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Gli insediamenti israeliani e il caso di Amona

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Gli insediamenti israeliani e il caso di Amona
The Amona evacuation of 2006. More than 200 people were injured (Photo: Amit)
Lo smantellamento dell’insediamento di Amona potrebbe causare l’approvazione di una legge che favorirà in futuro la legalizzazione di colonie israeliane su territori palestinesi.

In Israele, con l’avvicinarsi del 25 dicembre, non solo si stanno avvicinando Natale e Hanukkah, ma anche la data fissata per lo smantellamento di Amona, colonia israeliana illegale situata nel comune di Mateh Binyamin, in Cisgiordania. Lo scorso sabato sera (18 dicembre) truppe dell’IDF (Israeli Defence Force) sono state dispiegate nell’area al fine di garantire una regolare evacuazione dell’insediamento e prevenire il ricorso alla violenza da parte dei suoi abitanti e dei molti giovani ebrei Israeliani ultraortodossi che si sono accampati nei pressi di Amona per “difenderlo”, volendone impedire lo smantellamento.

A dispetto delle iniziali preoccupazioni, però, i rischi di disordinI e scontri tra Esercito e coloni sono stati evitati e, dopo un lungo dibattito, gli abitanti di Amona hanno accettato la proposta del Governo di lasciare le loro case in modo pacifico e di stabilirsi in una nuova dimora per loro predisposta.


Il preambolo

In seguito all’occupazione israeliana della Cisgiordania, avvenuta durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele ha de facto esteso i suoi confini nazionali oltre quelli riconosciuti nel 1948 dalla comunità internazionale. Nel corso degli anni successivi ha proceduto alla costruzione di una serie di insediamenti che ammontano oggi a più di un centinaio e ospitano 547mila coloni israeliani.

Questi insediamenti costruiti sul territorio occupato nel 1967 sono riconosciuti come illegali dalla comunità internazionale e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Quest’ultima, ne parere emesso a condanna di Israele nel 2004, si è appellata in particolare alla Quarta Convenzione di Ginevra, il cui Articolo 49.6 afferma che “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”.

Dal canto suo, Israele rigetta questa argomentazione legale e distingue tra due tipi di insediamenti: i settlement e gli outpost.

I primi sono considerati dallo stato Israeliano legali, in quanto costruiti in seguito all’ottenimento di permessi su terreni definiti res nullius; i secondi sono invece considerati illegali in quanto costruiti senza i dovuti permessi su terreni di proprietà privata. Di questo secondo tipo di insediamenti ce ne sono oggi circa 100, tra cui figura Amona. L’outpost di Amona, infatti, fu costruito nel 1995 su terreno di proprietà privata palestinese: da allora diventato luogo di residenza per 42 famiglie di coloni israeliani.

Scontri tra coloni e sostenitori degli insediamenti con la Polizia israeliana – credits: Natan Dvir via lenscratch.com

Il caso di Amona

Tuttavia, voci di protesta da parte palestinese (e da parte di ONG israeliane che combattono attivamente contro la politica degli insediamenti) si sono sollevate, e il “caso Amona” è stato portato di fronte alla Corte Suprema di Giustizia Israeliana. Questa, nel 2014, ha emesso il suo verdetto, sancendo che Amona è un insediamento illegale poiché costruito su terreno privato sottratto ai legittimi proprietari palestinesi, decretando che sarebbe dovuto essere smantellato entro il 25 dicembre di quest’anno.

Tale decisione ha aperto un caso che ha negli ultimi due anni attirato l’attenzione (e la preoccupazione) della comunità internazionale per l’impatto che avrà sul futuro degli insediamenti di natura simile ad Amona e, più in generale, sulla situazione abitativa in Cisgiordania e sulla forzata convivenza israelo-palestinese al suo interno.

Nonostante l’autorità del decreto della Corte Suprema, però, tra i ranghi dell’ultra-destra israeliana molti avevano inizialmente espresso il rifiuto di accettare la decisione, al punto che membri del “Jewish Home Party” erano arrivati a minacciare di abbandonare la coalizione di cui sono parte sotto la guida di Netanyahu se lo smantellamento fosse stato portato a compimento.

Una simile minaccia, nel caso in cui fosse stata attuata, sarebbe costata al Primo ministro israeliano la maggioranza, già ristretta, di cui attualmente gode all’interno del Knesset, il Parlamento israeliano. Il “caso Amona” è quindi un problema politico, oltre che giuridico.

Coloni di Amona fotografati da Tal Shahar

Gli effetti sulla situazione generale delle colonie israeliane

Netanyahu ha bisogno di mantenere la maggioranza nel Knesset e a preservare il supporto del suo bacino elettorale, così ha speso gli ultimi mesi a cercare di placare i propri alleati e di trovare un compromesso tra la loro intransigenza e la decisione della Corte.

A questo scopo, non solo ha offerto alle famiglie di Amona una sistemazione abitativa alternativa che potesse compensarle della forzata evacuazione, ma ha anche proposto la cosiddetta “Regulation Law”, frutto di una linea d’azione più dura e risoluta e di calcoli politici di lungo periodo. In base a questa legge – che non è però applicabile al già giudicato caso di Amona – diventerebbe possibile legalizzare in modo retroattivo le appropriazioni di terreni privati in Cisgiordania su cui insediamenti israeliani siano già stati costruiti, con una compensazione finanziaria prevista per gli originari e legittimi proprietari.

La legge, che al momento ha superato la prima fase di approvazione, rappresenterebbe una vittoria di primo piano per la comunità israeliana di coloni e una grande sconfitta, invece, per la possibilità di un futuro stato palestinese con piena sovranità territoriale in Cisgiordania.

La prospettiva che tale proposta possa tramutarsi in legge e incoraggiare una continua espansione israeliana oltre i confini pre-1967 ha sollevato numerose critiche da parte internazionale e da parte palestinese: l’uscente Segretario ONU Ban Ki-Moon ha invitato i legislatori israeliani a riconsiderare la proposta di legge; mentre il Segretario Generale dell’OLP Erekat ha denunciato l’impunità di cui Israele sembra godere ogni volta che viola norme internazionali, facendo in seguito appello alle Nazioni Unite e al Consiglio di Sicurezza per l’approvazione di una Risoluzione sugli insediamenti.

A rendere ancora più preoccupante la prospettiva di un’occupazione israeliana sempre più assertiva , è poi arrivata la decisione di Trump di nominare come Ambasciatore USA in Israele David Friedman.

Donald Trump e David Friedman in una foto d’archivio scattata in New Jersey nel 2010 – credits: Bradley C Bower/Bloomberg News, via Getty Images / JTA

Friedman è notoriamente schierato su posizioni vicine all’ultra-destra israeliana: è sostenitore della politica israeliana di occupazione e penetrazione in Cisgiordania ed è Presidente dell’associazione American Friends of Bet El Institutions, la quale dà supporto a un grande insediamento illegale costruito nei pressi di Ramallah.

In attesa che il “caso Amona” si concluda, e in attesa di sapere quale sarà il futuro della “Regulation Law” proposta da Netanyahu, l’unica certezza che rimane è che in Israele un altro Natale e un altro Hanukkah passeranno senza portare nuove speranze di giustizia e sovranità alla popolazione palestinese.

di Marta Furlan

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