Forni crematori in Siria?

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Sulla base di foto satellitari raccolte negli ultimi anni, fonti americane hanno accusato il regime siriano di aver apportato modifiche a un edificio della prigione militare di Sednaya (30 km a nord di Damasco) compatibili con l’uso di un forno crematorio per lo smaltimento dei cadaveri dei prigionieri.

Sebbene non sia possibile accertarlo dalle sole immagini satellitari disponibili, la cremazione dei cadaveri sarebbe una soluzione plausibile a un problema pratico che le autorità siriane affrontano da tempo: lo smaltimento delle migliaia di cadaveri di quanti muoiono di torture e stenti nei centri di detenzione, al ritmo di 50 al giorno nella sola Sednaya. Finora, i cadaveri di chi muore a Damasco finiscono in fosse comuni, due delle quali si trovano in prossimità di due cimiteri, Najha e Bahdaliyah, nella periferia sud di Damasco.

Un’indagine del 2013 di Human Rights Watch e del Violation Documentation Center sulla sezione 215 dell’Intelligence militare fornisce testimonianze e foto satellitari in cui si vede traffico di camion frigoriferi che scaricano corpi nelle fosse, scavi eseguiti con bulldozer, tracce di cumuli di sabbia e calce, utilizzate per la decomposizione rapida dei cadaveri. Il tasso di morte nelle carceri è così elevato che prima o poi appare inevitabile che le fossi comuni non bastino più, cosa che rende la cremazione probabile.


Breve graphic movie intitolato “SAYDNAYA PRISON: HUMAN SLAUGHTERHOUSE”, che descrive la vita e gli orrori della prigione, prodotto da Amnesty International nel febbraio 2017.

Si tratterebbe della già comprovata crudeltà delle autorità siriane, non solo verso le vittime, ma anche nei riguardi delle famiglie, che si vedrebbero negata la possibilità di sapere cosa ne è stato dei loro cari. La cremazione diventa strumento di negazione delle atrocità commesse, perché fa scomparire ogni prova, e negazione della dignità umana, persino nella morte. L’accostamento, nell’immaginario collettivo, con i forni crematori nazisti tradisce ancora una volta i legami del regime siriano con gli ex gerarchi nazisti, in particolare con Alois Brunner, noto con il falso nome di Georg Fischer, il braccio destro di Adolf Eichmann, responsabile della deportazione ad Auschwitz e dello sterminio di 135.000 ebrei.

Dopo la caduta del Terzo Reich, nel 1954 riparò nella Siria di Hafez al Assad, che lo protesse, negandone per anni l’estradizione, in cambio dell’addestramento dei servizi segreti siriani, i famigerati Mukhābarāt, alle più raffinate tecniche di tortura. Brunner morì a Damasco nel 2001, lasciando ai servizi segreti siriani, considerati tra i più brutali al mondo, un’eredità viva ancora oggi anche a Sednaya, tra i centri di tortura più brutali del Paese. Amnesty International si è a lungo occupata, di Sednaya e in un rapporto del febbraio 2017, frutto delle testimonianze di ex detenuti sopravvissuti, ex guardie carcerarie, ex giudici e medici, ha concluso che lì, tra settembre 2011 e dicembre 2015, fino a 13.000 persone sono state sommariamente impiccate, dopo processi farsa, spesso senza alcuna prova; altre migliaia sono morte sotto tortura in quella che Amnesty International ha definito una “politica di sterminio”, facendo eco alle conclusioni della Commissione d’Inchiesta ONU sulla Siria (rapporto A/HRC/31/CRP.1). Per comprendere la magnitudo di questa realtà, Amnesty International ha collaborato con un team di specialisti in Architettura Forense dell’Università di Goldsmiths di Londra per creare una ricostruzione virtuale in 3D, interattiva e sensoriale, della prigione (di cui suggeriamo la visione qui).

Quale che sia l’evoluzione dei metodi di smaltimento cadaveri delle autorità siriane, il presunto utilizzo di forni crematori, pur nella sensazionalità che suscita, appare secondario se interpretato in relazione alla necessità di dover smaltire un numero così elevato di corpi di cittadini siriani, per lo più civili, uccisi sistematicamente e da anni nel silenzio in quella che è una strutturata politica di sterminio della popolazione siriana.

di Samantha Falciatori ed Eliza Ungaro

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