Secondo i dati riportati dall’UNHCR – l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati – dei 258 milioni di migranti che nel 2017 hanno lasciato la propria casa, oltre 68 milioni sono migranti forzati ovvero individui che hanno abbandonato la propria dimora perché messi in fuga da violenze perpetrate in situazioni di guerra o instabilità, ma anche dagli effetti provocati dal cambiamento climatico e dalle disuguaglianze derivate dall’accesso alle risorse (terra, cibo, acqua).

Di questi 25,8 milioni godono dello status di rifugiato (di cui quasi 20 milioni sotto mandato dell’UNHCR), oltre 40 milioni sono sfollati interni ovvero persone che si sono allontanate da casa, ma non hanno varcato un confine internazionale, e 3,2 milioni i richiedenti asilo in attesa che le autorità competenti del paese presso cui hanno inoltrato la domanda, decidano di riconoscere loro (o meno), lo status politico di rifugiato.

In meno di due decenni il numero dei migranti forzati nel mondo è raddoppiato e una delle ragioni è di carattere geopolitico:

la decomposizione degli Stati postcoloniali fra Medio Oriente, Africa ed Europa sud-orientale”. (L. Caracciolo, Extraeuropei ed ex europei, Chi Bussa alla nostra porta, 6/2015).

Nel 2017 16,2 milioni di persone sono state costrette a mettersi in cammino: 11, 8 milioni di sfollati interni e 4,4 milioni tra rifugiati e richiedenti asilo. Facendo i debiti calcoli, nell’anno considerato, circa 44.400 persone al giorno hanno abbandonato la propria casa.

Anche qualora dovessero risolversi i conflitti in corso nell’area MENA (Middle East and North Africa) che da soli provocano la fuga di un numero di persone proporzionato all’intensità e al protrarsi delle violenze, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni in meno di cinquant’anni gli sfollati climatici oscilleranno tra i 25 milioni e il miliardo, per lo più distribuiti in Bangladesh, India, Cina, Indonesia e nelle Filippine, ma anche in diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.

Bambine attraversano un ponte di bambù nell’isola di Katubidia in Bangladesh, paese estremamente minacciato dall’innalzamento dell’acqua dell’oceano. Credit to: UNHCR/Saiful Huq Omi

Di fronte a questi numeri, s’impongono alcune considerazioni: se da un lato la popolazione mondiale, che ha superato i 7 miliardi e 600 milioni, appare sedentaria, dall’altro 258 milioni di persone che per effetto di cambiamenti climatici, politici, economici e sociali, sono in movimento, rappresentano la più importante domanda di mobilità che l’umanità si sia ritrovata ad affrontare. Un approccio stato-centrico al tema delle migrazioni è superato dalla realtà; ciò che i governi mondiali sembrano interpretare come una condizione temporanea è un fenomeno di carattere strutturale, che come tale andrebbe affrontato a livello sovranazionale.

Nel 2017 l’85% dei rifugiati sotto mandato dell’UNHCR era ospitato in regioni così dette “in via di sviluppo”, ovvero povere e poverissime. La maggior parte di queste persone si trovava nell’area MENA: 39% mentre l’Europa, ivi inclusa la Turchia (il paese al mondo con il più alto numero di rifugiati presenti sul territorio), ne ospita meno del 10%: per l’esattezza il 6%.

Questo perché il luogo dove si originano i flussi è il luogo di destinazione degli arrivi.

Nel 2017 oltre il 68% dei rifugiati di tutto il mondo proveniva da 5 paesi: la Repubblica Araba Siriana (6,3 milioni), l’Afghanistan (2,6 milioni), il Sud Sudan (2.4 milioni) Myanmar (1.2 milioni) e la Somalia (986.000) mentre gli Stati con il più alto numero di ospiti sul territorio erano la Turchia (3,5 milioni), il Pakistan (1,4 milioni) l’Uganda (1,2 milioni) il Libano (1 milione) la Repubblica Islamica Iraniana (979.400).

Il principio di responsabilità internazionale condivisa, che 145 paesi decisero a Ginevra, dovesse guidare le azioni necessarie ad assicurare la protezione dei civili in tempo di guerra, lungi dall’essere rispettato dall’intera comunità firmataria è osservato solamente per necessità dovute alla prossimità geografica. La violenza endemica tra Iraq, Siria, Palestina e Yemen costringe paesi come la Turchia, la Giordania e il Libano (quest’ultimo peraltro non presente a Ginevra) ad accogliere milioni di persone che raggiungono le frontiere a piedi. Il caos libico ne spinge altrettante a cercare fortuna in Tunisia e così via.

Se a separare gli europei dall’area MENA, o dall’Africa subsahariana non ci fosse il Mar Mediterraneo – il continente con tutta probabilità – verserebbe in un dramma regionale paragonabile a quello che in altre parti del globo coinvolge più stati e più popoli costretti, loro malgrado, a ripartirsi gli oneri dell’accoglienza.

La traversata del Mediterraneo: numeri e rotte

Si stima che a partire dalla metà degli anni Novanta siano morte oltre 25.000 persone nel tentativo di attraversare quello che i romani chiamarono Mare Nostrum.

Secondo i dati riportati dell’UNHCR nel 2015 a fronte di 1.015.877 ingressi via mare i morti e i dispersi furono 3.771. Nel 2016 gli arrivi sempre via mare calarono drasticamente a 363.425 ma aumentarono i morti e dispersi rispetto all’anno precedente 5.096. Nel 2017 gli ingressi diminuirono ancora 172.324 ma si contarono 3.139 vittime che nel 2018 scesero a 2,277 su un totale di 116.647 ingressi. 530 sono i morti e i dispersi del 2019 (aggiornamento al 7 giugno).

La rotta mediterranea centrale è una delle più pericolose. 2017, credit to: DZ Lupi/Reuters]

Sono tre i percorsi che seguono i migranti trans-mediterranei che ricalcano quelli già utilizzati dal contrabbando internazionale di droga, armi e opere d’arte: quello occidentale, quello centrale e quello orientale.

“Cinghie di trasmissione estese per migliaia di chilometri che trasportano uomini, donne e bambini (molti non accompagnati) dal cuore dell’Africa nera e dall’Asia occidentale fino a Berlino, Parigi, Stoccolma o verso rifugi improvvisati e provvisori ovunque possibile. I tre corridoi meridionali attingono ai rispettivi bacini privilegiati: Africa occidentale, Centrafrica e Corno d’Africa, Levante siriano.” (L. Caracciolo, Extraeuropei ed ex europei).

La traversata del Mediterraneo rappresenta l’unica via d’accesso per quanti dal continente africano e dal Medio oriente decidano di provare a entrare nella Fortezza europea. In assenza di una politica mirata proprio alla diversificazione del regime dei visti, e pur tenendo conto dei buoni propositi contenuti in questo comunicato stampa rilasciato dalla Commissione europea nel marzo del 2018, e di lodevoli relazioni d’iniziativa discusse in Parlamento, oltre il 90% dei richiedenti asilo in Europa sono entrati illegalmente.

Così anziché assicurare protezione ai richiedenti asilo che ne avrebbero diritto, offrendo loro vie legali per raggiungere l’Europa, come il corridoio umanitario, l’Unione dei 27/28 lascia che, ad “occuparsi” di queste persone siano le organizzazioni criminali gestite da trafficanti che stabiliscono tariffe, rotte e tempistiche.

Nel 2014 i migranti entrati via mare all’interno dello spazio europeo furono 215.690 di cui il 70% sbarcato in Italia (circa 170.000) e meno del 20% in Grecia (circa 43.000). Su un totale di 225,445 ingressi illegali via mare e via terra.

La crisi del 2015

A causa del perdurare e dell’intensificarsi del conflitto in Siria e dell’improvvisa notorietà raggiunta dalla rotta mediterranea orientale, nel 2015 sulle isole di Lesbo, Chio, Samo, Lero e Kos sbarcarono 856.000 persone partite dalla vicina Turchia.

Leggi il nostro Siria Report

Nell’arco di dodici mesi 1.015,068 individui attraversarono il Mediterraneo a proporzioni invertite rispetto all’anno precedente, l’84% del totale arrivò in Grecia mentre solo il 15% dei profughi sbarcò in Italia (159.000) utilizzando la via mediterranea centrale. Su un totale di 1.032,408 ingressi illegali via mare e via terra. Tra loro, quasi 500.000 i siriani (di cui il 51% donne e bambini), 213.000 gli afghani e 92.000 gli iracheni.

Migranti e rifugiati partiti dalle coste della Turchia e sopravvissuti alla traversata dell'Egeo vengono sbarcati da un traghetto al porto del Pireo in Grecia. credit to: Orestis Panagiotou/EPA
Migranti e rifugiati partiti dalle coste della Turchia e sopravvissuti alla traversata dell’Egeo vengono sbarcati da un traghetto al porto del Pireo in Grecia. credit to: Orestis Panagiotou/EPA

Stessi numeri si registrarono lungo la rotta balcanica, percorsa dai profughi diretti in nord Europa. Secondo i dati forniti da Frontex – l’Agenzia Europea della guardia di frontiera e costiera – nel 2015 transitarono lungo questa via 764.033 persone: nei primi mesi dell’anno principalmente kosovari e albanesi, e a partire da marzo sempre più siriani, afghani e iracheni entrati in Grecia, ma diretti perlopiù in Germania.

Centinaia di migliaia di persone dirette in Austria, Germania, Svezia risalirono i Balcani passando dalla Serbia e dall’Ungheria o in alternativa dalla Croazia e dalla Slovenia. I paesi interessati dalla rotta, si trovarono a gestire una pressione migratoria senza precedenti nella storia dell’Unione europea, tale da giustificare – a detta dei rispettivi governi – la chiusura di frontiere, la conseguente sospensione di Schengen (14 volte in sei mesi) e l’innalzamento frettoloso di muri e barriere nel tentativo di arrestare un flusso ininterrotto di persone alla ricerca di valichi ancora aperti.

Polizia a cavallo alla testa di un gruppo di migranti nei pressi di Dobova, Slovenia.
Credit to: Srdjan Zivulovic/Reuters

Sul finire del mese di agosto la cancelliera tedesca Angela Merkel dichiarò che la Germania era pronta ad accogliere tutti i rifugiati siriani che avessero inoltrato la loro domanda entro il 2015, e che ai profughi provenienti da questo paese non sarebbe stato richiesto di indicare lo stato membro dell’Unione europea attraverso cui erano entrati.

Secondo i vincoli comunitari contenuti nel Trattato di Lisbona e nel regolamento di Dublino III, il primo paese europeo che s’incontra deve essere quello presso cui il richiedente asilo inoltra la sua domanda. Non stupisce quindi che la Germania abbia ricevuto nel corso dello stesso anno 476.000 domande d’asilo, anche se i profughi entrati nel paese sarebbero stati molti di più; le autorità tedesche riferirono di aver contato oltre un milione di persone durante la fase preliminare dell’accoglienza.

L’iniziativa tedesca ebbe successo e contribuì sia a incrementare i flussi che a trasformare tutti i rifugiati in siriani. A quel punto i paesi della regione, esonerati momentaneamente dal rispettare la normativa vigente sui controlli alle frontiere, si adoperarono per facilitare il transito dei rifugiati.

La rotta balcanica fu percorsa nel 2016 da 130.325 persone nonostante il passaggio fosse stato interdetto con la chiusura delle frontiere austriache e, a seguire, di quelle dei paesi confinanti: Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia e Turchia, e con l’entrata in vigore dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Ankara. Infatti va rilevato che se nel mese di gennaio si contavano lungo la stessa 128, 000 persone a dicembre erano poco meno di 3.000.

Dopo mesi di negoziati infatti, Ankara s’impegnò dal 20 marzo 2016 a riprendersi indietro chiunque partito dalle sue coste si fosse introdotto illegalmente all’interno del territorio dell’Unione, che in cambio avrebbe accolto un rifugiato (tra quelli che si trovano nei campi profughi) per ogni migrante espulso. Questa intesa prevedeva un finanziamento europeo ad Ankara di 6,6 miliardi di euro e una liberalizzazione – parziale, a determinate condizioni – dei visti per i cittadini turchi diretti in Europa.

L’accordo tra Unione Europea e Turchia, sortì gli effetti sperati. Nel 2016 gli ingressi via mare lungo la rotta mediterranea orientale furono 173.450, (a cui vanno aggiunte 3.300 persone che entrarono via terra) un numero nettamente inferiore a quello registrato nel solo mese di ottobre 2015, quando passarono dalle coste turche a quelle greche dell’Egeo 211.663 persone con una media di 6.828 sbarchi al giorno. Nel 2016 si passò dai 2.175 ingressi quotidiani di gennaio, ai 96 di Ottobre sino ai 54 in dicembre. (UNHCR). Nel 2017 le persone registrate lungo la rotta balcanica furono 12.179, mentre nel 2018 scesero a 5.869 principalmente afghani, pakistani e iraniani.

Il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, abbraccia il Primo ministro turco Ahmet Davutoglu alla fine di un summit a Bruxelles il 29 Novembre 2015. (AP Photo/Virginia Mayo)

A un ritmo decisamente più lento procede il processo di trasferimento e ricollocamento dei migranti lungo il confine greco-turco. Dall’entrata in vigore dell’accordo, si stima che solo 15 mila migranti – di cui 2.164 “forzati” e oltre 12 mila sotto lo scudo del Assisted Voluntary Return and Reintegration Programme – abbiano lasciato la Grecia per fare ritorno in Turchia e che solamente 12.476 rifugiati, prevalentemente siriani, siano stati trasferiti dalla penisola anatolica all’interno dell’Unione Europea.

Nel biennio 2016 – 2017 la rotta Mediterranea centrale diventa il percorso più utilizzato da rifugiati e migranti per raggiungere l’Europa. L’Italia torna a rappresentare la porta d’accesso principale per 181.400 persone nel 2016 per il 90% partite dalla zona di Sabratha, in Libia e 119.400 nel 2017. Tra loro c’era chi aveva diritto alla protezione internazionale, chi era vittima di trafficanti e chi era alla ricerca di condizioni di vita migliori. Se infatti la rotta mediterranea orientale viene ancora percorsa nel 2016 da 176.800 mila persone entrate in Grecia (via mare e via terra), nel 2017 sarà scelta da 35.400 persone (29.700 entrate via mare e 6.700 via terra).

I dati del 2018 evidenziano un ridimensionamento dell’equilibrio tra le rotte: mentre la via centrale conta il minor numero di partenze dal 2012, con 23.400 ingressi in Italia, la rotta orientale (50.500 ingressi in Grecia di cui 32,500 via mare e 18.000 via terra) e soprattutto quella occidentale hanno riacquistato importanza.

La via Mediterranea occidentale, che dal Marocco porta all’Europa attraverso la Spagna, rappresenta la principale porta d’ingresso per l’Unione Europea: 65.400 (58.600 via mare e 6.800 via terra) con un incremento degli ingressi del 131% rispetto all’anno precedente (28.300 nel 2017).

La non pervenuta politica europea in materia di migrazioni

La competenza dell’Unione Europea in materia di politiche migratorie e diritto d’asilo è concorrente, cioè si limita al rispetto del principio di solidarietà e equa ripartizione delle responsabilità tra gli stati membri. Detto in altri termini: si è liberi di non essere responsabili.

Nonostante la creazione nel giugno 2016 della Migration Partnership Framework: ogni paese continua a difendere il suo interesse particolare.

A riprova di ciò l’esito ben al di sotto delle aspettative, del piano di ricollocamento adottato dal Consiglio nell’estate del 2015 e terminato il 26 settembre del 2017. Questo meccanismo d’emergenza su base volontaria era stato pensato per trasferire persone aventi diritto di protezione internazionale dai due stati di primo approdo Italia e Grecia a un altro paese membro dell’UE.

Il programma avrebbe dovuto favorire il ricollocamento di 98.000 soggetti: 63.302 dalla Grecia e 34.953 dall’Italia, ma scaduto il termine di due anni solamente 31.503 persone sono state trasferite.

L’iniziativa fu accolta dalla quasi totalità degli Stati membri dell’UE che avrebbero dovuto mettere a disposizione un numero di posti proporzionale al PIL, mentre fu respinta da Regno Unito e Danimarca.

L’accordo prevedeva inoltre che venissero trasferiti al paese di accoglienza 6000 euro per ogni persona accolta, mentre al paese di primo approdo, a cui spettava il compito di individuare i soggetti da ricollocare dando la precedenza a quelli più vulnerabili, sarebbe stato garantito un risarcimento di 500 euro.

Polonia. 11novembre 2017. Circa 60.000 persone hanno preso parte alla marcia per l’indipendenza organizzata nella capitale Varsavia. Nelle strade cori anti rifugiati, inni a un’Europa bianca, al sangue puro e via dicendo. Credit to: Agnieszka Pikulicka-Wilczewska/Al Jazeera

Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia si rifiutarono di accogliere rispettivamente 2.691, 1.294, 6.182 persone, ma anche chi si prestò inizialmente a sottostare al piano non si sforzò di più: l’Austria che ha ricollocato 15 persone dall’Italia, avrebbe dovuto prenderne in carico 1.953, così la Francia, che ha accolto 4.699 persone invece che 19.714.

Di fronte alla crisi umanitaria e politica generata dall’ondata di richiedenti asilo che nel corso del 2015 si è riversata in Grecia, e da lì in Europa centro-settentrionale, l’Unione ha dimostrato la sua natura di (non) attore geopolitico.  

In sintesi

Il continente europeo non è sotto assedio, poiché è separato geograficamente dai poli di crisi internazionale e dalle persone in fuga dalle stesse, da una distesa d’acqua rappresentata dal mar Mediterraneo.

La traversata è rischiosa oltre che costosa; chi è motivato – per svariate ragioni – a raggiungere l’Europa deve affidarsi ai trafficanti d’esseri umani e più in generale alla sorte.

I morti in quello che fu il Mare Nostrum sono la vergogna d’Europa e il fallimento delle sue classi dirigenti che si limitano a prendere atto di questa condizione geopolitica favorevole, che impedisce a milioni di persone già in movimento, di raggiungere la fortezza a piedi.

2015, Siriani in fuga dalla città di Tal Abyad attraversano a piedi la frontiera turca nei pressi Akcakale, nella provincia di Sanliurfa. Credit to: Anadolu Agency/A.I.Ozturk

Ogni stato membro decide autonomamente in materia di politiche migratorie.

La protezione delle frontiere esterne dell’Unione sembra essere la priorità delle istituzioni europee. Nell’aprile del 2019 il Parlamento ha approvato l’adozione di un piano che conferirà all’Agenzia della Guardia di frontiera e costiera (Frontex) un corpo permanente di 10.000 uomini entro il 2027.

In attesa che l’integrazione proceda sul terreno politico le alternative scarseggiano. Si volge lo sguardo altrove, si esternalizza la gestione del fenomeno migratorio – nonostante i numeri ridotti permettano di fare diversamente – affidando a paesi come la Libia, il destino di persone che, se migrano per motivi economici non sono diverse dai 5.114,469 di italiani che secondo l’AIRE risiedono all’estero, ma se invece si mettono in movimento per altre ragioni, hanno diritto alla protezione internazionale, che non troveranno nelle prigioni libiche, già note alle Nazioni Unite nel 2017.

Un ragazzo guarda attraverso le sbarre di un centro di detenzione in Libia costruito nel 2006 a seguito di un accordo tra il governo libico e quello italiano interessato ad arginare il fenomeno migratorio lungo la rotta mediterranea centrale. Secondo quanto riportato dall’UNICEF il 31 gennaio del 2017 il centro ospitava 27 donne, un neonato di 11 mesi, un bambino di 4 anni e 1.352 uomini di cui 250 sotto i sedici anni. Credit to UNICEF/Romenzi

Si può monitorare la situazione mediterranea qui. Frontex, ha calcolato una riduzione del 92% nel numero di arrivi rispetto al picco raggiunto nel 2015, registrando l’ingresso di 28.560 migranti illegali nei primi mesi del 2019 di cui 21.591 via mare e 6.969 via terra. I principali Paesi di provenienza sono Afghanistan, Marocco, Repubblica Araba Siriana Guinea e Mali.

Di: Eliza Ungaro
Eliza Ungaro
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  1. Andrea Marino 25/06/2019 at 22:41

    Solidarietà

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