Per la Grecia è un tabù; per la Turchia un nuovo obiettivo politico. Stiamo parlando delle dispute territoriali che riguardano lo spazio marittimo dell’Egeo, riportate all’attenzione della politica internazionale da un discorso del presidente Turco Recep Tayyip Erdogan del dicembre scorso, in cui si augurava una revisione del Trattato di Losanna.

Se per la Grecia è un tabù e per la Turchia una nuova priorità politica, per la geopolitica mondiale rimane una questione di secondo piano, soprattutto in periodi come quello attuale in cui sull’area del Mediterraneo orientale soffiano venti di guerra. La disputa dell’Egeo torna attuale dopo che lo stesso Erdogan, in un discorso pronunciato nel dicembre scorso ad Atene, si augurava esplicitamente una revisione del Trattato di Losanna.

Una questione (quasi) secolare

Il Trattato di Losanna di cui Erdogan propone una revisione è il documento con il quale nel 1923 sono stati delineati i confini della Turchia moderna, e lo stesso in cui veniva effettuata una divisione delle isole tra Grecia e Italia. Il Trattato di pace firmato a Parigi nel ’47 al termine della Seconda guerra mondiale, in nome del principio di autodeterminazione dei popoli supportato dagli anglo-americani, ha posto buona parte delle isole appartenute all’Italia sotto sovranità greca, ponendo una clausola limitativa sulla possibilità di stanziare forze armate sulle isole, che non dovevano eccedere in numero il minimo atto a garantire la pubblica sicurezza.

L’assetto della Turchia dopo il Trattato di Losanna – UNFICYP

La tensione tuttavia inizia a salire solamente nel novembre 1973, quando la Turchia decide di regolamentare unilateralmente la concessione di permessi di esplorazione mineraria su zone di fondo marino comprese tra le isole greche di Lesbo, Skinos, Limna e Samotracia, affidando alla compagnia petrolifera di stato la ricerca di risorse petrolifere.

Il primo acuto si verifica nell’estate nel ’74, dopo che la Turchia avanzò pretese sulla piattaforma continentale (d’ora in poi CS, continental shelf) situata tra gli arcipelaghi del Dodecaneso e delle Cicladi. Le autorità greche, stizzite dalle richieste turche, sottoposero la controversia alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG, 1976). L’appello greco alla giustizia internazionale si risolve con un nulla di fatto, non essendoci un riconoscimento della giurisdizione della CIG da parte della Turchia.

Lo scenario è andato via via deteriorandosi sino a sfiorare il vero e proprio conflitto armato nel 1987 e nel 1995. Il 25 dicembre 1995, in seguito al naufragio di una nave turca nei pressi dell’isola – o meglio, scoglio – di Imia (Kardak in turco). Atene affermò che l’incidente si verificò nelle proprie acque territoriali. Ankara, immediatamente, respinse le affermazioni della Grecia, sostenendo che Kardak fosse sotto sovranità turca.

Gli scogli contesi di Imia/Kardak – via PIO / thecypriotpuzzle.org

Sotto la lente del diritto internazionale

Quest’ultimo evento della storia recente ci permette di passare ad un’analisi dei fatti che si soffermi sulla componente giuridica della questione – quello economico-politico, come si sarà già intuito, è più strettamente legata al controllo delle risorse di cui è ricco il fondale dell’Egeo.

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Come abbiamo potuto vedere, e come ricordato anche dal Ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, manca un trattato bilaterale che definisca l’esatta delimitazione della frontiera tra i due Paesi. Ed è proprio da questa incertezza che deriva la maggior parte dei problemi.

La Turchia, non avendo ratificato la Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS), insiste nel basare le sue richieste sul principio dell’equidistanza, che assegna ad entrambi i Paesi un’area di 6 miglia nautiche, interpretando l’espansione a 12 miglia come una eventualità da casus belli. In questo modo, la Grecia controllerebbe il 43.5% e la Turchia il 7.5% delle acque dell’Egeo.

La Grecia invece, avendo ratificato l’UNCLOS, spinge perché vengano applicate le vigenti norme di diritto internazionale, ed ha tentato a più riprese di estendere la propria area di influenza a 12 miglia nautiche, riconoscendo alle proprie isole giurisdizione anche sulla corrispondente CS, il che porterebbe ad una situazione in cui il 71.5% dell’Egeo sarebbe in mano ad Atene, mentre ad Ankara rimarrebbe appena l’8.8% – e una conseguente diminuzione delle acque internazionali dall’attuale 49% al 19.7%.

Tutti coloro che ritengono che il diritto internazionale sia solamente la legge del più forte si sbagliano e la Grecia non accetterà questa visione . Prokopis Pavlopoulos, attuale Presidente della repubblica greca.

L’attualità della disputa

Abbiamo detto all’inizio come la questione sia tornata in auge dopo il viaggio – per molti aspetti storico, dato che un capo di stato turco non si recava in Grecia da oltre 60 anni – compiuto da Erdogan lo scorso dicembre ad Atene.

La Grecia, assumendo il ruolo di sponsor per l’avvicinamento della Turchia all’Unione Europea, si è a lungo assicurata che il contezioso sulle isole nell’Egeo rimanesse fuori dall’agenda di governo dell’AKP, cogliendo l’occasione per comportarsi come se effettivamente fosse stata attuata l’espansione a 12 miglia.  Negli ultimi 15 anni, in altri termini, ha silenziosamente approfittato dell’assenza di ripercussioni immediate dalla controparte turca per occupare –  usando lo stesso termine impiegato dal leader del Partito Repubblicano del Popolo (CHP) – 18 isole, stabilendovi basi militari.

Credits: Hellenic National Hydrographical Service

L’imminenza delle elezioni presidenziali, fissate per l’autunno ’19, ha obbligato l’AKP, il partito di Erdogan, a introdurre in agenda anche la disputa dell’Egeo, punta di diamante delle varie forze nazionaliste, di destra e di sinistra, che compongono la complessa struttura politica interna turca.

In virtù di questa rinnovata intraprendenza è stata avviata lo scorso febbraio la costruzione di una torre di controllo sull’isolotto – ma sarebbe sempre meglio dire “scoglio” – turco di Cavuş Adası, situato ad un miglio di distanza dalla contesa Kardak/Imia. La risposta greca non ha tardato a farsi sentire.

Sempre nel mese di febbraio infatti il Ministro della difesa greco, Panos Kammenos, esponente nazionalista, ha sorvolato Kardak/Imia in elicottero, innescando l’avvertimento di Cavusoglu a «evitare un possibile incidente indesiderato», dato che la zona è spesso sorvolata dagli F-16 turchi.

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Nonostante le parole rassicuranti dell’ambasciatore russo ad Atene, Andrey Maslov, che in una conferenza stampa tenuta martedì 10 aprile è apparso sicuro di poter escludere il conflitto militare tra due membri della Nato, sembra che i fatti lascino aperte altre possibilità.

Il Ministro greco Kammenos ha infatti tenuto un discorso alle truppe, pronte ad essere schierate nelle isole e al confine con la Tracia, nel quale ha affermato

le provocazioni e le minacce non ci spaventano e non ci indeboliscono. Al contrario, ci rendono più forti. Che sfiorino anche solo un pollice [della terra greca], se osano. I greci, uniti, li schiacceranno

Le autorità greche non hanno infatti intenzione di sopportare ulteriori sconfinamenti nel loro spazio aereo, dopo che un aereo turco di natura non specificata ha sorvolato l’isola di Ro nonostante gli spari di avvertimento. Rimane il fatto che, in assenza di un accordo tra i due paesi, le isole contese siano effettivamente sottoposte ad una sostanziale occupazione da parte delle forze militare greche stanziatevi.

E all’orizzonte, perlomeno nel breve periodo, non sembra vedersi una soluzione, con la Turchia impegnata in politica estera su più fronti, tra i quali va sicuramente citato l’impegno militare nel nord della Siria, e con una Grecia che ancora immersa nella crisi invoca l’aiuto degli alleati europei.

di Riccardo Stifani
Riccardo Stifani
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