Di Samantha Falciatori
La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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Mentre nei titoli dei giornali e dei telegiornali si è accennato alla guerra sul campo in territorio siriano, questa rovente estate ha visto all’opera molta diplomazia, con la Russia di nuovo in prima linea pronta a tutelare Damasco. Ecco una panoramica sul perché e sul come stiano drasticamente cambiando le carte in tavola nella partita siriana.

Sin dall’inizio del conflitto in Siria nel 2011, la Russia – membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – ha sostenuto Damasco, sia a livello diplomatico (ponendo il veto a quasi tutte le risoluzioni sulla Siria, fossero anche solo condanne) che economico e militare, con l’invio di consiglieri, addestratori e alti funzionari. Non ha impedito inoltre gli spostamenti di mercenari da tempo presenti in Siria.

La strategia russa  di difesa incondizionata al Presidente Assad ha varie motivazioni. La preoccupazione, innanzitutto, per gli interessi strategici e economici in Siria (a cominciare dalla base militare di Tartous, unica porta d’ingresso diretta che la Russia ha sul Mediterraneo) e, in secondo luogo, per il timore generato da una possibile diffusione del radicalismo islamico tra i combattenti dell’Asia Centrale e del Caucaso che dalle file dell’ISIS potrebbero un giorno minacciare la Russia stessa. Anche l’intervento militare occidentale in Libia ha fortemente influenzato la politica di Mosca: quell’azione fu possibile grazie all’astensione della Russia alla votazione della risoluzione che la autorizzava; un errore che Putin non intende più ripetere.

Negli ultimi mesi, tuttavia, sono stati diversi i segnali nella direzione di una minore intransigenza russa: al G7 del 7 e 8 giugno 2015 fonti di Downing Street dichiaravano che le recenti sconfitte militari e territoriali subite dal regime siriano stessero spingendo i leader di Russia e Stati Uniti a valutare un possibile esilio del Presidente Assad in Russia, nel tentativo di favorire una transizione che vedrebbe al potere un governo capace di opporsi con volontà ed efficacemente all’ISIS, cosa che attualmente Assad non è in grado di fare. Un funzionario  dichiarava: “Non vogliamo esagerare, ma la concretezza di una soluzione politica è molto maggiore di quanto non lo fosse mesi fa”. Infatti, nel comunicato stampa ufficiale, i leader del G7 sostenerono l’idea di: “Una vera e propria transizione guidata dell’ONU sulla base della piena attuazione del comunicato di Ginevra  come l’unico modo per portare la pace e sconfiggere il terrorismo in Siria.”

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La posizione russa è sempre stata, come più volte ufficiali e politici hanno dichiarato, quella di voler tutelare gli interessi russi in Siria e non Assad in quanto tale. A fine maggio, la Russia ha evacuato dal paese circa 100 alti funzionari diplomatici e tecnici con le loro famiglie. Molti di loro lavoravano nel centro operativo di Damasco per fornire sostegno ai servizi di sicurezza siriani, assieme ai loro omologhi iraniani e del gruppo sciita libanese Hezbollah. Non sono stati sostituiti, il che conferma che l’evacuazione è permanente. Inoltre, secondo fonti dell’opposizione siriana che hanno monitorato per mesi l’aeroporto militare di Hama, dove atterrano spesso aerei russi carichi di armi, per almeno tre mesi nessuno di questi aerei è atterrato. Da notare anche che questa evacuazione è avvenuta pochi giorni dopo l’incontro tra il Segretario di Stato USA John Kerry e il Ministro degli Esteri russo Lavrov, avvenuto il 12 maggio a Sochi. Alla luce di questi sviluppi, è interessante notare come il 25 febbraio 2015 la Russia abbia firmato un accordo con Cipro che permette alle sue navi di utilizzare i porti ciprioti, fornendo una valida alternativa alla preziosa base navale di Tartous.

Tuttavia, il sostegno materiale a Damasco non è venuto meno: a maggio Assad annunciava che la Russia stava per onorare gli accordi  sulle armi (missili S-300 in particolare) e a luglio la Russia prevedeva  di fornire alla Siria 200.000 tonnellate di gas di petrolio liquefatto (GPL) all’anno attraverso il porto di Kerch in Crimea. Tuttavia al Forum Economico di San Pietroburgo del 18 giugno 2015 la Russia ha avviato una serie di accordi commerciali anche con Paesi “nemici” per quanto riguarda la crisi siriana; tra questi ci sono i 6 accordi con l’Arabia Saudita in materia di energia nucleare e petrolio (10MLD$) e l’accordo con la Grecia (2 MLD€) per il gasdotto Turkish Stream.

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Abdulrahmn al-Rassi, ambasciatore saudita in Russia, con Putin / credit to: REUTERS/SERGEI KARPUKHIN

Alla stipula di accordi commerciali, hanno fatto seguito una frenetica serie di colloqui di alto livello che tra luglio e agosto hanno riunito quasi tutti i Paesi che si fronteggiano sulla crisi siriana. A luglio l’inviato speciale ONU per la Siria, Staffan De Misura, ha incontrato  per la prima volta i ribelli del fronte sud, la Southern Front Alliance, che combatte sia contro le forze di Assad che contro al-Nusra e Daesh, mentre il capo della Quds Force (il corpo d’élite iraniano che combatte in Siria), Qassem Soleimani, ha violato il divieto di viaggio (impostogli dalle sanzioni per “sostegno al terrorismo”) per recarsi a Mosca.

Il 2-3 agosto si sono incontrati in Qatar il Ministro degli Esteri russo Lavrov, John Kerry e il Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir per discutere di Siria, dell’accordo sul nucleare iraniano (su cui Obama ha incassato il sostegno  dei Paesi del Golfo, nonostante le loro prime resistenze) e delle relazioni bilaterali tra la Russia e Qatar. Questi appuntamenti hanno seguito di un paio di giorni quello a Riyadh tra Mohammad Bin Salman, Vice Principe ereditario dell’Arabia Saudita e Ali Mamlouk, capo della Sicurezza Nazionale siriana, incontro senza precedenti voluto e organizzato dal Presidente russo Putin. Il 6 agosto il Ministro degli Esteri siriano, Muallem, ha visitato l’Oman; altra visita senza precedenti, dato che è la prima di un diplomatico siriano in un Paese del Golfo dallo scoppio del conflitto.

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Il Ministro degli Esteri siriano Walid Muallem con Alawi bin Abdulla, Ministro degli Esteri dell’Oman, durante il loro incontro a Muscat

Il risultato è una cooperazione con Muscat per risolvere la crisi siriana. L’11 agosto il Ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adel al-Jubeir è volato a Mosca (ultimo di una lunga serie di incontri), così come  il Presidente del Consiglio Nazionale Siriano (principale organo dell’opposizione politica siriana), Badr Jamus, su invito  del Ministero degli Esteri russo. Nello stesso giorno anche il Ministro degli Esteri iraniano, Zarif, si è recato ad Ankara per rivitalizzare i legami commerciali, e poi in Libano a colloquio  con il leader di Hezbollah e infine a Damasco.

L’accordo sul nucleare iraniano, accolto con favore persino da Ankara, ha infatti accelerato questi processi sia economici che diplomatici. Se da un lato la sospensione delle sanzioni permetterà a Tehran di investire ancor di più nel regime di Damasco (Assad ha già annunciato che l’Iran raddoppierà gli aiuti al suo regime), dall’altro ha fatto tornare sul mercato e sui tavoli diplomatici un attore chiave dello scenario siriano. Tanto che l’Iran avrebbe proposto un piano di pace in 4 punti per risolvere la crisi siriana: immediato cessate-il-fuoco; governo di unità nazionale; riscrittura della Costituzione; elezioni nazionali sotto supervisione internazionale. Il piano sarebbe già al vaglio della comunità internazionale e sarà presto sottoposto al Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon.

Sull’altro fronte, l’intervento turco in Siria contro ISIS (e PKK) è il punto di svolta militare che da tempo ci si aspettava. Inoltre, Turchia, Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo si stanno adattando al disimpegno americano e al riavvicinamento USA-Iran. Obama in un’intervista rilasciata nel mese di agosto ha dichiarato che un avvicinamento con l’Iran può portare “tutte le parti interessate a cercare di arrivare ad una transizione politica che mantenga intatta la Siria e non alimenti ulteriormente la crescita dell’ISIS”. In questo quadro rientra la dichiarazione dell’Arabia Saudita disposta a togliere sostegno all’opposizione siriana se l’Iran ritirasse le sue truppe dalla Siria, permettendo così una transizione politica. Di fatto gli Stati Uniti hanno accolto la posizione russa verso Assad, vista ora come unica alternativa plausibile contro l’ISIS. Che poi è ciò che Assad ha cercato di far credere sin dall’inizio  – anche se a un’analisi più accurata emergono parecchie contraddizioni: Assad ha difatti sfruttato la crescita dell’ISIS, traendone benefici strategici in funzione anti-ribelli. La trappola che Assad ha teso all’occidente pare aver funzionato anche ai più alti livelli della diplomazia.

Un’altra svolta imprevedibile si è avuta il 7 agosto con l’approvazione unanime della risoluzione ONU che dovrebbe creare per la prima volta un meccanismo investigativo per determinare il responsabile degli attacchi chimici in Siria, soprattutto quelli al gas clorino, che continuano insistentemente a colpire la popolazione civile. L’attuale meccanismo internazionale infatti non prevede d’individuare chi usa gas tossici ma solo verificarne l’utilizzo. È la prima volta che la Russia acconsente, almeno ufficialmente e diplomaticamente, a una misura così forte (che la risoluzione venga implementata e una volta accertati i responsabili vengano presi provvedimenti, è un’altra questione). Va rilevato inoltre che la presidenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il mese di settembre spetta  proprio alla Russia.

Ma non è tutto, perchè ci sono sviluppi significativi anche in ambito militare, risultato di mesi di incontri e colloqui: il sito israeliano Ynet News, citando fonti diplomatiche occidentali, ha riportato che un contingente di jet russi sarebbe arrivato in Siria stanziandosi nella base militare di Mezze (Damasco) e che nelle prossime settimane arriveranno anche consulenti, personale logistico e tecnico, membri della divisione di protezione aerea e piloti. Nel frattempo l’ISIS si sta avvicinando a Damasco (lunedì ha sottratto ai ribelli  Asali, parte del quartiere sud di Qadam della capitale) quindi lo scopo di questo dispiegamento aereo senza precedenti sarebbe quello di combattere ISIS e altre fazioni ribelli a tutela di Damasco, e fornire una deterrenza contro la forza aerea turca. I russi sarebbero da tempo in trattativa con Damasco per vendere un contingente di MiG-29 da combattimento e jet d’addestramento Yak-130. Non è noto nel dettaglio cosa la Russia stia inviando (report non confermati parlano anche di MiG-31, caccia avanzato da supremazia aerea) ma non c’è dubbio che piloti russi nei cieli siriani modificheranno non poco le dinamiche in corso in tutto il Medio Oriente. Gli Stati Uniti nel frattempo, sempre più in linea con le posizioni russe e iraniane, tacciono.

In ogni caso, le cose si stanno muovendo e la Russia sembra in prima linea negli sforzi diplomatici: la minaccia di ISIS potrebbe spingere tutti gli attori coinvolti a compromessi inaspettati. E pericolosi.

Credit to: Thomas Van

Situazione sul campo in Siria al 18 agosto / credit to: Thomas Van Linge

Samantha Falciatori
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