di Danilo Giordano
Sapete ad esempio, che tra poco si vota per eleggere il nuovo Presidente, e il Primo ministro francese Valls si è dovuto scusare per una frase infelice pronunciata durante un’intervista? Dove va il piccolo Paese africano, prigioniero di un’economia che non riesce a diversificarsi, di  una famiglia presidenziale da sempre al potere e di un’ignoranza diffusa sulla situazione politica.

Le difficoltà geografiche che riguardano il popolo italiano (e non solo: qui la Cancelliera Angela Merkel, posiziona erroneamente Berlino in territorio russo), diventano ostacoli insormontabili quando si parla di Africa. La nostra conoscenza del Continente si limita ai Paesi del Nord Africa a quelli che, in un modo o nell’altro, fanno parte della nostra storia: Eritrea, Etiopia, Somalia, Mozambico, benché permangano le difficoltà nell’individuarli su una cartina.

Tra i paesi misconosciuti figura il Gabon, nazione emersa dall’oblio e saltata alle cronache lo scorso 16 gennaio, dopo alcune frasi infelici pronunciate dal Primo Ministro francese Manuel Valls nel corso di un’intervista televisiva. Valls, nel rispondere a chi gli chiedeva spiegazioni circa la presenza di alcuni governanti africani alla marcia per le vittime dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, ha espresso i propri dubbi circa i modi dell’elezione del presidente gabonese Ali Bongo Ondimba. Tali dichiarazioni sono state ritenute offensive dal governo gabonese che ha richiamato il proprio ambasciatore in Francia e minacciato di non intrattenere più rapporti commerciali con Parigi. L’incidente diplomatico si è chiuso passata una settimana, quando, a margine del Forum di Davos, il Premier francese si è scusato con il presidente gabonese, giustificando l’errore con la stanchezza accumulata.

Nonostante sia poco conosciuto, il Gabon è il quarto produttore di petrolio dell’Africa sub-sahariana, e il trentasettesimo a livello mondiale, con la compagnia italiana ENI che vanta una presenza decennale nel Paese. L’ex-colonia francese, ridotta nelle dimensioni e nella popolazione (circa 1,5 milioni di abitanti per 267.667 km2 di territorio), è governata dal 1967 da un’unica famiglia. L’attuale Presidente Ali Bongo Ondimba ha ereditato la carica dal padre Omar, morto nel 2009, che a sua volta ha governato il Paese sin dall’indipendenza: prima di assurgere alla guida del Paese Ali aveva già ricoperto gli incarichi di Ministro degli Affari Esteri e Ministro della Difesa.

Il prossimo 27 agosto nel Paese africano ci saranno le elezioni presidenziali e quei metodi “poco ortodossi” a cui Valls faceva riferimento nella sua intervista potrebbero riproporsi. Il 29 febbraio Ali Bongo ha comunicato di volersi ricandidare alle elezioni presidenziali: la Costituzione gabonese prevede un unico turno e Ali ha promesso, in caso di rielezione, di proseguire nella lotta contro il sistema di privilegi del Paese che assegna i proventi delle esportazioni petrolifere solo ad una ristretta casta. Il principale sfidante di Ali Bongo sarà Jean Ping, ex-presidente della commissione dell’Unione Africana, candidato del Fronte di Opposizione per l’Alternanza (FOPA), il quale ha già annunciato che, in caso di vittoria, ripristinerà la Costituzione del 1991 che prevedeva il limite di due mandati quinquennali consecutivi in carica.

Ali Bongo / credits: AP Photo-Bart Maat

Nel corso di questi mesi di campagna elettorale sono emerse alcune criticità riguardo il certificato di nascita di Ali Bongo: alcuni esponenti della società civile, riunitisi attorno alla sigla di Unione Sacra per la Patria, hanno sfruttato le dichiarazioni di una figlia di Omar Bongo, secondo la quale, Ali sarebbe nato in Nigeria. Se così fosse, essendo stato adottato, secondo l’articolo 10 della Costituzione non sarebbe candidabile. Al di là dell’anagrafica, la campagna elettorale sarà incentrata soprattutto sulla situazione economica del Paese, dato che il Gabon sta soffrendo la diminuzione del prezzo degli idrocarburi riguardanti l’80% delle esportazioni, il 45% del PIL ed il 60% delle entrate fiscali.

Si tratta di una situazione grave che sta penalizzando le numerose aziende del settore estrattivo: la sussidiaria gabonese della francese Total ha fatto registrare un calo del 45% del fatturato nel 2015. Tale indebolimento si ripercuote sulle casse dello Stato, con il debito pubblico che è passato dal 28,9% del PIL nel 2014, al 38,6% nel 2015, con outlook negativo per il 2016. A tutto questo bisogna aggiungere il sistema di corruzione e privilegi costruito dalla famiglia Bongo in tutti questi anni che non consente di mettere in piedi quelle riforme strutturali di cui il Paese avrebbe bisogno per emanciparsi da un’economia basata sulle estrazioni fossili. Il principale candidato dell’opposizione Jean Ping ha promesso un Gabon dove la popolazione vivrà meglio e le risorse pubbliche saranno gestite con efficienza: è di buon auspicio, ma somiglia troppo alle tante promesse, mai mantenute, di cui l’Africa è piena.

Redazione
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