La scelta del nuovo leader del Partito Democratico (quello al di là dell’Atlantico), l’arresto della principale oppositrice al presidente Duterte nelle Filippine, l’escalation xenofoba in Sud Africa e l’inizio del maxi-processo contro i golpisti in Turchia: tra le notizie più notevoli dal mondo, nel nostro International Weekly Brief.

In cerca di nuova linfa

Il Partito Democratico statunitense ha trovato il suo nuovo leader: si tratta di Tom Perez, ex Segretario del lavoro nell’amministrazione Obama. Perez è stato sostenuto dai dirigenti del Partito Democratico ed ha battuto la concorrenza di Keith Ellison, deputato musulmano del Minnesota che aveva invece l’appoggio dell’ala più progressista del partito, a cominciare dal senatore Bernie Sanders. La vittoria di Perez dimostra che, nonostante la storica e devastante sconfitta alle elezioni, la “vecchia guardia” del partito è ancora in maggioranza e che i democratici non sono ancora pronti a rompere la continuità con l’eredità di Obama. Ma allo stesso tempo, è chiaro che il Partito Democratico continua a spostarsi a sinistra. Infatti, Ellison ha perso per pochi voti ed è stato scelto da Perez come Vicepresidente.

Tom Perez, nuovo leader del Partito Democratico. Credits: Public domain/United States Department of Justice/Lonnie Tague

Un ritiro che non convince

Il Governo marocchino ha annunciato lo scorso 26 febbraio che ritirerà le sue truppe dalla zona del Guerguerat, nell’estremo sudovest del Sahara Occidentale, al confine con la Mauritania. Ma questo ritiro non convince gli indipendentisti del Fronte polisario, secondo i quali lo spostamento sarà di poche centinaia di metri e dunque si tratta solamente di fumo negli occhi. La zona interessata è teatro di tensioni fra Rabat ed il Fronte polisario dall’agosto del 2016, quando a causa della costruzione di una strada con il pretesto della lotta al contrabbando da parte dell’esercito, gli indipendentisti avevano dato vita a forti proteste, considerando l’operazione come una violazione della tregua raggiunta nel 1991.

Golpisti a processo

Il 28 febbraio è cominciato in Turchia, a Sincan, quello che è ad oggi il più grande processo per il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016. Alla sbarra ci sono 330 persone, di cui 245 già in stato di fermo. L’accusa è chiara: aver tentato di organizzare il golpe e appartenere alla rete di Fethullah Gulen. Gli imputati rischiano l’ergastolo. Vista la dimensione anche mediatica del processo, si è scelta un’aula capace di ospitare 1.500 persone. Nel frattempo però, sale la tensione con la Germania: il Ministro degli esteri tedesco ha convocato l’ambasciatore turco per protestare contro l’arresto del giornalista turco-tedesco Deniz Yucel, arrestato con l’accusa di fare propaganda terroristica.

Turchia, al via processo per presunto tentativo di assasinio di Erdogan. Credits: LaPresse

Diritti delle donne fra le onde

Lo scorso 24 febbraio, il governo del Guatemala ha ordinato all’esercito di allontanare dal porto di San José la nave Adelaide. A bordo dell’imbarcazione, c’erano gli operatori dell’ONG Women on Wawes, che aiuta le donne in tutti quei paesi in cui l’aborto è illegale ad interrompere le gravidanze non desiderate. La colpa degli attivisti, secondo le autorità, è stata quella di entrare nel paese con un semplice visto turistico, senza dichiarare le proprie vere intenzioni. In Guatemala, l’aborto è illegale; alle donne è concesso interrompere la gravidanza solo quando è in pericolo la vita della madre stessa. Secondo Women on Wawes, ogni anno in Guatemala si praticano circa 65mila aborti clandestini.

Una nave della marina del Guatemala si avvicina all’imbarcazione Adelaide, nel porto di San José – Credits: AFP/ Johan Ordóñez

La resa dei conti

Il 27 febbraio il neoeletto e finalmente insediatosi presidente del Gambia, Adama Barrow, ha rimosso dall’incarico il capo dell’Esercito gambiano Ousman Badjie. Quest’ultimo era considerato troppo vicino al Presidente uscente Yahya Jammeh, insieme al quale aveva provato ad impedire in tutti i modi l’insediamento di Barrow, portando il Gambia ad un passo dalla guerra civile.

Il passato non si dimentica

Si moltiplicano in Sud Africa gli episodi di violenza contro gli immigrati. Gli attacchi hanno avuto luogo a Johannesburg e si sono poi diffusi a Pretoria; ma purtroppo non si tratta di una novità per il Paese: nel maggio del 2008 una serie di violenze contro gli immigrati causò la morte di 62 persone e il trasferimento di migliaia di persone in campi profughi; nel 2015, 7 persone perderono la vita durante una serie di saccheggi ai danni di negozi di proprietà di immigrati a Johannesburg e Durban.

Episodi simili si sono ripetuti questo febbraio, quando proprietà di immigrati sono state attaccate e negozi depredati. La Nigeria ha convocato l’ambasciatore sudafricano per esprimere la “profonda preoccupazione” per gli attacchi contro gli immigrati (molti dei quali sono nigeriani). Il governo sudafricano ha lanciato un appello alla calma, che però non è bastato: il 24 febbraio centinaia di persone hanno partecipato ad una manifestazione contro gli immigrati a Pretoria, al margine della quale alcuni negozi di proprietà di immigrati sono stati assaltati dando vita a pesanti scontri con la polizia. 3 giorni dopo, il 27 febbraio, circa cento persone hanno saccheggiato negozi di immigrati a Johannesburg.

Secondo il Daily Nation, questi attacchi sono il segno delle difficoltà economiche sudafricane e del crescente nazionalismo di una parte della società; la situazione però rischia di minare seriamente la posizione di prestigio e di leadership del Sud Africa nel continente africano.

Durante la protesta contro gli immigrati a Pretoria il 24 febbraio. Credits: Themba Adebe (AP/ANSA)

Il passato non si dimentica – 2

Aumenta la xenofobia in Germania. Secondo i dati presentati dal Ministero dell’interno tedesco, in occasione di un’interrogazione parlamentare, nel 2016 ci sono state più di 3.500 aggressioni ai danni di profughi, delle strutture che li ospitano e delle associazioni che li aiutano. Segnatamente, 2.545 aggressioni hanno colpito direttamente le persone, 988 le strutture e 217 le associazioni. Nel 2015, gli attacchi contro i profughi erano stati “solo” 1031. Intanto, l’accordo concluso con l’Afghanistan per il rimpatrio di cittadini afgani a cui è stata respinta la richiesta d’asilo comincia a dare i suoi frutti, anche se Berlino ha dovuto ammettere che solo 18 dei primi 50 hanno effettivamente fatto ritorno a Kabul in quanto 32 sono riusciti a far perdere le proprie tracce.

Forze militari cinesi in Afghanistan?

Il 24 febbraio Pechino ha negato ufficialmente la presenza militare cinese in Afghanistan, dopo che per mesi sono circolate foto di veicoli militari cinesi operanti nel paese. Ma contestualmente ha confermato che sono in corso “operazioni di polizia antiterrorismo congiunte” lungo il confine tra i due paesi. Come fanno notare alcuni osservatori, in un paese come l’Afghanistan la linea che separa le operazione di polizia dal pattugliamento militare è molto sottile. Ma sicuramente Pechino ha molti interessi ad aumentare la sua presenza in Afghanistan: prima di tutto, teme il contagio dell’estremismo islamico.

Il 28 febbraio, in un video diffuso in rete, l’ISIS ha minacciato per la prima volta direttamente la Cina di “far scorrere sangue a fiumi”; nel video, un fondamentalista uiguro minaccia la Cina prima di uccidere un uomo accusato di essere una spia. In più la Cina vuole proteggere le sue aziende con importanti concessioni per l’estrazione di minerali ed idrocarburi nel paese. Non ultimo, la Cina si deve preparare ad un eventuale ritiro degli Stati Uniti.

Un veicolo militare cinese in Afghanistan. Source: WION

Una pacificazione difficile

In Colombia, man mano che avanza il processo di pace tra il governo di Bogota e le Forze Armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), non c’è comunque traccia di pace. Decine di leader comunitari, sindacalisti, difensori dei diritti umani e militanti di organizzazioni di sinistra sono stati uccisi negli ultimi mesi. Secondo Semana, si tratta di un deja vu che riporta alla memoria gli omicidi degli esponenti di sinistra del partito Union Patriotica commessi trent’anni fa ad opera delle forze paramilitari nel paese. Intanto, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), ultima guerriglia attiva nel paese, ha rivendicato l’attentato verificatosi il 19 febbraio a Bogotà.

Nelle Filippine è stata arrestata Lelia de Lima

Ex Ministra della giustizia nonché principale avversaria del presidente Duterte. L’accusa nei suoi confronti è legata al traffico di droga nel carcere di New Bilibid, all’interno del quale Lima avrebbe tollerato il traffico di droga ed estorto denaro ai carcerati. Gli avvocati rifiutano questo impianto accusatorio, facendo notare come le presunte prove si basino sulle testimonianze di alcuni carcerati che avrebbero anche ricevuto favori a seguito delle testimonianze stesse. L’arresto, segna comunque il culmine della persecuzione ai danni di Lima. Mentre aspettava che i poliziotti arrivassero a prenderla, Lima si è detta “orgogliosa di essere la prima priogioniera politica dell’amministrazione Duterte“; gli esperti temono che questo possa essere solo il primo episodio di un più vasto giro di vite contro gli avversari politici. Non a caso, durante un raduno politico di sostenitori di Duterte, il Ministro della giustizia Vitaliano Aguirre ha chiesto alla folla: “Chi volete che sia il prossimo a finire in carcere?” e la folla ha riposto urlando il nome di Trillanes, altro feroce opposizione del presidente.

La senatrice Leila de Lima saluta i suoi sostenitori dopo un’udienza a Muntinlupa il 24 febbraio. Credits: AFP

Marco Principia
Leave a reply

Lascia un commento