Terrorismo atomizzato e sicurezza europea

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Nonostante l’Europa stia impiegando molti mezzi per combattere il terrorismo di matrice islamica, assistiamo ad una sua costante diffusione: l’approccio strategico alla guerra al terrorismo deve adattarsi alle nuove forme di minaccia “atomizzata” e diffusa.

Nel 2016 l’Unione Europea chiude iI bilancio della “ War on Terror” in negativo.

Sebbene la War on Terror fosse stata proclamata dall’Amministrazione Bush all’indomani degli attentati alle Torri Gemelle, è divenuta poi parte integrante delle politiche di sicurezza e di difesa comune anche dell’Unione europea.

In seguito all’uccisione di Bin Laden da parte delle forze speciali USA, nel Marzo 2011, con l’operazione “Geronimo”, il terrorismo di matrice islamica ha perso formalmente la sua struttura piramidale (tanzim) rappresentata in questi anni da al-Qaeda – in cima alla piramide i leader, che definiscono le strategie, le ideologie, e creano/formano/supportano direttamente cellule terroristiche disseminate globalmente – ed ha iniziato a frammentarsi in una diffusa ma “disorganizzata” struttura orizzontale, dove ogni persona che supporta la causa può può combattere il proprio jihad. Questo ha contribuito a rendere sfumati i contorni del nemico e a diffonderlo a livello capillare.

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German GSG9 counter-terrorism units / credits: AP

L’evoluzione del nemico ha comportato per l’Unione europea l’esigenza di adeguarvisi sia a livello istituzionale, attraverso il rafforzamento della cooperazione tra i corpi di polizia nazionali ed Europol, che a livello politico. Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nell’ultimo State of Union ha individuato tra gli obbiettivi principali del 2017 quello di sviluppare la c.d “European counter terrorism action”, strategia che dovrà focalizzarsi sull’individuazione delle cause della crescente radicalizzazione del terrorismo in Europa.

Ma questo non è sufficiente. Le difficoltà nel stilare strategie europee di counter terrorism derivano proprio dall’impossibilità di comprendere in maniera complessiva le nuove dinamiche della lotta terroristica. Come sostenuto dall’antropologo americano Scott Atran nel saggio “Isis is a Revolution”, gli sforzi della comunità internazionale nel combattere Isis, in realtà potrebbero rafforzarne l’ideologia. Il “nuovo” terrorismo islamico starebbe facendo leva sul malcontento dei professanti la religione islamica residenti – e spesso cittadini – in Europa.

Al di là dei motivi alla base della nascita di Isis – che potete trovare riassunti nel seguente e ben fatto video di Vox.com – l’organizzazione terroristica ha potuto contare su di un bacino potenziale di “combattenti” volontari molto diffuso a livello globale, fuori dalle griglie tradizionali e non monitorate del terrorismo internazionale.

Questo “esercito” così capillarmente diffuso (nizam) risponde al comando di al-Baghdadi, capo di Isis: “fate ciò che potete, come potete e come vi è possibile”.

La radicalizzazione religiosa sta divenendo uno strumento in grado di garantire un’identità culturale a degli individui che spesso, anche a causa della globalizzazione, si sentono smarriti all’interno di una società – quella europea ed occidentale – in cui non riescono ad integrarsi e di cui non si sentono membri attivi. Il “califfato” può quindi diventare nell’immaginario identitario di queste persone la Dar al-Islam, ovvero la Casa dell’Islam, a cui tutti possono ambire se perseguono il jihad.

Un militare belga parla con una donna nei pressi del Palazzo di giustizia di Brussels / credits: AP – Geert Vanden Wijngaert

Oggi la strategia del terrorismo islamico, come sostenuto dal politologo Giles Kepel, non si concretizza più in grandi stragi, ma si caratterizza di azioni che colpiscono obbiettivi ideologici – un tempo considerati non sensibili – che rappresentano i dogma della tradizione europea (ad esempio la laicità, la tradizione religiosa, la musica, la satira).

Com’è possibile rispondere a questa minaccia e cercare di arginarla? Sarebbe necessario analizzare il terrorismo in maniera differente capendone, oltre alle esternalità delle minacce, anche le radici sociologiche e i presupposti che ne hanno determinato quest’ultima diffusione in Europa. Da un punto di vista sociologico, in particolare gli attacchi in territorio francese, hanno rivelato che è necessario colmare la frattura generata tra la società europea e i musulmani.

Contrariamente agli Stati Uniti, dove nel corso degli anni si è assistito ad un’integrazione progressiva dei migranti, in Europa l’integrazione è stata più problematica. Ad esempio in Francia circa il 7.5% della popolazione è di origine musulmana, ma tra i detenuti nelle carceri questa percentuale raggiunge il 70% del totale.

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Non siamo più dinnanzi ad un terrorismo che si fonda su una struttura gerarchica come quello che abbiamo iniziato a conoscere prima dell’avvento di Isis.
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La radicalizzazione è favorita anche dalla capacità mediatica e di propaganda di Isis (ne avevamo parlato in maniera più specifica qui). Il “califfato” si stima gestisca circa 70mila account Twitter e Facebook, e sia attivo sui social con circa 90mila messaggi quotidiani. Il fenomeno di diffusione è quindi favorito dalla facilità di interconnessione globale, che permette la radicalizzazione “a distanza”: basti pensare che nel 2000 in Nigeria c’erano appena 30mila telefoni cellulari, mentre nel 2012 sono passati a 113milioni.

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credits: shafaqna.com

Proprio per i motivi sopra definiti oggi inizia a diffondersi il concetto di “terrorismo atomizzato”. Non siamo più dinnanzi ad un terrorismo che si fonda su una struttura gerarchica come quello che abbiamo iniziato a conoscere prima dell’avvento di Isis e sradicato con un certo successo dalla guerra condotta con droni, interdizioni finanziarie, operazioni speciali e penetrazioni dell’intelligence – anche se, è bene ricordarlo, l’attacco a Charlie Hebdo avvenuto agli inizi del 2015 è stato rivendicato da “al-Qaeda nella penisola araba” (Aqap), di base in Yemen, e ordinato dai vertici del gruppo, tra cui Ayman al-Zawahiri.

Oggi risulta veramente difficile per le forze d’intelligence e di polizia tracciare un profilo dei sospetti terroristi e applicare strategie di prevenzione. La “sorveglianza di massa” attuata per anni negli Stati Uniti e in Inghilterra non è stata in grado di prevenire, ad esempio, gli attacchi di Boston, Woolwich o Fort Hood (anche se, a onor del vero, per ovvi motivi, ci è sconosciuta la quantità di attacchi sventati grazie al lavoro d’intelligence). Come scrive  in una ricerca per l’Australian Strategic Policy Institute,

Network disruption—detecting and breaking up terrorist plots—proved less effective against loose, atomised groupings of individuals acting spontaneously against targets of opportunity.

Pertanto, alla luce di queste considerazioni, richiamando anche le teorie di Atran e Kepel, risulta fondamentale per gli Stati europei definire delle strategie di counter terrorism che guardino al lungo periodo e che contemplino anche le sfide non-tradizionali, come il cambiamento climatico, l’urbanizzazione e le migrazioni di massa. Servono inoltre azioni di de-radicalizzazione che permettano da un lato di arginare il fenomeno dell’atomizzazione del terrorismo, dall’altro di limitarlo in confini più definiti che ne permettano la prevenzione, rimanendo coscienti che la totale eliminazione del fenomeno sarà irrealizzabile.

Per questo motivo sarà altresì importante attuare strategie resilienti di difesa per gli inevitabili attacchi futuri (prontezza psicologica, gestione delle conseguenze e più di protezione) e iniziare a pensare alle frontiere in maniera bidirezionale, poiché spesso le minacce non provengono dall’esterno, ma dall’interno dei propri confini, spesso da cittadini che si sono recati in solitaria all’estero per ricevere un addestramento da milizia.

di Ilaria Rudisi

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