Attualmente l’Africa subsahariana consuma il 30% in meno di energia elettrica della Corea del Sud, nonostante possieda una popolazione 20 volte superiore. Un grosso freno per lo sviluppo e la crescita, che potrebbe presto essere rimosso.

Cinque anni fa 27 delle 30 maggiori economie africane registravano ritmi di crescita economica accelerati, con picchi superiori al 7% annuo: questa situazione è cambiata totalmente nel 2015, con poco meno della metà delle stesse economie che presenta ritmi di crescita ancora sostenuti. È questa la premessa dello studio del McKinsey Global Institute, centro di ricerca dell’omonima società di consulenza, pubblicato a settembre con il titolo “Lions on the move: realizing the potential of Africa’s economies”, nel quale si delinea una situazione in peggioramento per il continente africano, con il PIL in crescita del 3,3% annuo nel periodo 2010-2015, al di sotto del 5% annuo degli anni 2000-2008.

Il rapporto McKinsey conferma le analisi negative di altri istituti economico-finanziari (ve ne avevamo parlato qui), ma si sofferma anche su alcuni aspetti positivi che potrebbero dare all’area africana nuove prospettive di crescita:

  • alto tasso di urbanizzazione;
  • aumento della popolazione in età lavorativa;
  • crescita dei consumi della classe media;
  • innovazione tecnologica.

Quando si parla di Africa, però, il raggiungimento dei target prefissati, nonostante le indubbie potenzialità, è ostacolato oltre che dalle difficoltà politiche, anche dalle forti deficienze strutturali e sistemiche.

Differenze tra stime di crescita del PIL reale tra 2015 e il 2016. Come si può vedere le stime precedenti erano più ottimistiche di quelle attuali - dati Fmi, mappa The Economist

Differenze tra stime di crescita del PIL reale tra 2015 e il 2016. Come si può vedere le stime precedenti erano più ottimistiche di quelle attuali – dati Fmi, mappa The Economist

È proprio sul settore infrastrutturale che si concentra un altro report di McKinsey Company del febbraio 2015, intitolato “Brighter Africa: the growth potential of the sub-Saharan electricity sector”, nel quale si pone l’accento sulle mancanze del sistema elettrico africano, contrassegnato da difficoltà di accesso, scarsa capacità installata e bassi consumi. Da un punto di vista dell’accesso alle fonti energetiche l’Africa subsahariana registra il peggior dato del mondo, con 600 milioni circa di persone che non hanno alcun accesso all’elettricità, ovvero il 48% della popolazione totale. Attualmente l’Africa subsahariana, nel suo complesso, consuma il 30% in meno di energia elettrica della Corea del Sud, nonostante possieda una popolazione 20 volte superiore.

Attualmente l’Africa subsahariana consuma il 30% in meno di energia elettrica della Corea del Sud

Per quanto riguarda la capacità installata basti un episodio: il 31 marzo di quest’anno, in tutta la Nigeria – un paese di 180 milioni di persone – il sistema elettrico nazionale è collassato e, per tre ore, le singole compagnie erogatrici non sono riuscite a produrre neanche un watt di energia. Il fatto che il settore industriale soffra di mancanze strutturali così forti costituisce un freno importante alla crescita economica, perché l’infrastruttura energetica rappresenta un supporto fondamentale all’incremento del PIL e, di conseguenza, al miglioramento degli standard di vita.

Finora, gli investimenti infrastrutturali in Africa si sono concentrati principalmente sulla costruzione di grandi generatori gestiti in maniera centralizzata, o su schemi di elettrificazione in piccola scala che sostengono alcune aree rurali. Tra questi due approcci però, potrebbe esistere una terza strada percorribile, come ha evidenziato un recente articolo della rivista Foreign Affairs: la produzione locale e condivisa di elettricità che permetterebbe di generare rapidamente energia e stimolare così l’economia dove esistono le potenzialità di crescita.

Le prospettive di fame energetica dell'Africa - dati: Industry Briefing / The Economist

Le prospettive di fame energetica dell’Africa (clicca per ingrandire) – dati: Industry Briefing / The Economist

Per “produzione locale”, in questo caso, ci si riferisce all’installazione di piccoli generatori autonomi, dislocati nei pressi dell’utenza finale, che permetterebbero di rendere più efficienti anche singole unità abitative, evitando le dispersioni di trasmissione derivanti da un vasto sistema gestito in maniera centralizzata. I miglioramenti tecnologici degli ultimi anni hanno reso la produzione in autonomia di energia elettrica più abbordabile, efficiente e flessibile: una strada percorribile per risolvere i problemi di una rete elettrica di scarsa qualità.

I miglioramenti tecnologici degli ultimi anni hanno reso la produzione in autonomia di energia elettrica più abbordabile, efficiente e flessibile

L’autoproduzione rappresenta un importante investimento alternativo, in quanto aumenta la capacità e la qualità del supporto energetico, riduce o elimina la dipendenza dalle infrastrutture di distribuzione e trasmissione centralizzate, accorcia i tempi di pianificazione e i capitali necessari per la messa in opera, permette ai singoli progetti di operare in maniera autonoma dalle scelte governative. Inoltre, questi generatori di ultima generazione, permettono di reintrodurre nella rete elettrica gli eccessi di produzione, facendo diventare il beneficio del singolo un servizio per la comunità intera.

di Danilo Giordano
Redazione
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