopo gli Accordi di Doha di febbraio 2020 era stato comunicato ufficialmente l’inizio di un lento (non troppo) ritiro delle forze militari americani presenti nella regione, i talebani hanno ugualmente iniziato una serie di offensive per prendere possesso di aree che non rientravano nell’orbita statunitense.

Una vera e propria escalation che ha raggiunto il suo apice a inizio di questo agosto quando anche la capitale Kabul era rientrata – le violenze sono state innumerevoli e a farne le spese è stata soprattutto la popolazione civile – sotto al giogo delle milizie.

Ed è proprio questo clima di crescente tensione che ha portato il presidente Ghani a lasciare il Paese e – secondo le ricostruzioni, ma l’ufficialità della cosa non è mai stata appurata – a dimettersi lasciando l’incarico di presidente “de iure” al vicepresidente Amrullah Saleh.

Saleh, infatti, secondo la Costituzione afghana del 2004 in caso di morte, fuga o dimissioni del presidente in carica avrebbe quindi assunto la presidenza ad interim.

Un’eventualità che, però, nei fatti collide con il fatto che Abdul Ghani Baradar risulta essere il nuovo presidente “de facto del nuovo Emirato islamico dell’Afghanistan sotto la guida dell’emiro Hibatullah Akhundzada che è anche leader della fazione talebana.

Uno dei tanti voli di evacuazione dall'aeroporto di Kabul / via Reuters Pictures
Uno dei tanti voli di evacuazione dall’aeroporto di Kabul / via Reuters Pictures

Il rientro delle truppe Nato e delle relative rappresentanze diplomatiche ha portato anche a un vero e proprio fuggi fuggi generale che ha di fatto portato il caos tra la popolazione; molte le immagini dei civili, tra cui donne e bambini, alla ricerca disperata di mettersi in salvo per cercare di lasciare il Paese.

Per non parlare poi dei rastrellamenti da parte dei guerriglieri che hanno cercato – spesso casa per casa – i collaboratori afghani con le autorità civili, diplomatiche e militari dei Paesi della coalizione.

Ora l’ultimatum dei talebani è fissato per il prossimo 31 agosto quando, hanno fatto sapere, che se non sarà ultimato il ritiro completo di personale civile e militare occidentale “ci sarà una reazione delle nuove autorità”.

Il ruolo (fragile) dell’Unione europea

Ma se da un lato la situazione afghana avrebbe bisogno di una risposta comune quantomeno a livello europeo, ancora una volta l’Unione – e sopratutto gli stessi Stati membri – ha dimostrato tutti i suoi limiti e le sue fragilità nel far fronte a una crisi umanitaria che si sta consumando alle sue porte.

Da una parte le istituzioni europee che, consapevoli del fatto che il Governo (legittimo) di Kabul non potrà più essere un interlocutore “operativo”, hanno cercato di gestire alla bene e meglio i rimpatri dii cittadini, imprenditori e collaboratori delle rappresentanze esterne dell’Ue. Dall’altro lato, invece, i Governi dei 27 Stati membri che – immancabilmente – reagiscono in ordine sparso senza pensare minimamente a cedere parte (almeno in queste tragiche occasioni) delle loro prerogative all’Alto rappresentante per la Politica estera per dare una risposta comune e forte.

Se i principali Governi europei (Francia, Germania e Italia) si trovano sostanzialmente allineati in una gestione “più comune” della crisi che scatenerà inevitabilmente un esodo e un aumento del flusso migratorio verso l’Europa, la stessa cosa non si può però dire degli Esecutivi di Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria, Austria e Polonia che hanno già dimostrato una certa insofferenza verso un quantomai probabile arrivo di profughi ai confini orientali del Vecchio continente.

L’Unione europea non aprirà corridoi per i migranti afghani, non permetteremo che si ripeta l’errore strategico del 2015.

Questa è la posizione del capo del Governo sloveno e presidente di turno del Consiglio dell’Ue, Janez Jansa. Anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, sull’onda di quanto accaduto nel 2015 in seguito delle crisi in Siria e in Libia, ha voluto mettere paletti ben chiari: “Non sono dell’opinione che dovremmo accogliere altre persone”, ha infatti dichiarato.

Ben diversa invece la posizione della presidente della Commissione Ursula von der Leyen che ha commentato che “il reinsediamento delle persone vulnerabili è della massima importanza. E’ nostro dovere morale”.

Sulla stessa linea anche il presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, a margine dell’incontro con Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato.

E’ importante completare l’evacuazione dei cittadini dell’Unione europea, del personale locale e delle famiglie. I diritti degli afgani, in particolare delle donne e delle ragazze, resteranno la nostra preoccupazione principale: tutti gli strumenti dell’Ue per sostenerli devono essere usati.

Questo è stato il commento del numero uno di Palazzo Europa a Bruxelles.

E il ruolo degli Stati Uniti?

L’escalation è diretta conseguenza della decisione, fortemente sostenuta nel 2020 dall’Amministrazione di Donald Trump, di procedere con un ritiro (forse troppo frettoloso?) delle truppe americane dall’Afghanistan. Ritiro che si è materialmente concretizzato a partire dal maggio del 2021.

In molti, e anche lo stesso Governo di Kabul dell’ormai ex presidente Ghani, si sarebbero aspettati che il presidente Joe Biden non avrebbe continuato sulla linea del ritiro delle forze armate di Usa e Nato. Ipotesi, poi, completamente disattesa.

Biden, ora, si trova a dover gestire una vera e propria disfatta sia politica (il suo consenso è in netto calo) che militare.

Domani, martedì 24 agosto, è in previsione una riunione straordinaria del G7 in attesa di un G20 che sarà presieduto dal Governo italiano e che avrà come punto principale – se non unico – all’ordine del giorno proprio la delicata crisi afghana.

Nessuna posizione ufficiale è stata nel frattempo espressa dalla Casa Bianca nei confronti delle rivolte anti-talebane organizzate nel nord dell’Afghanistan dalla Resistenza del Panshir, coordinata dal 32enne Ahmad Massoud e sostenuta dal Governo “ad interim” di Amrullah Saleh, e che punta a “liberare” l’Afghanistan dal giogo talebano.

Si spera in una conclusione rapida all’emergenza

Ora la palla passa nelle mani della riunione del G7 che si terrà domani, martedì 24 agosto. I leader delle principali potenze mondiali, infatti, dovranno sedersi intorno a un tavolo e cercare delle soluzioni tanto efficaci quanto rapide alla crisi afghana.

A settembre, invece, si dovrebbe tenere anche una riunione straordinaria del G20 e in questa occasione il principale arbitro e attore del summit sarà proprio il premier italiano Mario Draghi.

Se per gli Stati Uniti la priorità sarà quella di “salvarsi la faccia” dopo una debacle strategico-militare senza precedenti, per i Paesi dell’Unione europea il vero nodo sarà legato alla risposta comune a un possibile aumento del flusso migratorio irregolare che potrebbe già farsi sentire a partire dalle prime settimane di settembre.

Ma l’Europa dovrà fare i conti anche con un altro, noto, “ostacolo”. La Turchia infatti, per voce diretta del suo presidente Recep Tayyip Erdogan, ha fatto sapere che non intende essere “il campo profughi d’Europa e non possiamo sopportare un ulteriore peso migratorio”.

Insomma, la partita politica è purtroppo più aperta che mai. Ma a fare le spese di scelte e decisioni drastiche e drammatiche, ancora una volta, sono le centinaia di migliaia di civili che si trovano a dover affrontare – sostanzialmente da soli – una situazione critica quasi nel totale disinteresse di tutti, Occidente (e quindi parte dell’Europa) in primis.

(immagine in copertina via Reuters Pictures / Stringer)

di Omar Porro

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