ebola1Se ne parla da mesi su tutti i media, ma forse solo ultimamente ci si rende davvero conto della gravità fuori controllo assunta dall’emergenza ebola. Le Organizzazioni Non Governative (ONG) presenti sul campo, non fanno altro che lanciare appelli nel tentativo di arginare quella che è considerata l’epidemia di ebola più grave di sempre. Ma oggi a che punto è la situazione, quali sono gli scenari che ci attendono e come sta reagendo la comunità internazionale al dilagarsi del contagio mortale?

È passato quasi un anno dalla comparsa dei primi focolai del virus; eppure, con il passare dei mesi, la situazione sembra peggiorare. Il numero dei casi documentati in Liberia, Sierra Leone e Guinea, ovvero gli Stati dell’Africa Occidentale maggiormente colpiti, raddoppia ogni tre settimane. Secondo il Global Alert and Response del WHO (World Health Organization), ad oggi 1 ottobre, i casi ufficialmente documentati dalle autorità sanitarie, sono circa settemila, di cui circa la metà mortali, ma i numeri reali sono probabilmente più alti.

In tutti e tre gli Stati è stato dichiarato lo stato di emergenza. In Liberia, il Paese maggiormente colpito, il Presidente Sirleaf ha ordinato la momentanea chiusura delle scuole, la cancellazione di numerosi voli internazionali, il monitoraggio dei confini e perfino la quarantena per intere comunità, nel tentativo di frenare il contagio. Altri casi sono stati registrati anche in Nigeria e ora il virus metterebbe in allarme anche l’Europa, mentre parrebbe confermato il primo caso negli States da parte di un cittadino americano di ritorno dalla Liberia, in stretta osservazione nell’ospedale di Dallas, in Texas.

Si tratta di un’epidemia senza precedenti che ha spazzato intere famiglie e ha scosso diversi esperti di emergenze internazionali, allarmati dalla gravità di un’epidemia esplosiva e con un tasso di mortalità del 70,8%, secondo il New England Journal of Medicine. Diversi ricercatori avrebbero pronosticato una sensibile riduzione della trasmissione del virus pari al 40% se fossero presenti in loco, assieme alle cure e alle terapie tradizionali, alcune “pratiche” in grado di contenerne il contagio, come il lavaggio dei corpi durante il rito della sepoltura e un’efficace informazione a disposizione delle comunità, soprattutto quelle più remote, che spesso non sono a conoscenza della possibilità di ricevere un’assistenza sanitaria in caso di necessità.

Ne è convinta Margaret Chan, direttore generale dell’WHO, consapevole che un sistema sanitario funzionante, in grado di tracciare, monitorare e comunicare (condizioni poco presenti in Guinea, Liberia e Sierra Leone) basterebbe a contenere un’epidemia che allo stato attuale, sembra difficile da affrontare.   “Numerose altre esperienze in Africa nel corso di quasi quattro decenni dalla scoperta del virus, lo avrebbero confermato; basti pensare ai focolai apparsi e poi gestiti in stati come Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Gabon e Sudan”.

Questioni fondamentali come la raccolta dei dati e il buon coordinamento dei lavori hanno permesso in passato di rispondere in modo appropriato a queste catastrofi, riducendo drasticamente il numero delle vittime. Tuttavia, i paesi colpiti dall’epidemia di ebola, non solo si ritovano a fronteggiare questa crisi in strutture sanitarie inadeguate; mancano anche le risorse finanziarie, e il personale medico. A tutto ciò si aggiunge una comunicazione intermittente tra i rappresentanti dei governi e i cittadini (probabilmente  sfiduciati verso le istituzioni) che, unitamente all’incapacità palesata di gestire l’emergenze, provoca ritardi e incomprensioni e il più delle volte ostacola l’intervento di tante organizzazioni civili come Medici Senza Frontiere (MSF) che da sempre è in prima linea nella lotta contro l’ebola, sia fornendo cure sia promuovendo la costruzione di nuovi ospedali.

Gli aiuti umanitari istituzionali (e non)

La risposta è arrivata tardi, solo a metà settembre. Dopo mesi infatti ci si è accorti che l’epidemia di ebola in Africa occidentale era diventata tale, da necessitare una controffensiva globale e coordinata. Il 16 settembre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha annunciato un’iniziativa del governo che prevede l’invio di 3000 soldati oltre a un finanziamento di 500 milioni di dollari stanziato dal Dipartimento della Difesa. A fargli eco, due giorni dopo, il segretario generale dell’ONU BanKi-moon d’accordo con la necessità di intervenire con urgenza. L’ebola infatti “costituisce una minaccia per la sicurezza e la pace mondiale”. Immediata anche la risposta di altri Stati, trai quali, Cuba, che hanno promesso di inviare rifornimenti e operatori sanitari a supporto dei medici locali.

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Il Presidente di MSF, Joanne Liu, ha più volte nel corso di quest’anno, chiesto aiuto alle Nazioni Unite, ribadendo la necessità dell’impegno di tutti in quella che risulta una battaglia internazionale. A oggi MSF ha inviato più di 420 tonnellate di aiuti alle popolazioni colpite dall’epidemia e 2000 operatori sul campo, gestendo più di 530 letti in diversi centri di trattamento del virus, eppure non basta. Servono nuove strutture che rispondano a standard adeguati, sempre nuovi posti letto, equipaggiamenti di protezione di base, e unità di isolamento. Nel Centro di Trattamento per l’Ebola di MSF a Foya, i pazienti condividono panche di legno e sedie di plastica, non certo confortevoli, per chi è indebolito da un virus che corrode lentamente il sistema immunitario.

Gli stessi operatori sanitari muoiono perché a stretto contatto con i pazienti, sovrastati dal lavoro di assistenza ai malati che accorrono sempre più numerosi ai centri. Non solo.

MSF sta svolgendo anche una serie di attività di sensibilizzazione come la promozione della salute, la formazione del personale medico, la formazione per le pratiche di sepoltura in sicurezza e un servizio di ambulanza. Per questo ha lanciato una campagna mediatica per sostenere i propri progetti anti-ebola; potete prenderne visione a questo link: www.msf.it/ebola.

Scenari

Per fermare la diffusione del virus sono state proposte delle misure d’emergenza che nel brevissimo periodo potranno prevenire un’ulteriore diffusione: si va dal tradizionale “isolamento” di tutte le persone infette, al contacttracing, cioè l’osservazione di quanti sono rimasti in prossimità di una persona contagiata, fino al monitoraggio di coloro che hanno contratto l’infezione e in seguito sono guariti; visto che, secondo una commissione di esperti del WHO, il loro sangue, può essere utilizzato per curare i pazienti.

Nel lungo periodo invece, trattamenti e vaccini ad alta tecnologia potranno essere efficaci anche su medici, infermieri e personale sanitario a diretto contatto con i pazienti

A ben vedere, tutti i provvedimenti di breve e di lungo periodo sopra citati, potrebbero contribuire a rallentare la diffusione del virus. Purtroppo però non saranno sufficienti a fermare l’epidemia se non aumenterà la consapevolezza che una buona gestione delle emergenze non può prescindere da alcuni principi come: una buona programmazione; degli investimenti, educazione e piani di cura da realizzare nel tempo.

Nel tempo già, perché sarà un lavoro lungo quello richiesto per scongiurare questa epidemia di ebola dall’Africa occidentale. Quanto non si sa, quello che è certo è che il prezzo da pagare per ogni ritardo è fissato in vite umane.

 

 

Ebola#indueparole

Il virus dell’Ebola è stato identificato per la prima volta nel 1976 in Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e prende il nome dal vicino fiume Ebola, un affluente del fiume Congo. Si ritiene che abbia avuto origine negli animali selvatici, tra cui gorilla, scimmie, antilopi, comunemente consumati nelle zone dove l’epidemia ha avuto inizio. La sua prima vittima è stata un insegnante del villaggio di Yambuku nel nord del Paese. All’epoca quel primo focolaio aveva infettato 318 e ucciso l’88% delle persone colpite. Uno scoppio simultaneo, in Sudan, contagiò quasi 300 persone, con un tasso di mortalità del 50% circa. Da allora ci sono stati diversi altri focolai, ma nessuno devastante come l’epidemia in corso.
È’ importante sapere che la trasmissione del virus non avviene per via aerea, ma solo tramite il contatto con i fluidi corporei di una persona infetta o di un cadavere infetto (sangue, feci, pus, ecc). Per questo tutti gli operatori sanitari sono da considerarsi potenzialmente a rischio.

Vincenza Lofino
Redazione
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