I droni si sono costruiti nel tempo la reputazione di macchine perfette per omicidi a distanza, ma il loro utilizzo può anche avvenire in diversi contesti. L’ONU ha da tempo iniziato ad utilizzare UAV disarmati in missioni di peacekeeping.

I droni, o più tecnicamente gli Aeromobili a Pilotaggio Remoto (APR) o Unmanned Aerial Vehicle (UAV) nelle versione inglese, sono velivoli caratterizzati dall’assenza del pilota umano a bordo. Il loro volo e le loro “azioni” sono controllati dal computer a bordo del velivolo, sotto il controllo remoto di un navigatore o pilota, sul terreno o in un altro veicolo. Essi sono ormai da tempo, al centro della cronaca bellica mondiale: nessuno ha mai nascosto, e a dire il vero è abbastanza evidente, che tali mezzi siano sostanzialmente nati per scopi bellici ben precisi, ovvero le missioni definite come “noiose, sporche o pericolose” (dull, dirty or dangerous), cioè quando la presenza di uomini a bordo è non solo inutile, con ingente risparmio di risorse economiche, ma anche e soprattutto pericolosa. C’è chi ricorda addirittura come il primo prototipo di “drone” utilizzato nella storia dell’umanità, fossero dei palloni gonfiabili caricati di esplosivo che gli austriaci utilizzarono per attaccare Venezia nel lontano 1849 (con fortune alterne; alcuni a causa del vento colpirono le linee austriache). Sicuramente ne è passato di tempo e a oggi questi velivoli sono macchine perfette in grado di compiere missioni di lunga durata a centinaia di chilometri dalla base, quasi invisibili agli occhi umani e meccanici. Da un utilizzo militare si stanno sviluppando anche utilizzi civili, ad esempio in agricoltura, nel cinema o nel commercio, come pensa di poter fare Amazon, usando droni per le consegne dei propri prodotti.

IL CONTROVERSO UTILIZZO DELLE “KILLING MACHINES”

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Questo Uav è sviluppato da Northrop Grumman, ed usato dall’esercito Usa in ambito di sorveglianza. / credits: Agf

Com’è ovvio che sia, l’utilizzo dei droni per scopi bellici ha generato un grande dibattito. La controversia si può riassumere schematicamente su due ordini di posizioni: da un lato c’è l’opinione diffusa fra molti governi e eserciti riassumibile nella giustificazione data dalla war on terrorism e dal diritto all’autodifesa sancito dal diritto internazionale. Dall’altro c’è l’opinione diffusa fra Ong, Nazioni Unite (le quali hanno chiaramente definito “illegali per il diritto internazionali” tali tipi di attacchi), politici, militari (pochi) e buona parte degli osservatori e dell’opinione pubblica internazionale secondo cui, al di fuori dei conflitti armati, la forza letale intenzionale è legittima, solo quando strettamente inevitabile al fine di proteggere da un’imminente minaccia alla vita. Essi attaccano anche l’idea di “autodifesa” in quanto non si può dimostrare, ad esempio, che gli estremisti che si trovano nel nord del Pakistan o in Yemen costituiscano una minaccia imminente alla sicurezza del territorio americano, così come l’idea che si compiano degli omicidi mirati in paesi stranieri (a volte senza chiedere il permesso o addirittura senza avvisare i governi locali) in risposta agli attentati dell’11 settembre 2001 è quanto meno discutibile.

GLI UNARMED UNMANNED AERIAL VEHICLE

In questo particolare contesto nel gennaio del 2013 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a seguito della richiesta del Segretario Generale Ban Ki-Moon, ha approvato l’utilizzo di droni nell’ambito della missione MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo). Prima di gridare allo scandalo chiariamo subito una cosa: essi sono “unarmed”, ovvero non armati; questa parola è reiterata fino all’eccesso ogni volta che vengono tirati in ballo i droni dei caschi blu, ed a ragione. A dire il vero non viene usato neanche il termine “drone”, ormai oggettivamente caratterizzato in maniera negativa, sostituito da “Unarmed Unmanned Aerial Vehicle”. Essi non sono equipaggiati con armamenti di alcun tipo. Si tratta di 5 droni “Falco” prodotti dall’italiana Selex ES del gruppo Finmeccanica. Hanno un range di 200 km circa, dunque abbastanza limitato; motivo per il quale i vertici dell’operazione MONUSCO stanno pensando di creare un’altra base di controllo più a Nord dell’attuale base di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), per controllare le attività ribelli dei gruppi attivi al confine ugandese. Lo scopo dei “droni di pace” dell’ONU è proprio questo: monitorare le attività dei gruppi armati, tracciarne le posizioni e gli armamenti, collezionare informazioni. La RDC è il primo campo di azione nella storia dei droni nelle missioni di peacekeeping: una missione fra le più difficili fra quelle dispiegate dall’ONU dispiegata per sedare un conflitto ventennale che dilania il paese e spesso foraggiato dai suoi vicini.

Il comandante dei caschi blu MONUSCO, il brasiliano Carlos Alberto dos Santos Cruz, non ha dubbi sull’utilità dei droni per il supporto delle azione delle sue forze anche, e non è poco, per capire se un villaggio è un villaggio o un nascondiglio dei ribelli, proteggendo in questo modo i civili. Gli fa eco il tedesco Martin Kobler, a capo della missione: “Qui abbiamo il compito di neutralizzare i gruppi armati, non si può fare senza intelligence. In più (i droni) hanno anche un effetto psicologico: tutti sanno che stanno volando.”

E in effetti uno dei vantaggi dell’utilizzo dei droni è la loro “discrezione”; sono silenziosi e dunque si possono impegnare in ricognizioni in piena notte in condizioni di quasi invisibilità, cosa che sarebbe impossibile fare ad esempio con un elicottero. Ovviamente hanno però anche dei limiti: il primo è lo scarso raggio di azione di cui già si è parlato; un secondo è l’opposizione da parte di Madre Natura ad esempio nelle fitte giungle o nelle foreste impenetrabili anche per le telecamere ad alta definizione equipaggiate dai Falchi insieme a infrarossi e laser.

La generale soddisfazione che ha accompagnato l’impiego dei droni nella RDC ha spinto il Sottosegretario Generale per le Operazioni di Peacekeeping dell’ONU Hervé Ladsous a proporre al Consiglio di Sicurezza il dispiegamento di “Unarmed UAVs” nell’ambito della missione MINUSMA in Mali (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali).

Il governo maliano ha dato l’ok. Cosa che ad esempio non ha fatto il governo del Sud Sudan. Per evitare di cadere in errori già commessi, bisogna sempre ricordarsi di bussare, prima di entrare in casa d’altri; specialmente se lo scopo è quello di portarvi la pace.

Per approfondire

Marco Principia
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