Il doppio volto della pericolosa politica di Bibi

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L’aumento del numero di demolizioni di case palestinesi e l’aumento del numero di insediamenti israeliani rivelano una pericolosa politica abbracciata da Tel Aviv che la comunità internazionale dovrebbe cercare di frenare.

Un recente report redatto dall’OCHA (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del coordinamento delle questioni umanitarie) sulle condizioni di vita della popolazione palestinese nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ha portato alla luce dati preoccupanti che meritano attenzione e che richiedono una risposta politica immediata ed efficace. Secondo i dati raccolti dal report, infatti, il 2016 ha registrato un significativo aumento del numero di demolizioni perpetrate dallo Stato Israeliano ai danni delle abitazioni palestinesi. In particolare, l’OCHA parla di 684 edifici demoliti da Gennaio 2016 ad oggi, il che rappresenta un aumento del 25% rispetto ai dati riportati per l’anno passato. Le demolizioni, pur colpendo la popolazione palestinese nel suo complesso, interessano soprattutto Gerusalemme Est e la cosiddetta Area C – un territorio pari al 60% della Cisgiordania che in base agli Accordi di Oslo del 1993 è sotto l’amministrazione israeliana – che è dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 tra le questioni più delicate nelle dispute territoriali tra Israele e Palestina.

Tali demolizioni, che interessano per lo più abitazioni private, ma anche negozi e strutture pubbliche come scuole e centri di cura, sono giustificate da Israele o come misura di punizione nei confronti di famiglie i cui membri abbiano attentato alla sicurezza dello stato Israeliano o sulla base di pretesti legali, come il fatto che le case siano state costruite senza i dovuti permessi. Rispetto a questo punto, però, è doveroso sottolineare le difficoltà incontrate dai Palestinesi che desiderino costruire abitazioni che devono essere approvate dallo Stato: secondo i dati OCHA, tra il 2010 e il 2014 i Palestinesi avrebbero avanzato 2,020 richieste e Israele ne avrebbe approvate solo 33. Inoltre, secondo quanto trasmesso da WAFA (un’agenzia palestinese di informazione), una famiglia palestinese per poter ottenere i necessari permessi per la costruzione può ritrovarsi ad aspettare fino a 12 anni e a dover pagare fino a 70,000$. Di fronte a tale situazione, non sorprende come la maggior parte delle famiglie palestinesi procedano alla costruzione delle proprie abitazioni senza aspettare i dovuti – e a quanto pare impossibili da ottenere – permessi.

http://www.huffingtonpost.com/jamal-dajani/deconstructing-netanyahus_b_11371564.html
http://www.huffingtonpost.com/jamal-dajani/deconstructing-netanyahus_b_11371564.html

L’aumento delle demolizioni di case palestinesi, poi, è accompagnato da un’altra politica in preoccupante ascesa: la costruzione di insediamenti israeliani nelle stesse aree (soprattutto intorno a Hebron e Nablus) dove le case palestinesi vengono demolite e dove ai palestinesi viene impedito di costruire. Secondo l’OCHA, ad oggi 600,000 coloni israeliani risiedono in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, un numero che è più che raddoppiato dall’epoca degli Accordi di Oslo. Le ragioni di questa duplice azione israeliana, che con figure quali Netanyahu, Libermann e Bennett non ha fatto che aumentare, sono di natura politica e trovano le proprie fondamenta nei calcoli dell’attuale governo di ultradestra.

Per quanto riguarda Gerusalemme Est, la crescente demolizione di case palestinesi si inserisce nella politica abbracciata dal governo in carica allo scopo di allontanare i Palestinesi dalla città, costringerli a costruire le proprie abitazioni altrove, cancellare ogni legame fisico tra la popolazione palestinese e la città, eliminare fin dove possibile dalla città la sua dimensione storico-culturale palestinese, e rendere così Gerusalemme a netta e permanente maggioranza ebraica.

Per quanto riguarda la Cisgiordania, le politiche coordinate di demolizione e insediamento puntano chiaramente a sottrarre alla popolazione palestinese quanta più terra possibile e ad aumentare invece il numero di abitanti ebraico-israeliani. Così facendo, la prospettiva stessa di avere in futuro uno Stato Palestinese viene messa in discussione e la legittimità delle rivendicazioni nazionali palestinesi viene fortemente indebolita. Se la popolazione palestinese non ha terra e non ha case a Gerusalemme Est e nell’Area C della Cisgiordania, infatti, come può giustificare agli occhi della comunità internazionale la propria aspirazione ad uno Stato nazionale che comprenda l’intera Cisgiordania e abbia Gerusalemme Est come propria capitale? Così facendo, inoltre, anche la credibilità della leadership palestinese (sia di fronte alla comunità internazionale sia di fronte agli stessi Palestinesi) viene intaccata e messa in discussione, e questo è un aspetto della storia a cui Israele è particolarmente interessato. Infatti, più la leadership palestinese ha una credibilità vacillante e una legittimità interna discutibile più fa fatica ad elaborare una linea politica chiara e domande coerenti, andando così ad avvantaggiare il governo di Bibi.

Con la costante demolizione di case palestinesi, il forzato allontanamento dei loro abitanti da aree sempre maggiori, e la costruzione al loro posto di villaggi israeliani dove il governo di Tel Aviv incentiva tramite sussidi e agevolazioni quanti più israeliani possibile a insediarsi, la possibilità che si possa avere uno stato palestinese comprendente la Striscia di Gaza, Gerusalemme Est e la totalità della Cisgiordania diventa difficile da giustificare demograficamente. In altre parole, più Israele allontana i palestinesi demolendone le abitazioni e più la soluzione dei due stati si allontana.

Tra le altre conseguenze della politica israeliana vanno poi sottolineate l’inasprimento dei rapporti politico-diplomatici tra Israele e una Palestinian Authority che fatica a vedere nello stato ebraico un partner impegnato alla ricerca di una soluzione bilaterale; e infine l’indebolimento all’interno dello scenario politico palestinese delle fazioni più moderate e propense alla negoziazione con Israele e il rafforzamento invece delle frange più radicali e opposte al dialogo.

I dati rilasciati dall’OCHA portano quindi alla luce una realtà preoccupante dietro la quale si cela quella che è de facto una politica di annessione.

A tale dimensione territoriale, poi, si aggiunge anche una logica demografica, che contribuisce a spiegare cause e implicazioni di quanto finora detto. In un contesto socio-demografico in cui (secondo i dati rilasciati dallo stesso Central Bureau of Statistics israeliano) le famiglie arabe sono in media più numerose rispetto a quelle ebree a causa di un più alto tasso di fertilità, diventa cruciale per il governo israeliano cercare di preservare uno stato a maggioranza ebraica attraverso interventi volti a contrastare questo trend di crescita. Se la maggioranza ebraica all’interno di Israele venisse compromessa verrebbe messo in discussione uno dei pilastri fondanti stessi dello Stato d’Israele, la cui principale raison d’être al momento della fondazione nel 1948 era appunto la creazione di uno stato ebraico per il popolo ebraico.

È dunque all’interno di questa logica e alla luce del rapporto tra maggioranza ebraica e minoranza palestinese, che si inserisce quella politica dell’ultradestra israeliana che, attraverso demolizioni e costruzione di insediamenti, punta a sostituire il più possibile – e nel maggior numero di territori possibili – la popolazione palestinese con coloni ebraico-israeliani.

Ciononostante, tali sviluppi hanno ricevuto scarsa attenzione: la comunità internazionale, e in particolare attori vicini a Israele quali USA e UE, hanno infatti in Medio Oriente gli occhi puntati su altre e più immediate preoccupazioni. Washington e Bruxelles, però, nell’approcciarsi alla realtà politica mediorientale dovrebbero ricordare che gli avvenimenti in Israele-Palestina hanno inevitabilmente implicazioni sugli equilibri dell’intera regione e che pertanto meritano costante attenzione. Alla luce di ciò, USA e UE dovrebbero sfruttare l’influenza diplomatica e le leve economico-commerciali di cui dispongono nei confronti di Israele per convincere l’alleato ebraico a modificare la propria linea politica, così da evitare l’innescarsi di pericolose dinamiche che potrebbero esasperare il confronto Israele-Autorità Palestinese e arrivare a coinvolgere in una spirale di insicurezza anche gli altri attori (statali e non) attivi nella regione.

Di Marta Furlan

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