I Cani di Ares – Corsari di Grecia / capitolo 4

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1 Marzo, Atene, ore 04:50, Partenone

I due sabotatori correvano immersi nell’oscurità, il silenzio attorno a loro. Erano arrivati da soli e da soli avrebbero fatto il lavoro.

Sul colle del Partenone non c’era nessuna guardia, nessun controllo; i due scalavano la salita con il cuore in gola. Erano rapidi e forti come solo due ventenni possono esserlo.

Arrivarono sull’enorme murata che dominava l’intera città. Buttarono gli zaini ed estrassero gli enormi pezzi dello striscione. In pochi minuti presero le pinzatrici e inchiodarono le quattro parti fino ad ottenere un rettangolo largo trenta metri ed alto quindici. Era enorme e pesante, i ragazzi non l’avevano calcolato.

«Aiutami a tirare ‘sta roba!» Disse Vassy.

«Attento… non strisciarlo altrimenti si taglia contro le pietre, ma quanto cazzo pesa!» Fece Nico.

«Dai, pianta i picchetti mentre io prendo i lacci!»

«Quanto ci abbiamo messo… Quanto è passato dal messaggio?» Urlò Vassy.

«Sono già sei minuti, muoviti… Dobbiamo stare entro i dieci»

Nico fissò tutto il suo lato ai chiodi, metà lavoro era fatto.

«Aiutami… questa roba si è incastrata…» Nico raggiunse Vassy, tirò lo striscione fino a posizionarlo sull’orlo della murata. Le mani gli tremavano per lo sforzo, se la matassa di stoffa informe fosse caduta giù tutto sarebbe stato vano.

Ma, i due ce la fecero, riuscirono a fissare l’enorme pezzo di stoffa ai picchetti piantati lungo la murata. Erano passati 9 minuti, si guardarono attorno, il disegno urbano era caotico, da lì si vedeva tutta la capitale; le luci di Atene erano impressionanti, l’intera città era ai loro piedi. Il mare non si vedeva, ma il Pireo c’era. Era lì, in fondo da qualche parte.

«Siamo corsari di terra, eh Vassy?» Fece Nico.

«Non preoccuparti, arriveremo anche al mare» rispose il compagno.

I passamontagna che coprivano la bocca erano umidi per la condensa del respiro e, i loro vestiti totalmente neri e stretti, erano resi ancora più aderenti dal sudore provocato dallo sforzo. I due sabotatori erano stanchi, puzzavano, e il loro sangue era iniettato di adrenalina.

Quella sensazione era impagabile. Fare qualcosa di proibito. Qualcosa che si credeva importante, qualcosa che si riteneva giusto.

I due giovani erano immersi in un vortice di esaltazione che li proiettava in un’altra dimensione. Realizzare qualcosa di grosso, che non riguardava solo loro.

Nico controllò l’orologio: «Ok Vassy, 10 minuti. È ora»

Si disposero ai lati, lo striscione era ancora arrotolato, in bilico sulla murata del Partenone.

Nico si voltò verso Vassy, lo fissò per alcuni interminabili secondi, ed alzò il braccio come segnale; i due sferrarono un calcio alla massa di stoffa che si srotolò lungo tutta la murata emettendo un tonfo sordo.

Avevano paura, erano esausti, ma non riuscirono a trattenersi e sfogarono la tensione emettendo un lungo urlo liberatorio che si alzò cupo verso il cielo.

In lontananza si percepì solo un debole rumore. Come un latrato di cani.


Salonicco, ore 05:10, sede del quotidiano Makedonia 

Il telefono iniziò a squillare.

«Ma chi cazzo chiama a quest’ora…» pensò Dimitris.

Si era appena seduto sulla nuova poltrona in simil pelle quando, con un caffè in mano, dovette alzarsi per rispondere. «Buongiorno, Redazione Makedonia» disse il giovane stagista. «Buongiorno cittadino» fu la risposta.

Quella parola inconsueta, cittadino, stupì immediatamente Dimitris che corrugò la fronte.

«Qui è la ciurma del capitano Ares che parla, stanotte abbiamo attaccato un convoglio nemico, sulla E90, al km 47».

«Pronto?… ma chi parla?» chiese Dimitris confusamente. «Che convoglio?».

«Un convoglio nemico te l’ho detto… siamo corsari no? Colpiamo i convogli». Dall’altra parte del telefono si sentirono risate. L’uomo non era solo.

«Quando colpiamo, colpiamo duro e quando sorge il sole guardate il Partenone. Lungavita al Capitano Ares!», l’uomo riattaccò.

«Chi cazzo era?!» pensò Dimitris. «Il convoglio, il Partenone, ma di che parla…»

In quel momento Chryssa entrò nell’ufficio con un termos di caffè.

«Buongiorno» disse la direttrice facendo un sorriso a Dimitris. «Allora primo giorno eh?» La direttrice vide nello sguardo del ragazzo che c’era qualcosa che non andava.

«Hey, tutto bene? Scusa mi sono dimenticata come ti chiami, sei il ragazzo nuovo giusto?» cercava di essere gentile con il tirocinante.

Dimitris si rese conto della figura che stava facendo, balbettò e riuscì solo a dire: «Credo che ci abbiano appena fatto un scherzo telefonico…».


2 marzo, Salonicco. ore 03:30, scantinato dei Konstantakis

«Avete visto che casino?» fece Ares, era euforico e su di giri, era già ubriaco.

«Tutti ne parlano cazzo! Tutti!» Ares guardava i suoi sodali, li guardava negli occhi, cercando di scovare la paura.

«Ora siamo tutti responsabili e non si torna più indietro, tutti d’accordo no?»

«Come la mettiamo con Petros?» fece Christos.

«Tranquillo, non dirà nulla, non ci tradirà». Fece Nico. «Se dicesse qualcosa inizierebbero a fargli un sacco di domande, sarebbe nei casini anche lui, e non credo abbia voglia di mettersi nei casini con la Polizia»

Vassy buttò una copia di un quotidiano sul tavolo, sulla prima pagina c’era una foto gigante dell’Acropoli su cui campeggiava un enorme striscione: una bandiera azzurro cupo con una croce bianca al centro – come quella dell’indipendenza del 1830 – nel primo quadrante in alto c’era una bandiera nera con teschio e tibie incrociate, come quelle dei pirati, o dei corsari.

Sopra la bandiera una scritta a caratteri cubitali:

CHI NON HA GIUSTIZIA, SI PRENDE LA VENDETTA

pirates


5 marzo, Atene, appartamento di Nico e Yiorgos

«La verità è che noi greci non abbiamo la mentalità giusta, siamo come quegli altri… gli italiani, gli spagnoli… Quando ci criticano hanno ragione e lo sappiamo tutti! Eleni parlava concitatamente, come sempre quando c’era da parlar male del suo paese, sembrava che amasse farlo anche solo per il gusto di osservare le facce degli interlocutori contorcersi, cercando di nascondere il fastidio.

Eleni osservava l’altro, aspettando che prima o poi reagisse, ma questa volta non succedeva nulla, chi gli stava di fronte sembrava apatico alle sue provocazioni.

«Le nostre università sono piene di gente che non sa fare nulla, studiano sciocchezze inutili, non hanno nessuna predisposizione al lavoro, nessuna capacità di creare, e poi, non sanno una parola d’inglese… non so ancora come si possa vivere al giorno d’oggi senza sapere una parola d’inglese»

Nico la osservava, girò il suo cocktail annacquato e continuava a fissarla senza lasciar trapelare nessuna emozione, aveva degli occhi bellissimi, e la sua agitazione nel parlare creava un effetto sensuale che il ragazzo non aveva mai notato prima d’ora in una donna.

«Tu cosa studi? Fai la stessa facoltà di Yiorgos?».

«No, faccio storia». Le rispose lapidario Nico.

«Ah, anche tu!… Vedi? Mi spiace è brutto da dire ma è così… con la storia non ci fai i soldi»

Nico le sorrise ironico: «Già, è per questo che faccio anche il cameriere. Tu cosa fai invece?»

«Scienza dell’organizzazione applicata all’industria, ma in realtà adesso sono tutta presa da un progetto bellissimo, sto fondando una start up. Guarda, io non so come sia possibile che nessuno ci abbia mai pensato! Ma senti meglio così… idea mia, soldi miei» Eleni diede un sorso al suo mojito e si asciugò la bocca con la mano.

«Ah bellissimo» disse Nico, non stava neanche ascoltando come ogni volta che si sentiva a disagio, doveva uscire, era sudato, l’aria dell’appartamento era oscena, un odore di sudore e marjuana impregnava ogni cosa, e si era scordato anche perché avesse iniziato a parlare proprio con Eleni, che evidentemente non era il suo tipo.

«Beh, bene dai, magari diventerai ricca no? Io te lo auguro di certo». Disse Nico sfoderando un sorriso falsissimo e pensando a una strategia per levarsi di torno.

«La mia è un’idea bellissima» Eleni ricominciò. «Hai presente Facebook? Immaginatelo come una comunità per studenti, ragazzini dai 5 ai 15 anni».

«Beh, facebook era nato per gli studenti…» rispose nico.

«Eh? In che senso?» disse Eleni.

«Niente lascia stare» fece Nico.

«Allora praticamente sto creando una app, una specie di Facebook ma solo per studenti, pensato per i ragazzi dell’Unione Europea. Sarà un social dove si possa parlare solo in inglese, dove questi ragazzini possano interagire liberamente tra loro, in gruppi aperti, senza che nessuno li debba giudicare per come parlano o per il loro livello di conoscenza dell’inglese. Ognuno sarà libero di auto-catalogarsi in uno dei tre livelli della lingua: principiante, intermedio ed esperto. Potranno discutere di quello che vogliono e i commenti funzioneranno come per le foto di Instagram, insomma un misto tra Facebook e Instagram. Abbiamo presentato il nostro progetto alla commissione istruzione del governo, stiamo aspettando una risposta»

«Interessante, davvero» rispose Nico. «Senti scusami ma devo andare a lavoro ho il turno di notte oggi, devo darmi una ripulita prima…» Nico si liberò della ragazza e andò in camera sua. Chiuse la porta, lasciandosi dietro la musica e l’odore di erba. Andò verso l’armadio e aprì un cassetto. La prese in mano e la osservò, stringeva la bandana nera, il suo copricapo da corsaro.

«Allora come sta andando?» Chiese Yiorgos

«stavo parlando con un tuo amico che fa storia, che faccia che aveva, ma sta bene?»

«Chi Nico? Non so, sì, perché?»

«Sembrava un po’ pallido… senti è carino, ma è uno dei tuoi amici anarchici dell’uni?»

«Nico? No, peggio…» rispose Yirgos.

Eleni rise. «Perché dici così?»

«Ma Nico ha idee politiche un po’ strane, un po’ tutte sue, credo che sia comunque una specie di comunista»

Eleni fece una mezza smorfia. «Dai lascia stare, non parliamo di politica, e poi qua mi sa che sono l’unica a pensarla in un certo modo…»

«Come sempre del resto» disse Yiorgos.

Nella tasca di Eleni vibrò qualcosa. Estrasse il suo Iphone di seconda mano e fece in tempo a leggere l’oggetto della notifica.

«Richiesta fondi» era l’oggetto della mail, il mittente il Ministero dell’istruzione». Eleni sentì improvvisamente il cuore in gola. Pensò «Possibile che rispondano a quest’ora?!»

Si rimise subito il telefono in tasca e chiese a Yiorgos dove fosse il bagno.

Entrò e si chiuse a chiave, estrasse nuovamente il telefono e lesse la mail andando subito alla fine:

«…..e con dispiacere che Le comunichiamo esito negativo relativo alla richiesta di finanziamento di tipologia FP03 da Lei avanzata. Data la congiuntura negativa, che il Paese sta attualmente attraversando, tutti i Finanziamenti Comunitari verso la Repubblica Greca sono temporaneamente congelati…»

 «Mah come?…bastardi, bastardi del cazzo!». Eleni era sotto shock, si appoggiò con una mano allo specchio del bagno, mentre nel riflesso vedeva le lacrime solcarle le guance.

Continua…

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