I miti sulla regolamentazione economica

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Secoli di dibattito tra liberisti e interventisti non sono serviti a decidere se lo Stato debba svolgere o meno un ruolo da impreditore nell’economia imponendo una regolamentazione economica nel mercato, tanto che ancora ci si chiede quale delle due formule possa essere la migliore, specialmente nel lungo periodo. La risposta, però, potrebbe essere nessuna delle due per il semplice fatto che fattori politici e sociali possono condizionare la scelta e l’implementazione di diversi modelli.


Presentiamo gli storici avversari. Da un lato troviamo il dirigismo economico che viene spesso preferito alle dinamiche del libero mercato poiché capace di curare i cosiddetti fallimenti di quest’ultimo: monopolio, esternalità, asimmetria informativa e presenza di beni pubblici. Dall’altro lato, la soluzione liberista è apprezzata da quanti credono che il mercato possa raggiungere l’equilibrio tra domanda e offerta con le proprie forze. In entrambi i casi sono numerose le argomentazioni, positive o negative, a sostegno di ambedue le posizioni: possono prevaricare le ragioni del paternalismo o del socialismo più radicale oppure si può decidere di seguire il famoso insegnamento laissez-faire di Adam Smith, ma ancora non si arriva a una decisione.

Falsi miti. Credere che il mercato libero, anche nell’accezione del liberismo più estremo, sia privo di regole è un’ingenuità. Non si può negare che, sebbene le disposizioni non siano prodotte dall’autorità, è il mercato stesso che impone le proprie regole che si formano nei diversi settori in base alle esigenze dettate dagli scambi commerciali stessi. Già prima della nascita dell’apparato amministrativo dello Stato, esistevano regole consuetudinarie che regolavano gli scambi: la cosiddetta Lex Mercatoria. La rilevanza di tali regole per gli scambi commerciali è dimostrata dal fatto che queste sono poi confluite nei primi codici commerciali dell’800. Ma ancora, credere che la spontaneità di queste regole sia da preferirsi all’intervento pubblico può essere fuorviante. Pensate ai cartelli di prezzo tra privati che hanno come effetto quello di ridurre la concorrenza: non potrebbero essere risolti se non da una normativa che li vieta visto che in alcuni casi i rimedi a disposizione dei privati possono non essere sufficienti a ripristinare la situazione iniziale. Un esempio nella storia è la prima normativa antitrust adottata dagli Stati Uniti: lo Sherman Act del 1860 nasceva proprio per far fronte ai comportamenti restrittivi della concorrenza da parte del gruppo Standard Oil che aveva acquisito posizione rilevante sul mercato del petrolio. Ancora una volta sembra non esserci soluzione al dilemma.

Scenari differenti. La risposta, come spesso accade quando si è al cospetto di questioni di principio, è: dipende dai casi. Se si analizzano i sistemi di welfare sparsi per il mondo, paesi, come quelli del Nord Europa, in particolare i paesi scandinavi, caratterizzati da un forte intervento pubblico dello Stato nella vita di ogni giorno ottengono ottimi risultati da questo modello tanto da fare invidia ai cittadini degli altri paesi europei. Bisogna, però, sottolineare che il welfare in Nord Europa soddisfa un numero di popolazione inferiore rispetto ad altri Stati anche confinanti ben più popolosi quindi si basa su un equilibrio più stabile e meno soggetto ai cambiamenti. I modelli continentali, seppur differenti sotto alcuni aspetti, seguono anch’essi il cittadino “dalla culla alla tomba”, cioè durante l’intero arco della sua vita, attraverso un sistema equo ed efficiente che garantisce un elevata qualità della vita e un livello elevato di protezione sociale assicurando, quindi, servizi ulteriori oltre quelli cui si è abituati a pensare come l’assistenza sanitaria universale e l’istruzione pubblica gratuita. Ciò comporta un alto tasso d’investimento nella spesa pubblica, più alto della media dei paesi Oecd, che viene controbilanciato da una forte pressione fiscale, che non dimentica le fasce di reddito più basse. Provate, però, ad esportare il modello altrove in modo casuale, immaginate di far ruotare il mappamondo e scegliere un luogo a caso: con un po’ di fortuna la vostra scelta potrebbe far vacillare alcune delle più solide economie mondiali e potrebbe causare ampli conflitti interni nel paese tra classi sociali. Pensate a un paese in forte crescita come l’India o la Cina dove la mancanza di tali meccanismi è una delle ragioni che permette un rapido sviluppo economico a fronte ad esempio di un sistema previdenziale che non costa più del 3% del Pil. Gli scenari possono essere molto differenti tra loro e spesso non si riesce facilmente a ricondurli alla teoria liberista o a quella dirigista.

Un esempio di bilanciamento. Una soluzione intermedia nel panorama mondiale tra le due teorie potrebbe essere rappresentata dal modello dell’Unione Europea essendo utile per quei paesi in cui né le idee liberiste né quelle interventiste trovano il giusto equilibrio. L’idea europea si concretizza in un mercato libero che però è allo stesso tempo regolamentato: una struttura libera guidata dalla volontà privata che trova nel contemperamento pubblicistico il suo equilibrio di lungo periodo. Il compito dell’autorità è limitato alla sola regolamentazione e non all’intervento, dato che deve creare quelle regole a tutela dei vari attori che agiscono sul mercato, qualora questo presenti delle inefficienze. Il modello accennato è sui generis ma potrebbe costituire un’alternativa valida per abbandonare gli schemi classici e avere un’altra possibile strada da seguire in momenti di cambiamento. Ancora una volta, però, stiamo parlando di una sola area del mondo che condivide caratteristiche più o meno comuni. Questo ci spinge a non fermarci al singolo esempio e a continuare ad analizzare altri fattori che vanno oltre la semplice scelta di politica economica calata dall’alto: ci sono ragioni spesso ben più rilevanti di quelle economiche a giustificazione dei modelli esistenti nei vari paesi.

Criteri di scelta. I fattori politici e sociali, insieme a quelli economici, costituiscono le ragioni della difficoltà di applicazione generalizzata di uno dei due modelli. Indipendentemente dal colore politico del partito o del gruppo che governa un territorio, il punto di partenza dell’analisi è la forma di governo del paese. La presenza di meccanismi di decisione accentrata, come nel caso dei totalitarismi, non permettono l’esistenza di logiche condivise per loro natura costituendo ostacolo allo sviluppo di un sistema dove gli equilibri economici si formano autonomamente. La storia è testimone di alcuni esempi di dirigismo economico collegato alle dittature come ad esempio l’economia fascista e nazista basate sul modello della programmazione economica ossia su un intervento totale dello Stato che si sostituisce ai privati rendendo superflua la divisione tra impresa pubblica e impresa privata. Oltre al tipo di forma di Stato, i fenomeni sociali e la cultura di ogni singolo popolo possono far pendere la bilancia più da un lato rispetto che ad un altro. Si pensi alla situazione di Stati come l’India dove la divisione in caste non permette lo sviluppo di rapporti non solo economici ma anche sociali tra soggetti di diverse classi della popolazione oppure in paesi dove non si può neanche individuare un sistema economico di riferimento come quelli della parte centrale dell’Africa.

È chiaro quindi che la scelta tra i due sistemi non ha carattere assoluto ma si modella su considerazioni che stanno alla base delle singolarità dei diversi Paesi. Il fenomeno non fa altro che confermare ancora una volta che le economia non è l’unico parametro da tenere in considerazione anche quando si trattano argomenti dove svolge un ruolo principale. Bisogna, quindi, affiancare i fattori socio-politici dei singoli Stati per poter scegliere quale possa essere il modello più adatto. Sforzarsi di trovare la formula migliore in assoluto potrebbe, quindi, essere fuorviante.

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