La Corte Penale Internazionale non sta passando un buon periodo. Dopo le frizioni con il continente africano e il conseguente ritiro di tre Stati, viene ancora attaccata, questa volta dalla Russia. Cosa resta dell’autorità della giustizia penale internazionale?

Non è certo un periodo facile per la Corte dell’Aja. Avevamo già scritto riguardo i problemi che di recente la Corte Penale Internazionale ha dovuto affrontare nei riguardi del continente africano, sfociati nel mese di ottobre in una crisi aperta che ha raggiunto il culmine con il ritiro di Sud Africa, del Burundi e del Gambia dallo Statuto di Roma – lo statuto fondativo della Corte. Prima del Burundi nessun Paese aveva abbandonato la Corte Penale Internazionale: la preoccupazione principale, dopo la scelta di Bujumbura, era dunque lo stabilirsi di un precedente con conseguenze incerte.

Preoccupazioni fondate, a quanto pare. Mercoledì 16 novembre la Russia, per ordine di Vladimir Putin e per mano del Ministro degli esteri Sergey Lavrov, ha annunciato che ritirerà la firma al Trattato di Roma e non prenderà più in considerazione la sua ratifica. La Federazione Russa aveva firmato il Trattato nel 2000, ma non lo aveva ancora ratificato, sebbene non avesse mai manifestato ostilità nei confronti dell’Aja.

Di conseguenza, Mosca non era un membro della Corte, contrariamente ai tre Stati africani, e non era vincolata alla sua giurisdizione. Poco cambia, dunque, dal punto di vista sostanziale. Tuttavia la portata della dichiarazione è tutt’altro che indifferente. Si tratta senza dubbio di un gesto simbolico di ostilità, accompagnato da accuse secondo le quali la Corte avrebbe fallito il suo mandato, sarebbe inefficiente e, soprattutto, di parte. Il presunto asservimento della giustizia penale internazionale all’influenza dell’Occidente, a ben vedere, è quindi un malumore ricorrente che mette d’accordo tutti i critici. Ci sarebbe tuttavia da puntualizzare che neanche gli Stati Uniti, “l’Occidente per antonomasia”, sono membri della Corte.

Vladimir Putin - Getty Images

Vladimir Putin – Getty Images

Se la risonanza della scelta di Burundi e Sud Africa è stata rilevante, quella della Russia potrebbe esserlo di più. Circa 24 ore dopo, e non è un caso, ha alzato la voce anche uno dei personaggi più controversi della comunità internazionale, il Premier filippino Rodrigo Duterte. Il leader di Manila ha infatti annunciato a sua volta che starebbe considerando l’ipotesi di seguire Mosca e portare le Filippine fuori dalla Corte Penale Internazionale. Anche Duterte –accusato da più parti di non rispettare i diritti umani nella sua “guerra alla droga” – ha parlato dell’inutilità della Corte e dei fallimenti delle Nazioni Unite nel prevenire i conflitti.

I precedenti insegnano, peraltro, che all’origine di queste contestazioni vi sono spesso ragioni di opportunità politica. Il caso russo e quello filippino, a ben vedere, non fanno eccezione. L’annuncio di Mosca è arrivato dopo che la Corte Penale Internazionale ha pubblicato un report che classifica l’annessione della Crimea come una vera e propria annessione militare contro la volontà del governo ucraino, a seguito di un conflitto armato. A nulla serve richiamare il referendum popolare che ha avvallato l’annessione poiché, sostengono gli osservatori internazionali, esso è stato pilotato e organizzato dopo che l’occupazione era già avvenuta.

La Russia sarebbe poi preoccupata, o contrariata, dalla giurisdizione della Corte in Siria. Mosca infatti è stata ripetutamente accusata di crimini di guerra negli ultimi mesi: alle forze russe viene contestato l’uso indiscriminato di bombe incendiarie e altri ordigni devastanti sulle zone abitate di Aleppo, che causano continue e numerose morti civili, all’interno di una strategia definita “modello Grozny” (ne avevamo parlato qui).

Duterte, dall’altra parte, è ripetutamente accusato dalla comunità internazionale per le migliaia di uccisioni sommarie, da lui ordinate, col fine di “combattere” lo spaccio di droghe. Lo scorso mese, un procuratore dell’Aja ha dichiarato che la Corte avrebbe giurisdizione anche su questi crimini.

Ma quindi cosa sta succedendo alla Corte Penale Internazionale? “Se Cina e Russia decidessero di creare un nuovo ordine, io sarei il primo ad aggiungermi”, ha dichiarato Duterte. Questo fa riflettere sul fatto che una buona parte dei motivi sottesi a questo scisma sia di opportunità, e riflette lo spaccarsi del mondo in aree di interessi politici diversi.

Resta da capire se ci si potrebbe effettivamente aspettare di più dalla Corte Penale Internazionale, anche se a ben vedere, queste istituzioni internazionali hanno un limite intrinseco, e giusto, nel rispetto della sovranità degli Stati, primi artefici del loro funzionamento. Questo dipende molto, dunque, dalla qualità della diplomazia. Tuttavia, per aumentare la loro credibilità, si può forse investire sulla velocità, la trasparenza e l’indipendenza di queste istituzioni, caratteristiche che non sono certo cavalli di battaglia delle Nazioni Unite.

di Leonardi Stiz
Redazione
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