Una crisi diplomatica tra Egitto ed Italia potrebbe avere ripercussioni importanti per tutto il Mediterraneo. In gioco ci sono interessi energetici e la stabilizzazione politica della Libia, da cui tra poco inizieranno a partire in massa navi cariche di migranti.

Della recente vicenda del ricercatore Giulio Regeni, assassinato in Egitto tra il gennaio e il febbraio 2016, s’è già parlato molto sulla stampa italiana, spesso concedendo spazio alla morbosità, al complottismo e alla facile indignazione.

Pur non entrando nel merito, si nota che questo clamoroso episodio di violenza si può inserire in un contesto dietro il quale si muovono fili diplomatici srotolati molto tempo fa, e tuttora ben radicati.

L’Italia ha il dovere e il diritto di chiedere giustizia per la morte di Regeni e per i continui depistaggi. Ma la diplomazia italiana è conscia di dover indossare una maschera. Dall’altro lato, l’Egitto, ha il dovere di dare risposte alla comunità internazionale, almeno entro i limiti dell’attenzione mediatica (dal suo punto di vista sperando che questa si esaurisca in fretta). Questo braccio di ferro diplomatico avviene all’ombra delle relazioni economiche tra i due Stati.

Anche se il grande pubblico non lo ricorda, l’Italia ha avuto, e mantiene tutt’oggi, una posizione particolare nei confronti dei paesi del Medio Oriente e del Maghreb. Vicina geograficamente, senza un troppo compromettente passato coloniale (almeno se paragonato ad altri Paesi europei), con un’economia che nel dopoguerra era in crescita e bisognosa di materie prime, l’Italia ha sempre potuto giocare il proprio ruolo nella regione.

Con Enrico Mattei negli anni ’50 e ’60, l’ENI intraprende una politica attiva e quasi spericolata nel mercato del petrolio, intessendo relazioni complicate con Iran, Egitto e altri paesi arabi, spalleggiata dalle politiche prudenti e diplomatiche dei vari governi in carica. Attualmente ENI è l’unica grande società europea con ancora del personale e stabilimenti in funzione in Libia, e Al-Sisi è un vicino potente che ha un ruolo non indifferente nella stabilizzazione della situazione libica, dove non è ancora stato definito un governo di unità nazionale con cui relazionarsi.

Il generale Khalifa Haftar, qui nella foto, controlla delle milizie libiche armate dall'Egitto nelle aree sotto la giurisdizione del governo libico di Tobruk. Al momento risulta essere uno dei più grandi ostacoli alla formazione di un governo di unità nazionale, a causa dell'ostilità apertamente dichiarata nei suoi confronti dal governo stanziato a Tripoli, a sua volta sponsorizzato dalla Turchia e dal Qatar. GABRIELE MICALIZZI / CESURA

Il generale Khalifa Haftar, qui nella foto, controlla delle milizie libiche – armate dall’Egitto – nelle aree sotto la giurisdizione del governo libico di Tobruk. Al momento risulta essere uno dei più grandi ostacoli alla formazione di un governo di unità nazionale, a causa dell’ostilità apertamente dichiarata nei suoi confronti dal governo stanziato a Tripoli, a sua volta sponsorizzato dalla Turchia e dal Qatar / Photo by GABRIELE MICALIZZI / CESURA

Agli interessi in Libia si aggiunge la necessità di assecondare una realpolitik con l’Egitto, a seguito della scoperta nell’estate 2015 di un enorme giacimento di idrocarburi nella concessione ENI egiziana di Zohr. Essendo ENI una presenza economica di peso non trascurabile in Italia, è indubbio che gli interessi del gigante energetico siano paralleli a quelli di qualunque governo italiano; nella situazione attuale tali interessi necessitano di buoni rapporti diplomatici con l’Egitto di Al-Sisi.

Gli impianti ENI in Egitto / clicca per ingrandire / credits: tekmormonitor advisory

Gli impianti ENI in Egitto / clicca per ingrandire / credits: tekmormonitor advisory

L’Italia si trova quindi nella complicata situazione di dover mostrare sé stessa determinata sul caso Regeni (anche per la propria credibilità internazionale) e al contempo non inimicarsi Al-Sisi per tutelare gli enormi interessi economici e geopolitici che partono dalla stabilizzazione della Libia ed arrivano fino al gas egiziano: due facce della stessa ragion di Stato di cui il cittadino deve essere reso consapevole. L’Italia rimane dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, e senza un governo in Libia sarà molto più complicato gestire la prossima ondata di migranti (stime parlano di 300 mila persone nei prossimi mesi).

Mentre l’Italia ha richiamato l’ambasciatore dal Cairo (“per consultazioni”, ma è evidente l’intento di mettere pressione all’Egitto) l’UE, attraverso l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Mogherini, valuta cautamente come intervenire nella questione senza finire coinvolta nel gioco degli interessi incrociati, a cui si aggiunge la mobilitazione del mondo accademico e delle associazioni per i diritti umani. In tutto questo però, il caso del singolo morto occidentale squarcia a malapena il velo di normalità che l’interesse economico ha steso sulla cupa situazione che colpisce tanti tristemente anonimi egiziani.

Redazione
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