Negli ultimi anni la situazione in Yemen è andata progressivamente peggiorando. Sul suo territorio si sta consumando, su concessione degli Stati Uniti d’America, una proxy war tra potenze regionali: nel paese è in corso una guerra civile che potrebbe anticipare un qualcosa di molto più grande e pericoloso.

Se oggi vi chiedessero chi fu il fautore dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi del 7 gennaio 2015, voi cosa rispondereste? Molti penserebbero immediatamente all’Isis, ma sbaglierebbero. I responsabili, è stato accertato, appartengono ad una cellula di al-Qaeda in Yemen.

Già, lo Yemen. Notizia di pochi giorni fa è che l’amministrazione statunitense, dopo aver chiuso l’ambasciata, ha deciso di ritirare dalle proprie basi nel paese, gli ultimi contingenti rimasti – lì schierati da anni, con compiti di anti-terrorismo. Cosa è accaduto da quando gli Stati Uniti erano il più importante alleato del governo di San’a?

Parliamo di una di quelle alleanze strategiche, ma evidentemente complicate, su cui spesso, ha fatto affidamento la diplomazia Usa nella penisola arabica. La chiusura dell’ambasciata e il ritiro totale dell’esercito – più che i sanguinosi attentati e i violenti scontri tra miliziani – sono la cartina tornasole dello stato di completo caos che sta vivendo il paese, che va ricordato essere, tra le altre cose, il più povero del mondo arabo.

Sono quattro, ad oggi, le forze politico-militari a contendersi quello strategico lembo di terra, stretto tra l’Arabia Saudita e il Golfo di Aden, cancello per l’Africa e l’Europa, via di commerci internazionali e locali: le forze governative sunnite fedeli al deposto presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, i ribelli sciiti Houthi, al-Qaeda in Yemen e l’Isis. Facciamo un breve riassunto: come siamo arrivati a questo punto?

È difficile se non impossibile rintracciare un casus belli da cui prendere le mosse per spiegare l’intricata situazione yememita. Tuttavia è sensato partire dalle rivolte del 2011 che sconvolsero il medio-oriente ed il nordafrica. Saleh, primo ed unico Presidente dello Yemen dall’unificazione del paese, si dovette dimettere, sull’onda delle cosìddette “primavere arabe”. Le sue dimissioni non facilitarono ad ogni modo la stabilità. Lo Yemen da quel momento, è diventato uno dei principali campi di battaglia dello scontro ideologico-religioso tra sciiti e sunniti  (la popolazione si divide tra sciiti e sunniti rispettivamente in 40%-60%). Fino a quel momento nel paese la convivenza aveva funzionato meglio che altrove. Oggi si assiste ad una guerra per procura – strisciante – condotta da Iran e Arabia Saudita e sfociata nel collasso dell’apparato istituzionale oltre alla fine -di fatto- dello Yemen in quanto Stato nazionale sovrano. Il supporto statunitense del passato, (sempre meno diretto e sempre più circoscritto al solo campo della lotta al terrorismo, condotta peraltro da lontano grazie alla tecnologia dei droni), non è bastato a risolvere la situazione. Anzi, probabilmente l’accordo per contrastare il terrorismo di al-Qaeda tra il gigante americano e l’instabile paese del Golfo ha accelerato un destino già scritto. Si può anche pensare – senza malizia – che dietro questo disinteressamento da parte del governo Usa ci sia la volontà di siglare l’accordo sul nucleare iraniano. Non a caso, in concomitanza al progressivo disimpegno statunitense, si è rafforzata la presenza di Tehran nel paese, attraverso finanziamenti, addestramenti militari ed appoggi logistici al movimento Houthi. L’Arabia Saudita si è dimostrata preoccupata, e specialmente nelle ultime settimane non ha nascosto una certa apprensione, paventando addirittura la possibilità di una campagna militare, che si rivelerebbe molto rischiosa senza l’appoggio Usa.

Una poco promettente fase di “dialogo nazionale” avrebbe dovuto portare lo Yemen nel 2014 a diventare uno Stato federale. Mentre nella capitale San’a si “dialogava”, nel resto del paese non si è mai smesso di combattere. A nord i ribelli sciiti Houthi hanno guadagnato sempre più territorio, anche grazie a alleanze tribali locali basate sull’assunto vecchio come il mondo de “il nemico del mio nemico è mio amico”. A sud al-Qaeda ha sempre avuto vita facile, ma oggi si è ritrovata ad avere come competitor l’Isis, che pur non possedendo quadri propri nella regione, ha potuto contare su spontanee adesioni da parte di salafiti e jihadisti di varia risma, attratti dall’immagine che i media forniscono del fantomatico “Califfato”(più che dalla reale forza politico-militare del gruppo). Nell’agosto del 2014, quando il governo yemenita decise di tagliare i sussidi sul carburante, gli sciiti Houthi si misero in marcia e approdarono nella capitale. A metà settembre gli scontri degenerarono, e gli sciiti, avendo avuto la meglio, occuparono i ministeri, la banca centrale e i media del paese. Tutto ciò con ancora in piedi il legittimo governo di Hadi. In questo contesto è stato firmato un “accordo di pace“, e le virgolette sono d’obbligo, visto che successivamente gli Houthi hanno conquistato i porti petroliferi ed altre città nello Yemen occidentale, di fatto comportandosi come uno “Stato dentro lo Stato”; milizie autonome, riconosciute come interlocutori dallo stesso governo Hadi. Qualcuno ha parlato di un modello Hezbollah portato all’estremo.

Nel gennaio del 2015 a causa dell’impossibilità di trovare qualsiasi accordo e della volontà Houthi di mantenere il controllo militare della capitale, tutto il parlamento si è dimesso assieme al presidente Hadi, creando – se possibile – una situazione di ancora maggior caos politico. Come se non bastasse uno dei leader secessionisti del sud, tal Nasser al Nouba, negli stessi giorni dichiarava l’indipendenza del Sud dello Yemen. Qualche giorno dopo, a febbraio, i leader Houthi annunciarono in diretta televisiva lo scioglimento delle istituzioni politiche dello Yemen, e la nascita di un Comitato Rivoluzionario: il colpo di Stato iniziato a settembre veniva quindi ufficializzato.

Il 20 marzo due diversi attentati suicidi rivendicati dall’Isis hanno causato 140 morti in due moschee della capitale. Il presidente deposto Hadi intanto si è rifugiato ad Aden, nel sud del paese, dove è bersagliato dall’aviazione degli Houthi, che non fermano la propria avanzata: il 22 marzo la terza città del paese, Taiz, è infatti stata conquistata dai ribelli. Cosa può accadere ora non è dato saperlo. Le ultime notizie riportano della fuga da Aden del presidente Hadi, ma la situazione è in costante divenire. I ribelli Houthi non sono abbastanza forti per conquistare tutto il paese, ma allo stesso tempo il presidente in fuga – seppur formalmente sostenuto dalla comunità internazionale – non ha la capacità e gli strumenti per riconquistare i territori passati ai ribelli. Nel frattempo l’Arabia Saudita ha messo in stato di massima allerta l’esercito, e sono confermati movimenti di truppe al confine con lo Yemen, il cui governo deposto ha nel frattempo ha chiesto ufficialmente sostegno militare.

La situazione è questa. Lo Yemen non esiste più, e per rispondere alla domanda che fa da titolo a questo articolo bisogna allargare lo sguardo allo scontro geopolitico tra Arabia Saudita e Iran. Cosa sta succedendo in Yemen? È probabilmente un’anticipazione in piccola scala di quello che potrebbe succedere – e che in parte sta già succedendo – nel mondo musulmano dopo il disimpegno statunitense: una guerra totale di religione.

Lorenzo Carota
Lorenzo Carota
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