Dopo una dozzina di anni circa nei quali gli Stati Uniti e gli alleati NATO si sono visti impegnati in campagne incentrate nel Grande Medio Oriente e nella diatriba sulla realizzabilità di operazioni controinsurrezionali/controterroristiche efficaci, è riemersa la necessità di addestrarsi nuovamente a possibili conflitti “peer-to-peer adversaries”, un’espressione usata per definire situazioni di conflitto nelle quali ci si troverebbe di fronte ad avversari dalle capacità quasi paragonabili a quelle occidentali. Sostanzialmente Cina, Russia, Corea del Nord e Iran.

Nonostante sia una buona regola non sottovalutare nessun tipo di nemico (come anche le guerre asimmetriche di queste prime decadi di anni 2000 hanno dimostrato), la difesa missilistica porta con sé un livello di complessità tecnologica di alto livello, che proveremo ora a spiegarvi.

L’ORIGINE – L’idea di costruire un sistema di difesa missilistica in grado di confrontarsi con i missili lanciati da una nazione nemica non è un concetto di recente scoperta, ma trova le sue origini nel contesto della Guerra Fredda e del pericolo rappresentato dagli ICBM (Inter-Continental Ballistic Missile), vettori in grado di viaggiare da un capo all’altro di mondo e consegnare sul territorio nemico una o più testate nucleari. Dal momento che una delle caratteristiche principali di tali armi era (ed è) la facoltà di viaggiare oltre l’atmosfera terrestre, per poi rientrare a velocità supersoniche (pari a km/s) verso l’obiettivo designato, è ben comprensibile come una difesa nei confronti di tali minacce sia visto dai governi come obiettivo prioritario.

Ciò che tuttavia rende veramente discriminante la fattibilità di tale progetto è la natura altamente tecnologica e, conseguentemente, i costi da sopportare per tentare di raggiungere l’obiettivo.

Nonostante già negli anni ’60 e ’70 si fossero messi in campo dei rudimentali sistemi in grado di difendere aree considerate strategiche, la sostanziale inutilità per un missile dotato di testata nucleare di colpire con precisione un obiettivo rendeva la medesima difesa (come detto sopra, allora limitata a territori ristretti) sostanzialmente priva di reali effetti. Il vero salto di qualità, invero, lo si ebbe dagli anni della presidenza Reagan, quando fluì nel budget del Pentagono una gran quantità di denaro atto a un possente riarmo.

Trovandosi in un contesto di Guerra Fredda molti progetti avviati che riguardavano la difesa missilistica, avevano come scopo quello di contrastare esclusivamente l’Unione Sovietica. Tra questi vi fu il cosiddetto SDI (Strategic Defense Initiative), più globalmente conosciuto come “Scudo Spaziale”. In breve, esso si concentrava soprattutto attorno alla creazione di una bolla di protezione del territorio statunitense ottenibile grazie a una serie di armi a energia diretta, cioè laser, da porsi nello spazio (sebbene non mancassero sistemi basati a terra).

Questi avrebbero distrutto gli eventuali ICBM provenienti dall’URSS nella fase di volo oltre l’atmosfera terrestre, riuscendo quindi a superare il problema sopra esposto della limitata capacità di intercettazione dei sistemi precedenti. L’unico difetto (oltre agli enormi costi economici) lo si riscontrò nel fatto che nemmeno gli scienziati posti alla studio di tale arma fossero unanimi sulla reale fattibilità tecnologica del progetto.

Successivamente alla caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, ai vertici politici e militari degli Stati Uniti sembrò che la minaccia proveniente da Mosca fosse fortemente diminuita, sebbene la possibilità generale di attacco missilistico non si potesse totalmente escludere. Per questo il progetto SDI non venne abbandonato in maniera completa. Sotto la presidenza Clinton ricevette nuovo impulso e compito: affrontare la minaccia posta dai missili balistici di teatro, non capaci di raggiungere il territorio nord-americano ma quello di alleati, o le unità USA dispiegate in una data zona del globo. L’organizzazione incaricata del progetto mutò più volte nome, per poi raggiungere quello definitivo nel 2002, durante il primo mandato di George W. Bush, nacque la Missile Defense Agency (MDA).

LA MINACCIA – Uno dei primi punti da prendere in considerazione quando si parla di missile balistico è, senza dubbio, individuare quale sia il raggio d’azione dello stesso. Le categorie primarie sono tre:

  1. di teatro, capace di viaggiare dai 300 ai 3.500 km (quindi a breve e medio raggio);
  2. intermedio, dai 3.500 ai 5.500 km;
  3. intercontinentale, ovvero con raggio d’azione superiore alla cifra precedentemente indicata.

Normalmente ogni missile, qualsiasi sia la sua gittata, può trasportare testate in guerra convenzionali o dotate di armi di distruzione di massa (chimiche, batteriologiche o nucleari). Una categoria a sé stante è data dagli SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile), ovverosia missili balistici lanciati da sottomarini specificamente designati, aventi normalmente un raggio intercontinentale.

Come si potrà ben capire dalle descrizioni precedenti, in un contesto di contrasto tra grandi potenze come quello esistente per circa 40 anni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, gli ICBM rivestirono il ruolo di minaccia primaria sia a causa della distanza tra le due nazioni, sia in virtù del fatto che tali missili avrebbero potuto contenere non una, ma una molteplicità di testate, permettendo quindi con un solo lancio di colpire multipli obiettivi.

Oggi, in un contesto internazionale e geopolitico mutato, la loro rilevanza permane, soprattutto per una questione di natura militare (capacità di colpire il nemico da lontano), ma anche di prestigio politico. Infatti, nel già ristretto club nucleare non tutti gli Stati possono proiettare la propria potenzialità nucleare oltre determinate distanze. Il caso nord-coreano, non a caso, si adatta perfettamente alla logica sottesa.

Prima di analizzare i sistemi di difesa missilistica di cui gli Stati Uniti sono dotati è necessaria introdurre una distinzione molto utile a comprendere la difficoltà che il “difensore” si trova a dover superare per eliminare la minaccia rivolta al proprio territorio. Teoricamente, un lancio nemico potrebbe essere contrastato in quattro differenti momenti: fase di lancio, di ascesa, di “medio-corso” e di rientro (conosciuta anche come terminale).

© 2018 National Academy of Sciences.

Come è facilmente comprensibile, il lasso temporale ideale a eliminare la minaccia risiede nella fase di lancio; tuttavia su questo punto emergono due problemi sostanziali: lo strumento che renderebbe possibile ciò e la situazione in cui si verificherebbe.

Quest’ultimo punto, in particolare, è estremamente limitante, dato che muovere unità militari vicino alla fonte di lancio significherebbe che i cieli del territorio nemico sarebbero sostanzialmente sotto il controllo delle unità alleate, così come i suoi sistemi di difesa anti-aerea non dovrebbero più esistere o essere facilmente penetrabili. Si parlerebbe in questo caso di ambiente permissivo. Se le opzioni favorevoli, invero, non fossero presenti ci si troverebbe in una situazione di grande difficoltà, in quanto i pericoli per le forze teoricamente in grado di contrastare il lancio sarebbero assai elevati.

Il Pentagono, non a caso, aveva avviato programmi per installare armi a energia diretta, ovvero laser, su un Boeing 747 pesantemente modificato (Programma YAL-1 ABL), rendendosi però conto che, nonostante il successo dei primi esperimenti, fosse inaccettabile inviare un velivolo con equipaggio in cieli pesantemente difesi.

Se la tecnologia permetterà di installare tali strumenti sui velivoli senza pilota, capaci tra l’altro di stazionare sull’obiettivo per moltissime ore passando inosservati, l’avversione al rischio potrebbe diminuire. Tutto ciò, ovviamente, sempre che si sia stati in grado di scoprire il luogo di partenza del missile, in quanto diversi Stati possiedono sistemi di lancio mobili, e facilmente mimetizzabili in tunnel sotterranei o foreste. Per esempio, notizie degli ultimi mesi ricordano che le forze armate russe hanno rispolverato treni in grado di ospitare stazioni di lancio, rendendo l’ICBM virtualmente capace di viaggiare nelle vastità della Federazione Russa.

La seconda fase di volo del missile è l’ascesa, momento in cui il medesimo si prepara ad attraversare l’atmosfera e raggiungere lo spazio. Essendo un’ulteriore lasso temporale favorevole a intercettare il missile, attualmente sono in studio diverse tecnologie impiegabili, e a causa di ciò vi è una coltre di segretezza che rende impossibile capire quanto si celi dietro tali programmi classificati.

Il periodo maggiormente favorevole all’intercettazione rimane la fase eso-atmosferica, momento in cui il missile balistico viaggia nello spazio. Nell’arsenale degli Stati Uniti esistono due sistemi adatti a tale scopo: il GMD (Ground-Based Midcourse Defense) dell’Esercito e il Sistema di Difesa Missili Balistici Aegis (Aegis BMD) della Marina.

Infine, per quanto concerne la fase di rientro (terminale) si hanno quelli che primariamente si sviluppano come mezzi per difendere teatri d’operazione, sebbene vi siano possibilità di fungere come “ultima spiaggia” nel caso in cui i sistemi precedentemente citati fallissero i loro ingaggi. Si parla di THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e del sistema di difesa anti-aerea più famoso sin dai tempi della Guerra del Golfo del 1990, ovvero il PAC-3, più comunemente conosciuto come Patriot.

GLI STRUMENTI – Primo elemento da portare alla luce consiste nel fatto che il GMD sia per ora l’unico sistema di difesa contro i missili intercontinentali, dato che tutti gli altri possono esclusivamente rapportarsi con i missili balistici a più corta gittata. Il sistema in sé consiste di diversi elementi, divisibili in due grandi categorie: l’intercettore vero e proprio e i radar atti al tracciamento della minaccia. In particolar modo, parlare di questi ultimi significa addentrarsi in questioni tecniche estremamente complicate riguardanti la fisica, l’ingegneria aerospaziale, la balistica e quant’altro.

Basterà dire che esistono grandi impianti radar di “primo allarme” sia negli Stati Uniti continentali, che modelli dispiegati in posizione avanzata e basati su piattaforme semi-galleggianti. Queste ultime godono del vantaggio di poter essere mosse in prossimità dello Stato minacciante così come è avvenuto negli ultimi anni nel Pacifico occidentale, dove il radar ha avuto il compito di tracciare la curvatura balistica delle armi provenienti dalla Corea del Nord.

Dal punto di vista dell’intercettore si tratta sostanzialmente di un razzo a più stadi simile a quelli impiegati nei missili balistici veri e propri, ma con una testa in guerra che presenta il cosiddetto “Veicolo da Uccisione Eso-atmosferico”. Infatti, la specificità di tali armi risiede proprio nel fatto che il bersaglio non verrà distrutto tramite una carica esplosiva ma per contatto, come un proiettile che colpisce un altro proiettile. Il vantaggio risiede nel fatto che in tale maniera si eviterà che la carica, inavvertitamente e indirettamente, possa provocare la detonazione della testata nucleare.

Alla data di fine 2017 si è previsto di schierare circa 44 intercettori, distribuiti nella base di Vandenberg, California, e presso Fort Greely, Alaska. Negli anni scorsi vennero avanzate anche proposte per la costruzione di un sito sulla costa est, a protezione quindi delle minacce provenienti dall’Europa o Medio Oriente (leggasi Iran), ma le valutazioni non soddisfecero i criteri e di conseguenza i fondi non vennero rilasciati.

Sostanzialmente, quindi, tutti gli intercettori sono posti a difesa dalla possibile minaccia rappresentata da Pyongyang.

Tuttavia il sistema attualmente più interessante dal punto di vista della sua funzionalità e versatilità è rappresentato dall’Aegis. Il sistema, che prende il nome dal mitico scudo di Zeus, è impiegato dalla Marina degli Stati Uniti come difesa antimissile mobile, in quanto può spostarsi ovunque nel globo con il mezzo che lo trasporta, ovverosia un incrociatore della classe Ticonderoga o un cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke.

Oggigiorno vi sono tra le 30 e 40 navi che lo hanno installato, ma il Dipartimento della Difesa prevede che vi debba essere una progressiva espansione sino a raggiungere un totale di 100 unità nell’arco dei prossimi decenni. La capacità di Aegis è limitata ai missili appartenenti alla categoria di raggio intermedio, sebbene possa ingaggiarli in fase eso-atmosferica o endo-atmosferica.

La prima possibilità la coglie attraverso il missile SM-3, guidato in volo direttamente dal radar della nave, prima di avvicinarsi all’obiettivo e distruggerlo attraverso la medesima testata non esplosiva (“penetratore ad energia cinetica”) montata sul GMD.

Se ci si trovasse di fronte a una minaccia già in fase di rientro, in aiuto potrebbe arrivare l’SM-2 ER Block IV (evoluzione dell’arma anti-aerea installata sulle navi della U.S. Navy) dotato di testata convenzionale atta ad assicurare una maggiore possibilità di successo. In sviluppo ora anche una versione ulteriormente avanzata, l’SM-6, che permetterà di incrementare il raggio d’azione.

Il sistema Aegis possiede anche la capacità di tracciare i missili nemici e “passare” le coordinate e informazioni utili al GMD, agendo quindi da strumento di primo allarme per l’intervento contro minacce intercontinentali. Sviluppi tecnologici ulteriori, tuttavia, fanno presagire che si tenterà di aggiungere una limitata capacità difensiva contro gli ICBM anche su questa piattaforma.

Esiste anche una variante del sistema Aegis, operativa in Romania (con una seconda installazione in fase di sviluppo in Polonia). Conosciuta come Aegis Ashore, essa è dotata del medesimo radar SPY-1 e intercettori presenti sulle navi e ha sostanzialmente lo scopo di difendere gli alleati degli Stati Uniti dalle minacce missilistiche provenienti dal Medio Oriente (ancor una volta leggasi Iran), sebbene la loro presenza abbia fortemente irritato le élite politico-militari russe.

Queste ultime, infatti, accusarono le Amministrazioni Bush e Obama di voler violare le norme formali e informali alla base della deterrenza russo-americana, sostenendo come la struttura inibisse la capacità di Mosca di rispondere attraverso missili intercontinentali a un’eventuale aggressione degli Stati Uniti.

Va sottolineato come ciò, però, sia solamente un’abile manovra politica da parte del Cremlino, dato che come detto precedentemente il sistema non è in grado di bloccare ICBM, nonché la dotazione numerica da parte di quest’ultimo non avrebbe problemi a superare l’eventuale ostacolo rappresentato dalle installazione nell’Est Europa.

L’ultima parte di questo articolo è dedicata, invece, a gli ultimi due strumenti di difesa: il THAAD e il PAC-3. Entrambi sono impiegabili esclusivamente nell’ambito della difesa di teatro, quindi la loro risulta essere un’utilità tattica e non operativa/strategica come i precedentemente descritti.

In particolar modo il primo dei due menzionati è spesso considerato la versione terrestre dell’Aegis, poiché abile a intercettare minacce sia già presenti nell’atmosfera che ancora fuori da questa tramite una cosiddetta tecnologia “hit to kill”, ovverosia colpendo direttamente l’avversario. Pur essendo in grado di affrontare una molteplicità di armi nemiche, anch’esso non è progettato alfine di rispondere ai ben più complessi ICBM.

La caratteristica principale che lo designa come impiegabile in teatro deriva dal fatto che gli intercettori e il radar di controllo siano montati su veicoli, aggiungendo all’arsenale statunitense un mezzo capace di essere spostato in qualsiasi luogo del globo, diversamente dalla versione navale (per ovvie ragioni) o suo derivato terrestre (causa la fissità dello stesso). Una tipica batteria missilistica include sei veicoli lanciatori, ognuno equipaggiato con otto intercettori.

Il THAAD atterra in Corea del Sud – American Military News

Il sistema è sorto negli ultimi mesi all’onore delle cronache per essere stato dispiegato in Corea del Sud come strumento di dissuasione e rassicurazione contro le minacce attuate dal governo nordcoreano, nonché come potenziale difensore presso l’isola di Guam delle truppe a stelle e strisce.

L’ultimo dei sistemi di difesa da illustrare è il PAC-3 Patriot. Sviluppato all’inizio degli anni ’80 con l’obiettivo di assumere il compito di difesa anti-aerea precedentemente svolto da altri due armamenti, con il passare degli anni ha virato decisamente verso un altro scopo: la difesa contro i missili balistici tattici, in particolar modo all’interno dell’U.S. Army.

In ragione di ciò, infatti, sono stati designati intercettori specifici, dotati di modifiche strutturali maggiormente adatte ad affrontare le caratteristiche tecniche e di volo dei missili nemici. Una differenza riscontrabile con i precedentemente descritti GMD, Aegis e THAAD è portata dal fatto che esso agisca esclusivamente in ambito tattico, proprio in quanto le modifiche apportate al modello originale hanno ridotto incredibilmente il raggio d’azione a soli 20 km (e solo una versione prodotta negli ultimi anni ne ha incrementato il raggio d’azione di circa una quindicina di km).

Inoltre, in aggiunta alla consueta testata cinetica utile a colpire il missile in arrivo, è presente anche una piccola carica esplosiva designata appositamente per incrementarne la letalità.

PROSPETTIVE – Negli anni futuri la difesa missilistica assumerà un ruolo ancor maggiormente importante all’interno delle Forze Armate degli Stati Uniti, nonché in prospettiva anche in tutti gli Stati capaci d’investire denaro e conoscenze tecnologiche atte a costruire sistemi di difesa. Questo in quanto la diffusione della tecnologia tramite mezzi leciti e illeciti, nonché la sempre maggior diffusione di strumenti balistici anche a Stati non in grado di reggere un confronto militare convenzionale, aumenterà il rischio di essere oggetto di attacchi.

Il pericolo, come si può ben comprendere, incrementerebbe a dismisura nel caso in cui le testate di tali missili montassero armi di distruzione di massa. A conferma di ciò, si attende a breve l’uscita della cosiddetta Ballistic Missile Defense Review preparata dal Pentagono, aggiornante lo stato delle minacce.

Va sottolineato, però, che nonostante gli avanzamenti tecnologici una difesa da queste minacce è sempre molto complessa da realizzare, quindi non bisognerebbe mai cadere nell’errore di credere che l’esistenza di una molteplicità di “barriere difensive” sia capace di condurre a un risultato positivo.

Non è da dimenticare, infatti, che dei sistemi di difesa missilistica precedentemente descritti, solo il PAC-3 ha realmente operato sul campo di battaglia, mentre gli altri sono finora rimasti confinati a test controllati, ossia riproducenti condizioni che si potrebbero verificare nella realtà, ma con il limite che spesso quest’ultima produce variabili molto meno prevedibili e controllabili di quanto un test possa concepire.

Insomma, nonostante tutti gli avanzamenti tecnologici e i millenni trascorsi, pare essere rimasti ancorati al dilemma cardine di ogni conflitto svoltosi sin dall’antichità: prevarrà lo scudo o la spada?

di Luca Bettinelli

 

Redazione
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