15 anni fa Shinzo Abe descrisse il diritto alla difesa collettiva legittimo tanto quanto quello alla difesa personale, legittimo per natura, e quindi precedente alla Costituzione. Oggi cerca di farlo implementare nonostante la contrarietà dei giapponesi.

Recentemente la coscienza del popolo giapponese è stata scossa dalla pressante insistenza della linea politica adottata dal Primo Ministro Shinzo Abe riguardo alla radicale modifica di una norma costituzionale giapponese rimasta invariata dall’immediato dopoguerra. L’obiettivo di Abe è quello di re-interpretare l’articolo 9 della Costituzione di Pace, secondo il quale il Giappone non sarebbe autorizzato ad esercitare il diritto di difesa militare collettiva, ossia al di fuori del proprio territorio nazionale. O almeno, questa era l’interpretazione del testo, a tratti sottilmente ambiguo, che la linea governativa di Tokyo ha seguito per settant’anni, facendo guadagnare alla legge fondamentale dello stato nipponico la fama di “costituzione ultrapacifista”. Tuttavia, sotto la spinta del governo Abe, tra il mese di giugno e luglio di quest’anno la maggioranza parlamentare ha dato il via libera all’approvazione da parte del Gabinetto della modifica interpretativa della norma costituzionale con l’obiettivo di permettere alle Forze di Autodifesa l’opportuno intervento anche al di fuori del territorio nazionale.

Nonostante la notizia venga passata dai media di ogni genere come relativamente recente, l’opinione di Abe in merito all’articolo 9 era già chiara da almeno quindici anni. Durante un intervento alla camera bassa nel maggio del 2000 Abe descrisse il diritto alla difesa collettiva tanto legittimo quanto quello alla difesa personale, legittimo per natura, e quindi precedente all’avvento della costituzione. Continuando sulla linea per cui possedere un diritto senza poterlo implementare sia una logica invalidante, azzardò un paragone (piuttosto infelice) tra la politica del Giappone “appesantita” dall’articolo 9 e la condizione di un individuo “incapace di intendere e volere”, a cui è concesso il diritto di “possedimento” ma non quello di “esercizio” di alcun bene posseduto, come il qui discusso diritto naturale alla difesa collettiva, come venne interpretato dal Primo Ministro e dal suo entourage liberaldemocratico.

L’interpretazione di Abe del Giappone come un’entità politica “incapace di intendere e volere”, e l’allusione a questo “handicap” come imbarazzante agli occhi della comunità internazionale, oltre a rivelare un tono dalle tinte discriminatorie neanche poi tanto velato, lascia adito a interpretazioni a dir poco rischiose del fatto che un tassello della Costituzione può essere reinterpretato e modificato se giudicato “imbarazzante.”

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Per un’idea complessiva più esauriente dell’intera situazione è bene anche avere presente il quadro geopolitico in cui versa attualmente l’Asia Orientale. Il Giappone infatti vive nella morsa di “vicini di casa” ben poco amichevoli, e l’atmosfera tesa con la Cina e con la Corea del Sud per questioni più o meno recenti di ordine storico-politico e dispute territoriali assortite  (il problema diplomatico con la Cina sul controllo dell’arcipelago giapponese delle isole Senkaku, a seguito del ritrovamento di importanti giacimenti di gas, e la questione del diritto territoriale dell’isola giapponese di Takeshima con Seoul che ne rivendica la paternità) sfocia in una convivenza all’insegna dell’allerta e del chi va là. Per non aggiungere poi le costanti tensioni con la Corea del Nord e le minacce di lancio di missili da parte del governo di Pyongyang.

Alla luce di ciò, si potrebbe senza troppi rischi azzardare l’ipotesi di una politica di graduale riacquisizione del diritto di intervento militare del Giappone attuata dal leader conservativo Abe per lanciare un segnale di potere a livello internazionale.

Tuttavia esistono molte gradazioni possibili che vanno dallo scarso successo delle relazioni diplomatiche internazionali a una dubbia corsa alle armi. Certo, si avverte una costante tensione nei rapporti diplomatici con i vicini asiatici, ma quello che sembra preoccupare la maggior parte della popolazione civile giapponese è l’incapacità del Governo di portare avanti efficaci ed effettive politiche estere. Altri ancora sono convinti che il Giappone ce la stia mettendo tutta ad intessere relazioni costruttive ma che, a causa di eventi storici passati, così come dell’attuale assetto geopolitico mondiale, i paesi limitrofi sopra citati stiano approfittando della situazione per rivendicare anche l’irrivendicabile. Ma né la prima tipologia di cittadino giapponese né la seconda cercano nel conflitto armato la soluzione all’intricata questione, tantomeno esultano all’idea di partecipare a “missioni di pace” internazionali fuori dal territorio giapponese, in quanto se l’emendamento revisionista dovesse essere approvato, le forza armate giapponesi potranno intervenire non più solo in caso di attacco diretto al proprio territorio bensì anche in caso di attacco a paesi alleati anche senza una minaccia immediata all’arcipelago.

credit to: Reuters

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Non aiuta certo a tranquillizzare gli animi il recente intervento (o meglio non intervento) del Primo Ministro Abe in occasione del rituale messaggio di cordoglio alle vittime e ai sopravvissuti del bombardamento atomico che segnò la resa incondizionata del Giappone durante il secondo conflitto mondiale.

Hiroshima, 6 Agosto. Abe non accenna minimamente ai “tre principi antinucleari”, cardini della Costituzione Pacifista che non solo aborrano la proliferazione di armi nucleari sul territorio giapponese, ma ne ostacolano severamente l’introduzione e ovviamente l’impiego. Il tema affrontato immancabilmente di anno in anno durante la cerimonia commemorativa del disastro atomico, un “record” di cui il Giappone è tristemente detentore, non è stato neanche sfiorato lasciando intendere tra le righe che la decisione è stata presa.

Nagasaki, 9 Agosto. In risposta alle sottili ma chiare affermazioni del sindaco di Nagasaki, il primo Ministro Abe torna a citare i tre principi, tra i maggiori capisaldi della costituzione giapponese del dopoguerra. “I tre principi antinucleari sono principi sacri e intoccabili, ovvi, e per questo non sono stati citati a Hiroshima lo scorso 6 Agosto”, controbatte Abe in risposta al sindaco di Nagasaki.

Ma questa ripresa, che lascia volente o nolente abbondante spazio a sospetti e secondi fini, non può servire a rasserenare la coscienza della maggior parte della popolazione civile, la quale pensa al Giappone e lo collega alla Pace. Questo episodio, per molti versi simbolico, getta un’ombra a tratti inquietante su temi estremamente delicati per il Giappone, e scatena il disappunto di coloro i quali vogliono lasciarsi per sempre alle spalle parole orrende come guerra. La popolazione civile giapponese è fiera della propria costituzione post-bellica, la cosiddetta Costituzione di Pace. E l’impressione generale è che, nonostante le minacce di possibile conflitto, voglia decisamente continuare a proteggerla.

Di Loris Usai
Redazione
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