Il 24 aprile 2015 è iniziata la Riunione Ministeriale di Iqaluit, al termine della quale il Canada passerà il testimone agli Stati Uniti nel presiedere il Consiglio Artico, nella speranza che il preannunciato compromesso internazionale per il futuro sviluppo della regione, non si risolva in mera retorica.

Il piano politico presentato pochi mesi fa dall’amministrazione Obama “One Arctic: Shared Opportunities, Challenges and Responsibilities” è stato espressamente elaborato in vista del turno di Presidenza al Consiglio Artico per il biennio 2015- 2017.

Riprendendo le matrici della strategia polare statunitense, ovvero l’interesse nel preservare il principio di libertà dei mari e la necessità di garantirsi una certa sicurezza energetica attraverso l’estrazione di risorse, questa politica si arricchisce di due ulteriori obiettivi fondamentali: rafforzare la cooperazione ed il governo nel Polo Nord, e intraprendere azioni di adattamento e mitigazione per arrestare il cambio climatico.

Consolidata dalla nomina di un Rappresentante Speciale per l’Artico che affiancherà il Segretario di Stato John Kerry nell’esercizio delle sue funzioni, questa è l’architettura apparentemente solida di una Presidenza pensata per protrarsi al di là della fine del secondo mandato di Obama. Scavando più a fondo però, le fondamenta dell’annunciato impegno americano, non sembrano poi così solide se paragonate a quelle dei vicini artici.

Ad oggi, gli Stati Uniti d’America sono uno dei pochi paesi della comunità internazionale – e l’unico stato artico- a non aver adottato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, un regime giuridico internazionale e vincolante che si applica all’Oceano Artico in assenza di un trattato regionale.

Tra i maggiori emissori di CO2 a livello mondiale, Washington non ha neppure ratificato il Protocollo di Kyoto, che prevede meccanismi concreti e il raggiungimento di target specifici nel ridurre le percentuali di gas effetto serra presenti nell’atmosfera, principale causa dello scioglimento dei ghiacci.

Mentre sembra lecito chiedersi su quale diritto si regga l’impegno statunitense, e se il reiterato rinvio ad assumere un serio compromesso internazionale possa essere esempio di buona pratica in una società di stati che dovrebbero condividere valori e principi comuni, pochi dubbi rimangono sul significato simbolico e politico della guida americana.

Nel gioco di forza in atto con la Russia, (il Ministro degli Esteri Lavrov è stato il grande assente alla riunione), presiedere il Consiglio permetterà agli Stati Uniti di spalleggiare le inquietudini dei rimanenti paesi artici riguardo a una possibile militarizzazione dell’area, innalzandosi a garante della stabilità regionale a livello mondiale.

Seguendo questa linea, la Casa Bianca potrebbe poi rafforzare le relazioni con il secondo gigante asiatico nonché concorrente economico, la Cina, già membro osservatore permanente al Consiglio.

Anche quest’ultima non è firmataria di Kyoto e condivide le posizioni statunitensi riguardo a rotte commerciali e libertà dei mari. Perseguendo il comune interesse di ottenere quanti più benefici possibili nelle latitudini Nord, il Mar Glaciale Artico potrebbe divenire il territorio di una politica statunitense multilaterale e inclusiva, diretta ad allontanare la Cina dal tradizionale allineamento con il Cremlino.

Nel rafforzare l’intesa con l’Unione Europea, largamente – e spesso unilateralmente- compromessa nella lotta al cambio climatico, gli Stati Uniti potrebbero infine cedere alla pressione internazionale che la Presidenza comporta e vincolarsi ad una riduzione delle emissioni durante il processo di rinegoziazione di Kyoto, il prossimo dicembre.

Per il momento però, tralasciando ogni velleità, l’unica certezza sembra essere l’eco di una diplomazia tradizionalmente condotta al di fuori del diritto internazionale e rispondente alla natura anarchica del sistema politico globale.

Questa politica di potenza riverbererà certamente fino alle altre latitudini del mondo, restituendo per lo meno un peso, alle problematiche polari e all’operato del Consiglio Artico, ancora sconosciuto ai più. Certo, una magra consolazione!

di Marzia Scopelliti
Marzia Scopelliti
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