Agli inizi del secolo scorso, la penisola Arabica  si presentava come un deserto popolato da piccoli Emirati e Sultanati leali all’Impero Ottomano, la cui vita scorreva lenta scandita dai ritmi regolati dalle antiche tradizioni tribali islamiche. Nessuno di questi popoli immaginava cosa il futuro aveva in serbo per loro. Due i fenomeni cruciali che inaugurarono un’era di sviluppo senza pari: l’avvio della c.d. “Rivolta Araba” e la scoperta delle enormi riserve petrolifere nel sottosuolo.

Se oggi i Paesi del Golfo hanno un peso sullo scacchiere internazionale, lo devono a storie come quella che racconta il documentario Farewell Arabia, girato dalla britannica Rediffusion nel 1967. Quell’anno, la compagnia ricevette una sponsorizzazione da Intertel (un’organizzazione internazionale di servizi televisivi) per realizzare un documentario sulla “nuova” ricchezza basata sul petrolio in Arabia Saudita e negli Emirati.

Il film racconta la favola dello Sheikh Zayed, leader tribale protagonista del corto, e della sua fortunosa vicenda: un destino che gli consentirà di dare il via a grandi investimenti  in infrastrutture, per la difesa, l’istruzione e la sanità, grazie all’assistenza e ai petrodollari occidentali. Il titolo emblematico del documentario allude chiaramente al modo in cui la tradizionale vita ad Abu Dhabi sia stata spazzata via dal repentino cambiamento di scenario.

Perché guardarlo? Farewell Arabia non rappresenta una nostalgica critica alla storia dell’evoluzione dei Paesi del Golfo, quanto un oggettiva analisi del modo in cui la corsa alle risorse della potenza funge da principio creatore e distruttore nel sistema internazionale.

Buona visione!

Paolo Iancale
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