I Cani di Ares – Corsari di Grecia / Capitolo 6

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8 marzo, Salonicco, ore 23:00. Casa dei fratelli Konstantakis

«Dobbiamo colpire. Farlo di nuovo e in modo più eclatante»

«Lo so, ho in mente qualcosa…» rispose Nico mentre scriveva sul cellulare. Le notifiche di whatsapp erano puntini di luce nella stanza, i due stavano sdraiati scompostamente sul divano mentre bevevano le loro mythos gelate.

«Può essere qualsiasi cosa, ma va fatta subito. Prima che l’attenzione si sgonfi altrimenti tutto quanto rimarrà solo un gesto simbolico e nulla più» fece Ares.

«Cosa intendi? Quello che facciamo è un gesto simbolico, cos’altro può essere?» Disse Nico.

«No! Noi non facciamo gesti simbolici. Noi stiamo combattendo»

Nico non disse nulla, in quel momento in realtà avrebbe voluto mandare dei messaggi vocali a Eleni ma si vergognava per la presenza del fratello.

Questa storia dei corsari iniziava a importargli sempre meno, era preso da Eleni.

«Cosa dovremmo fare per te?» Gli chiese Ares. «Io dico che dobbiamo alzare il tiro»

Nico tolse gli occhi dal telefono per guardare in faccia il fratello.

Gli arrivò un messaggio vocale dalla ragazza, non poteva sentirlo e provò una sensazione vagamente fastidiosa. Avrebbe voluto trovarsi in un’altra città, con un’altra persona, ma rimise il cellulare in tasca.

«Ok, qualcosa di grosso?» Disse guardando Ares. «Facciamo una rapina. Anzi, fai una rapina, io una rapina non la faccio…»

Ares si mise a ridere. «Ti caghi sotto?»

«Chiaro, come chiunque sano di mente dovrebbe fare in questi casi»

«Perché una rapina? Perché proprio una cosa del genere? Si rischia molto così»

«Non rischi meno che a bruciare TIR. Comunque se fai una rapina innanzitutto guadagni dei soldi, che puoi spendere per altre attività, e poi potresti regalare parte del bottino alla gente. Potresti distribuire soldi tra i disoccupati o tra gli anziani. Una cosa del genere. Pensaci, faresti un gesto che difficilmente l’uomo della strada criticherebbe». Ares era pensieroso.

Nico proseguì: «Pensa al cittadino medio, incazzato per la crisi, deluso dalla politica, senza soldi né lavoro. Come pensi che vedrebbero un bandito che gli regala parte dell’incasso? Ti amerebbero»

Ares sorrise «Sì, potremmo andare un giorno al mercato e buttare un po’ di banconote tra la folla, giusto per vedere come i greci reagirebbero…»

«Già» disse Nico. «Peccato per quel piccolo particolare. Tu non hai mai fatto una rapina, non sapresti farla e soprattutto non hai le armi per farla» Nico attese la risposta del fratello, voleva vedere se si sarebbe incazzato. Lo stava solo prendendo in giro.

Ma Ares non si arrabbiò, prese il fratello per il collo, la sua mano era pesante. Nico cercò di divincolarsi. Era una di quelle cose che lo facevano impazzire. Essere trattato come un ragazzino dal fratello. Ares lo tirò a sé e gli sussurrò: «Chi ti dice che non ho le armi? Lo sai anche tu chi può aiutarci, e stai tranquillo che lo faranno…Mi devono un sacco di favori…»

9 marzo, Salonicco, mezzanotte


Papagos salutò rigidamente la guardia armata entrando in caserma e prese le scale, passò dall’ingresso secondario prendendo la via dei dormitori. Il colonnello non amava passare per i luoghi affollati.

Faceva le scale sempre due gradoni per volta. Era una delle sue ossessioni. Arrivò nel suo ufficio come suo solito, senza che nessun altro riuscisse a rendersene conto. Aprì silenziosamente la porta e richiuse la serratura alle sue spalle, Papagos era solito chiudersi nel suo ufficio.

Si levò il berretto d’ordinanza poggiandolo sul piccolo mezzobusto di Pericle che teneva sulla scrivania e si accomodò sulla sua poltrona di pelle, lucidata alla perfezione.

Estrasse il cellulare ed accese il registratore: «9 marzo. Ore zero zero. Per la seconda volta Zaimis non si presenta alla riunione congiunta. I suoi uomini sono stupidi. Eccetto Theodorou, da tenere in considerazione.

Nessuna novità da segnalare. Sospetto non sia in corso nessuna reale indagine. Il professore esclude la pista anarco-comunista. A oggi ancora nessun sospetto»

Chiuse il registratore, appoggiò il telefono e si levò giacca e camicia. Spense le luci, e si tolse gli occhiali scuri che portava sempre.

Si massaggiò gli occhi, estrasse una boccetta di collirio dal primo cassetto, se ne mise alcune gocce e il dolore si attenuò notevolmente.

Come ogni sera si tolse le scarpe, puntò i piedi sulla poltrona e iniziò a fare le sue flessioni. Quando non riuscì più a sollevarsi si accasciò di lato sul pavimento emettendo un gemito soffocato. Il marmo era gelido.

Aprì il piccolo frigo che nascondeva nella scrivania ed estrasse il suo yogurt. Era denso ed insipido con una percentuale di grassi pari allo zero per cento. Ogni mattina il soldato di leva Prevezanos provvedeva a rifornire il frigo del colonnello con una bottiglia di yogurt artigianale, la bottiglia doveva essere rigorosamente di vetro.

Quella era la cena di Papagos. Centosettanta grammi di yogurt greco contenevano venti grammi di proteine e il militare se li faceva bastare.

Papagos era vegetariano, odiava le persone grasse solo più di chi non mangiava esclusivamente prodotti greci.

Era sudato, si rimise gli occhiali da sole e riaccese la luce.

Per la trentesima volta in 5 giorni rilesse l’ultimo dispaccio ricevuto dal Comando centrale dei Servizi segreti. Era una persona ossessiva, amava rileggere un documento di poche righe anche centinaia di volte solo per il gusto di percepire il senso dell’ordine. Il gusto del dovere:

«…all’attenzione del colonnello Papagos H.

-stabilire contatto con gli elementi denominati “Cani di Ares”.

-Ottenere informazioni su: Numero, Orientamento, Finalità.

-Considerarne credibilità, pericolosità, potenzialità.

-Proporre cooperazione in funzione di “interesse nazionale”.

-Procedere in modalità B5/4.

-Considerare modalità complessiva di approccio C2/7.

NON DIVULGARE NESSUN CONTENUTO …»

Papagos ripose il documento nella cartelletta e lo rimise nel cassetto blindato della scrivania. Inserì il codice personale per chiuderlo e si rivestì.

9 marzo, Salonicco, magazzini Harlog, ore 18:00


«Non ci credo! Non sei stato tu. Non dire cazzate…»

«Non ci credi? Non mi interessa, la questione non cambia» disse Ares.

«Ah ah! Sei stato veramente tu cazzo?! Non ci posso credere! Ma non eri da solo… Chi c’era? Scommetto quell’altro coglione di Petros e quello sfigato di Christos, i due cadaveri che ti porti sempre dietro…»

«Finiscila, dai rispondimi. Sì o no?» fece Ares

«Non so cosa tu ci debba fare, ma in ogni caso diciamo che se mi dai un quaranta per cento accetto» gli disse diretto Makarios, il capo magazziniere Harlog.

«Sei fuori, non ti do nessuna percentuale. Ti pagherò solo quello che decidiamo adesso, se accetti, quindi al posto che perdere tempo dimmi: sì o no»

«Trentacinque per cento?»

«Ho capito, ci vediamo Maka. Fai come se non fossi mai venuto» Ares sputò per terra e iniziò ad allontanarsi dalla zona ribalte.

«Dai Ares ti sto prendendo per il culo! Dai torna qua!» disse Makarios dall’alto, sporgendosi dalla Ribalta 17.

Ma Ares non si girò.

Makarios saltò giù e andò incontro al compagno di tanti pomeriggi passati in curva, a vedere il PAOK.

«Oh Ares, dove cazzo vai!»

«Mollami, non voglio perdere tempo. Se non me le dai tu andrò da qualcun altro»

«Ma dove vuoi andare, cosa ne sai tu di queste cose! E poi non sapresti neanche usarlo uno di quelli»

«Ho fatto la leva come tutti. Vedremo se non lo so usare!» gli urlò contro Ares.

Makarios aspettò qualche secondo ancora mentre l’amico se ne stava andando…

«Va bene!» urlò.

«Accetto testa di cazzo! Ho detto che Accetto!».

11 marzo, Salonicco, Cafe Marathonos


«Cosa vuole questo? Chi è?» disse Makarios guardando Nico.

«E’ a posto. È mio fratello minore»

Nico era impressionato dalla larghezza del collo di Makarios, anche le mani erano enormi, la pelle era bruna, come se fosse stata cotta dal sole.

«Va bene, allora aprite le orecchie, queste cose meno si dicono meglio è…» i due fratelli annuirono.

«A voi la roba serve ad Atene giusto? Guarda caso domani arriva un container da consolidare per Atene. Lo stipiamo di roba. È da giorni che abbiamo il magazzino pieno di roba da buttare la dentro. Ho visto che tra i colli per Atene ci sono 8 rotoli di teloni industriali, sono roba comoda per degli AK47. Noi ce li infiliamo dentro, avete detto 4 e 4 saranno.

Quando riempiamo il container quei rotoli li mettiamo sempre alla fine, perchè li sistemiamo tra gli spazi che avanzano tra i bancali, quindi saranno la prima cosa che si vedrà quando poi il container verrà aperto ad Atene.

Domani i sigilli li metto proprio io chiaro? Il container lo chiudo personalmente. In questi casi, quando è meglio che all’autista non venga in mente di buttare uno sguardo in ribalta, noi mandiamo fuori Gordias a fumarsi una sigaretta, l’autista del camion lo vede e lo sa, quando c’è Gordias che fuma durante il posizionamento è meglio che lui non esca dalla motrice. Non si sa mai, dovesse vedere cose che non doveva vedere…» Makarios strizzò l’occhio.

«Cos’è il posizionamento?» chiese Nico.

«E’ quando si carica un container, si dice così in gergo» gli rispose Ares.

«Allora dicevo» riprese Maka, «in questo caso però deve partire una stecca anche per il camionista, e quella ce la mettiamo noi, ma fa parte del prezzo quindi cari fratelli mettete in conto che un centone già me lo dovete per il camionista»

Ares annuì, Nico lo imitò.

«Il carico del container è in one-way previsto per le 12:00. Ares tu lo sai cosa vuol dire no? Arriva pieno, noi lo scarichiamo e poi lo ricarichiamo, e guarda caso proprio domani verso le 12:00 per un paio di minuti si romperà la telecamera che copre le ribalte Est. Abbiamo circa tre minuti prima che quella testa di cazzo della sorveglianza arrivi a controllare. Noi in tre minuti buttiamo gli otto rotoli, chiudiamo, sigilliamo tutto e dopo tre giorni il container salperà con l’ Hanjin Wisdom direzione Atene. Lì il nostro container verrà scaricato dai miei uomini… e seguiranno comunicazioni»

«Che intendi?» disse Ares

«Sai com’é… noi siamo amici, ma questi sono affari e potrebbe anche essere che ci volete fottere. La prudenza non è mai troppa. Saprete dove saranno i fucili solo dopo che noi saremo sicuri che nessuno potrà beccarci con quella roba tra le mani, non ti diremo né codice di container né molo di scarico o altro.

…Non preoccuparti che non te li lasciamo sulla banchina» Makarios fece ancora l’occhiolino .

«Saranno al porto ma non vicino la  HJ Wisdom, e soprattutto non con i miei uomini nei paraggi. Te li mettiamo dove li potrà trovare solo chi saprà come cercare…»

Ares annuì ancora.

«Ok, allora l’affare è fatto» Makarios porse il braccio ad Ares. I due non si strinsero  la mano, come Nico osservò con stupore, bensì l’avambraccio. Un gesto strano. Rude.

«E’ stato un piacere fare affari con voi… Corsari…»

Continua…

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