I Cani di Ares – Corsari di Grecia / Capitolo 8

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 13 marzo, Atene palazzo Maximou, ore 21:30

«Signori, sono passate quasi tre settimane e non abbiamo ancora trovato una linea comune su come reagire. Non possiamo perdere altro tempo, entro lunedì dobbiamo presentarci con una decisione, che piaccia a tutti o no….»

Il primo ministro Zaros fece una pausa.

«E’ con rammarico che mi trovo a constatare che la tua azione non ha dato i frutti sperati» disse rivolgendosi al ministro delle finanze Yanis Tzemos. Yanis se lo aspettava, ed era già furibondo, reagì di scatto.

«No Kostas! Non ci sto se la devi mettere giù così. Io ero arrivato a tanto così dall’accordo e lo sanno tutti… Poi è arrivata una telefonata da Atene… con ordini tassativi e tutto è saltato, forse tu sai chi ha fatto quella telefonata, no?» Rispose a muso duro il ministro delle finanze.

«Andiamo Yanis… a quelle condizioni non si poteva accettare ma nessuno ti ha detto di far saltare il banco! Non rinfacciarmi cose che hai fatto tu!»

Il capo delle finanze esplose: «Lo sapevo che prima o dopo avresti detto una cosa del genere! Se è così io mollo, non ti darò la soddisfazione di cacciarmi, sono disposto a mollare il ministero anche subito…vediamo chi troverai da mettere col culo su quella fottuta poltrona»

 Il premier non poteva tollerare un tale atto di insubordinazione.

«Se è così io non rifiuterò le tue dimissioni, quindi ti chiedo, ti stai dimettendo?»

Tzemos sentì il sudore freddo scenderli per la schiena, la tensione era palpabile, era furibondo, avrebbe volentieri spezzato in due il tavolo con un pugno. Ne sarebbe stato capace. Era campione di taekwondo, lasciò che la rabbia sbollisse lentamente. Gli altri ministri cercavano di guardare per terra, non volevano incrociare lo sguardo dei due litiganti. Nel frattempo gli uomini di Libertà greca, facevano finta di assistere indifferenti alla cosa. Sapevano che questo era uno scontro interno ai loro alleati di coalizione, loro ne erano fuori e non li conveniva metterci parola.

«Sì, do le mie dimissioni, non posso tollerare di essere vittima di un tale trattamento. Non dopo quello che ho fatto. Non dopo le cose che ho dovuto subire. Ora e qui vi dico, io mi dimetto»

Attimi di silenzio

«Bene se è così in qualità di primo ministro valuto la tua decisione. Signori dato che siamo qui riuniti vi chiedo accettate le dimissioni del ministro Tzemos?»

Il primo ministro non era stupido, a volte mentiva a volte era arrogante ma non era uno sprovveduto della politica, sapeva che il suo partito era diviso in correnti, adesso aveva l’occasione di vedere chi era con lui e chi no.

Ora poteva fare una conta dei fedeli e dei traditori.

Il primo ad alzare la mano fu il vice-primo ministro, il secondo il ministro della Ricostruzione, quindi il ministro del lavoro, loro erano con il premier ed accettarono le dimissioni di Tzemos.

Ora iniziava la conta….

«Io sono contrario, voglio che Tzemos rimanga al suo posto» fece il ministro degli esteri.

…Lo sapevo figlio di puttana… pensò il premier …tu sei sempre stato invidioso…invidioso ed infido, finalmente getti la maschera…

«Anch’io rifiuto lo dimissioni di Yanis» disse il ministro dell’economia. «So come sono andati i negoziati e la colpa non è stata di Yanis, non del tutto almeno. Alla fine avrà anche sbagliato atteggiamento, ma oramai il tavolo era già saltato, e non per colpa sua.

 …Tu Georgios? Cristo non tu… pensò il premier, una luce scura calò sul suo volto.

«Anch’io sono contraria. Tzemos deve rimanere al ministero» disse il ministro della lotta alla corruzione

di te e del tuo ministero non mi interessa nulla ragazzina… pensò Zaros.

«Tu che ne pensi Antonis?» Disse Kostas Tzemos al suo ministro della sanità.

«Io credo che Yanis meriti un’altra possibilità»

«Quindi rifiuti le dimissioni?»

«Sì Kostas, le rifiuto»

Il primo ministro si rese improvvisamente conto di essere circondato da uomini contro.

Su sette ministri del suo stesso partito solo tre si erano apertamente schierati contro il suo rivale, il ministro delle finanze. Zaros era in minoranza tra i suoi stessi uomini.

Tzemos assaporava la scena. Anche se non era intenzionato a ritirare le dimissioni.

«È il vostro turno colleghi» disse il primo ministro agli alleati di colazione.

Fino ad ora i quattro ministri di Libertà Greca, il partito di destra coalizzato con l’Unione della Sinistra Popolare di cui Zaros era leader, non si erano ancora espressi.

Il primo a parlare fu il potente ministro degli interni Dimitris Noikos. «Credo di parlare anche nome dei miei compagni di partito quando dico che a noi di questa storia francamente interessa poco».

I suoi uomini annuirono all’unisono con fare meccanico. «Esprimiamo come è ovvio dispiacere per il fallimento della commissione congiunta con Berlino, ma siamo convinti che l’insuccesso di quell’iniziativa sia colpa di Schaubert, della sua arroganza e della sua miope intransigenza» il leader di Libertà Greca posò gli occhi sul ministro delle finanze. «certo, l’immagine del nostro Tzemos ne ha risentito. Io credo che forse le sue dimissioni potrebbero anche essere un bene. Lo potrebbero liberare dall’incombenza di rappresentare un insuccesso e permetterci di tentare un’altra volta, uscendo dall’angolo in cui siamo finiti»

Noikos fece una pausa e proseguì con il suo stile teatrale:

«Sappiamo tutti che la politica è una recita. A volte per salvare lo spettacolo bisogna cambiare personaggio appena il pubblico inizia a fischiare.

Se le dimissioni di Tzemos potranno salvarci a allora io credo che dovremmo accettarle.

Io, Dimitris Noikos, come ministro degli interni accetto le dimissioni del dottor. Tzemos»

Il ministro degli interni si voltò ai suoi compagni di partito. «A voi la parola ragazzi».

«La penso come te Dimitris» disse il ministro della cultura.

«Anch’io» gli fece eco il ministro della giustizia.

«Non ho motivo di fare obiezioni a quanto detto dal mio capo» disse per ultimo il ministro della difesa. «Accetto le dimissioni di Yanis»

Improvvisamente il conto tornò a favore di Zaros, il primo ministro aveva 7 voti contro quattro. Gli uomini di Libertà Greca erano improvvisamente diventati fondamentali per il suo governo. Escluso lo stesso ministro delle finanza, quattro dei suoi ministri su sette gli avevano voltato le spalle.

La conta della lealtà si era rivelata più dura delle sue aspettative.

Noikos, aveva intuito la situazione che si era venuta a creare. Ora avrebbe potuto avere un vero potere di ricatto, almeno finchè Zaros non avesse sostituito i ministri ribelli.

Non poteva lasciarsi sfuggir quest’occasione inattesa.

Atene, Syngrou Avenue, sede di Libertà Greca, due ore più tardi

«Cristo santo che situazione ragazzi!» Noikos era euforico. Il boss sembrava respirare elettricità.

«Avete visto che figura di merda che ha fatto quell’idiota di Zaros» seguirono risate sonore.

«E’ stato umiliato dal suo stesso partito… sotto i nostri occhi… per di più proprio per colpa di quel comunista che aveva voluto mettere alle finanze a tutti i costi!»

«Quelli non conoscono la parola disciplina» fu il commento del ministro Georgiadis.

«Non è solo questione di disciplina. Il loro vero problema è che sono confusi. Non si aspettavano un’intransigenza del genere da parte dell’Europa. Non sanno più neanche loro che mosse fare. Ed ora questa storia della commissione congiunta è stata la botta finale.

Un fallimento epocale. Una speranza inaspettata per noi» disse Noikos.

«Adesso dobbiamo colpire. Noi, a differenza loro, le idee su Bruxelles e sulle sue bande di parassiti le abbiamo sempre avute chiarissime. Con loro non c’è nessun dialogo. Non deve esserci e non ci sarà.

I suoi ministri e colleghi di partito, lo guardavano timorosi ma pendevano dalle sue labbra.

«Ora dobbiamo solo spingere, in modo lento ma deciso verso la rottura finale». Noikos si interruppe un attimo, poi guardò negli occhi i suoi compagni.

«Per la Grecia non c’è più futuro nell’Unione. Noi lo sappiamo dove punterà la nostra rotta adesso?» Disse il leader di Libertà Greca.

«Verso Est!» Disse il ministro della difesa Georgiadis.

«Verso Est!» Urlarono tutti.

«Verso l’unione dei gloriosi popoli ortodossi!» disse Noikos in risposta.

«Ma state attenti, dobbiamo essere furbi! L’avvicinamento a Mosca dovrà sembrare sempre e solo una conseguenza… mai come una scelta… L’elettorato non lo saprebbe accettare altrimenti. Purtroppo neppure tutti i nostri elettori lo riuscirebbero ad accettare… noi non siamo Sole Radioso, dobbiamo mantenere un profilo più moderato su alcune questioni»

Noikos fece l’ultima pausa cercando gli sguardi di tutti e concluse

«Ricordate in politica non esiste la realtà. Esiste solo la percezione della realtà»

I colleghi attorno al tavolo fissavano il loro capo annuendo.

«Se i tedeschi insisteranno sulla loro ridicola intransigenza ci faranno solo un favore. Di fronte agli ostacoli la gente è più disponibile a cambiare strada…

…e noi faremo in modo che tutte le strade portino a Mosca»

CONTINUA….

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