La Turchia che entra a Afrin, la tregua annunciata dai ribelli in Siria, lo sviluppo delle indagini a carico di Sarkozy, la bozza di accordo raggiunta tra UE e UK in merito alla Brexit, questo ed altro tra le notizie più rilevanti dal mondo, nel nostro International weekly brief.

La Turchia conquista Afrin, l’Occidente volta le spalle ai curdi.

Domenica 18 marzo dopo quasi due mesi di offensiva militare iniziata il 20 Gennaio, i ribelli siriani appoggiati dalla Turchia sono riusciti a penetrare nella città di Afrin, enclave curdo-arabo-turcomanna in territorio siriano. La vittoria in questa battaglia ha un valore altamente simbolico per il regime di Erdogan, il cui intervento in Siria ha come primo obiettivo fermare l’espansione curda. Tale risultato certamente limita il potere delle milizie curde, permettendo alla Turchia di creare una “buffer zone”, che consente ad Ankara di allontanare la minaccia curda dai propri confini. Il crollo di Afrin dimostra quanto effimero sia stato il supporto americano nei confronti della causa curda, nonostante l’apporto fornito dall’YPG nella guerra contro il sedicente Stato Islamico in Siria. Gli USA non hanno fatto nulla per impedire ad Erdogan di entrare nel cantone, mentre i vertici dell’UE, fra cui Juncker, incontreranno il Presidente turco a Varna lunedì 26 Marzo.

I curdi non potranno contare neppure sull’appoggio dell’altra potenza coinvolta in Siria, la Russia, la quale aveva evacuato le proprie truppe da Afrin al fine di facilitare l’avanzamento delle truppe turche nella regione. Supporto ai curdi era giunto, invece, dalle truppe di Assad. Tuttavia, sembra altamente improbabile uno scontro diretto fra le truppe governative siriane e le milizie turche. Principale garanzia contro tale sviluppo sono gli accordi di Astana, i quali assicurano l’impossibilità di uno scontro diretto fra eserciti regolari coinvolti nel teatro operativo siriano. I ministri degli esteri di Russia, Turchia e Iran si incontreranno a Istanbul il 4 Aprile 2018.

Chi giudicherà Aung San Suu Kiy?

Un gruppo di avvocati di Melbourne, Australia, ha provato a citare in giudizio Aung San Suu Kiy, premio Nobel per la Pace nel 1991. Il consigliere di Stato e de facto leader del Myanmar negli ultimi mesi è stata spesso al centro di critiche a causa del trattamento ricevuto nel suo Paese dalla popolazione Rohingya, minoranza musulmana presente nel territorio birmano. Oltre 650,000 individui appartenenti a tale gruppo etnico sono stati costretti ad abbandonare il Myanmar e rifugiarsi nel vicino Bangladesh. Diverse sono state le violenze subite dai Rohingya da parte dei militari birmani. L’esercito dello Stato asiatico si è reso infatti protagonista di crimini che vanno dall’incendio di numerosi villaggi, allo stupro, sino all’assassinio. In questi giorni, Aung San Suu Kiy si trovava in Australia per partecipare al vertice ASEAN, di cui la crisi umanitaria in Myanmar era uno dei temi all’ordine del giorno. Nel comunicato finale diramato alla fine del vertice viene sottolineata la necessità di proteggere e tutelare i diritti umani dei cittadini di ogni Stato membro, tuttavia nessuna accusa esplicita viene rivolta allo Stato guidato da Aung San Suu Kiy. Il premio Nobel per la Pace, in ogni caso, non dovrà affrontare nessun procedimento a suo carico. Perché la richiesta del gruppo di avvocati di Melbourne potesse avere seguito, infatti, era necessario che essa ricevesse il benestare del procuratore generale Christian Poter, il quale ha tuttavia dichiarato che non permetterà che tale istanza possa giungere nelle aule di tribunale australiane.

Aung San Suu Kyi. Credits to: Hein Htet/EPA

#Unbounded

Adoro il Presidente e gli auguro il meglio”: con queste parole rese alla CNN John Dowd ha liquidato quanti gli hanno domandato quali ragioni lo abbiano spinto a maturare la decisione di dimettersi dall’incarico di avvocato del Presidente degli Stati Uniti. Secondo i media, Down, che ricopriva una posizione apicale nell’ambito del team di legali istituito lo scorso giugno 2017 da Trump in risposta all’apertura dell’inchiesta Russiagate, avrebbe rinunciato al proprio mandato a causa dell’inasprirsi dei rapporti con il Presidente, colpevole di non aver mai prestato ascolto ai suoi consigli. Risulta in tale senso emblematica la coincidenza temporale che ha caratterizzato la vicenda: le dimissioni sono infatti state annunciate dal legale proprio in corrispondenza dell’intensificarsi delle critiche rivolte da Trump al consigliere speciale Robert Mueller, con il quale Dowd aveva recentemente incoraggiato una conciliazione. Intanto il Generale Herbert Raymond McMaster, consigliere della National Security Agency, si aggiunge alla lunga lista dei funzionari governativi licenziati da Trump. Al suo posto il Presidente statunitense ha disposto l’insediamento di John Bolton, ex ambasciatore Onu.

Il 22 marzo, alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure protezionistiche sulle importazioni di acciaio e alluminio annunciate dagli USA, il Presidente americano ha reso nota per bocca del rappresentante dell’amministrazione statunitense Robert Lighthizer la scelta di escludere l’Unione Europea dall’attuazione del provvedimento. Tra gli Stati esonerati dall’applicazione delle tariffe figurano inoltre Argentina, Australia, Brasile e Corea del Sud.

Spes

Faylaq al-Rahman, uno degli ultimi gruppi ribelli ancora attivi in Siria, ha annunciato il 22 marzo il raggiungimento di una tregua nella zona del Ghouta orientale, alla periferia di Damasco. L’interruzione degli scontri, concordata anche grazie alla mediazione dell’Onu, sarebbe funzionale ad incoraggiare le trattative tra i combattenti e la Russia -alleata del governo di Bashar al- Assad- e il raggiungimento di una soluzione capace di garantire la sicurezza dei civili siriani. Al momento la vicenda pare non aver suscitato alcuna rilevante reazione da parte dei militari russi, del governo siriano e dell’Onu, tutti astenutisi dal rilasciare dichiarazioni in merito alla vicenda.

Francia nella bufera

Lo sciopero organizzato in Francia il 22 marzo dai lavoratori dei trasporti, delle scuole e del servizio sanitario ha inaugurato la stagione delle manifestazioni di piazza che i sindacati hanno annunciato coinvolgeranno il Paese dal 3 aprile al 28 giugno, per una durata complessiva di 36 giorni. Tutt’altro che casuale, la data scelta dalle organizzazioni di categoria per dare avvio alle proteste, il 22 marzo del 1968 ebbe luogo l’occupazione dell’Università di Nanterre, evento che segnò l’inizio del cosiddetto “maggio francese”. La protesta, tesa a contestare la riforma delle ferrovie messa a punto dal governo e la strategia di politica economica perseguita dal presidente della Repubblica Macron, avrebbe coinvolto secondo gli organizzatori 55mila persone a Marsiglia, mentre stando ai dati forniti dalla polizia i manifestanti sarebbero stati soltanto 9400. Oggetto degli scontri anche la scelta del governo di ricorrere a decreti, a discapito della più comune votazione parlamentare, per l’approvazione delle riforme. “Continueremo a riformare la Francia in profondità, con la certezza che il nostro Paese ha bisogno di questa trasformazione per recuperare terreno”: questo il laconico commento con cui Macron ha replicato alle rivendicazioni popolari.

Studenti partecipano alle proteste contro le riforme promosse dal governo francese. Hanno aderito allo sciopero generale del 22 Marzo sette sigle sindacali, insegnanti, medici e controllori di volo. Si sono registrate oltre 140 manifestazioni in tutto il paese, la più grande a Parigi. Credits to: Philippe Lopez/AFP/Getty Images

Nicolas Sarkozy nella bufera

Nicolas Sarkozy, presidente della Repubblica francese dal 2007 al 2012, è indagato con l’accusa di aver ricevuto finanziamenti illeciti dalla Libia a sostegno della campagna elettorale che ne determinò l’elezione. Rilasciato dopo due giorni di fermo nel corso dei quali è stato sottoposto a molteplici interrogatori, l’ex Presidente si è dichiarato estraneo ai fatti, sostenendo che le accuse sarebbero frutto della vendetta orchestrata dagli accusatori libici in risposta alle scelte militari di cui il premier si rese fautore nel 2011 e che condussero alla caduta dell’allora leader di Tripoli Gheddafi.

Ad avvalorare l’inchiesta, la cui apertura fu effetto di un articolo pubblicato sul quotidiano online transalpino Mediapart nel 2013, hanno tuttavia contribuito le dichiarazioni rese da un intermediario libico – reo confesso nel 2016 di esser stato l’autore della consegna del denaro quando Sarkozy era ancora Ministro degli Interni- e il contenuto dei quaderni dell’ex Ministro del petrolio libico Ghanem, trovato morto nel 2012 in circostanze ancora da chiarire.

Votazioni in fumo

In Kosovo, lo svolgimento della seduta parlamentare indetta per l’approvazione dell’accordo di demarcazione dei confini con il Montenegro, è stato interrotto a causa dell’ostruzionismo manifestato dai membri dell’opposizione attraverso il lancio di fumogeni. Secondo i deputati autori del gesto, l’attuazione dell’intesa comporterebbe la cessione di una cospicua porzione di territorio al Montenegro, eventualità inaccettabile per il Paese; di contro i sostenitori della misura sottolineano come la sua realizzazione costituisca la condizione indispensabile prevista dall’Ue per consentire ai kosovari di muoversi liberamente, senza necessità di visti, entro lo spazio Schengen.

L’inizio della fine?

Unione Europea e Regno Unito hanno dichiarato per mezzo dei rispettivi negoziatori di aver raggiunto una bozza di accordo per regolamentare la Brexit. In particolare, dopo mesi di scontri, le due parti avrebbero concordato gli aspetti relativi ai diritti dei cittadini europei stanziati in UK e di quelli britannici residenti all’interno dell’Unione, oltre alle problematiche concernenti il periodo di transizione conseguente all’uscita del Regno Unito, prevista per il 29 marzo 2019.

Critica la Spagna, che ha paventato la possibilità di rifiutarsi di approvare il documento, qualora non venga specificato in maniera sufficientemente chiara che le disposizioni in esso contenute non si applicheranno estensivamente anche a Gibilterra, a meno che non sia lo stesso governo iberico a consentirlo.

Quod erat demonstrandum

Come previsto, le elezioni presidenziali russe hanno decretato il trionfo del candidato uscente Vladimir Putin, che forte del 74% delle preferenze, si appresta a dare avvio al suo quarto mandato consecutivo. La redazione di Zeppelin ha analizzato l’esito del voto con Giovanni Savino, professore associato di storia contemporanea presso la School of Public Policy di Mosca, in un’intervista consultabile qui.

L’informazione non è libera

Mercoledì 21 Marzo Dogan holding, colosso mediatico turco è passato sotto il controllo del gruppo Demiroren (vicino al governo di Recep Tayyip Erdogan), che nel 2011 aveva già comprato i quotidiani Milliyet and Vatan. La paura che si crei un monopolio dell’informazione in Turchia è stata esternata da Ozgur Ozel, un parlamentare del partito d’opposizione CHP che ha invitato la commissione di garanzia a impedire la vendita “if makes a correct and impartial decision.”

La libertà agognata.

Il governo federale della Nigeria ha confermato la notizia della liberazione delle studentesse della scuola di Dapchi fatte prigioniere lo scorso 19 febbraio 2018 dai miliziani di Boko Haram. Delle 110 ragazze rapite, soltanto 104 hanno però potuto riabbracciare i loro cari; 6 studentesse sarebbero infatti decedute durante il sequestro. Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha assicurato che il rilascio è avvenuto senza condizioni.

La gioia di tre madri che festeggiano la liberazione delle figlie rapite un mese fa da Boko Haram. Credits to: Afolabi Sotunde/Reute

Spiati

Mark Zuckerberg, fondatore del social network Facebook, è stato convocato da una Commissione parlamentare britannica in qualità di persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta avente ad oggetto l’utilizzo dei dati personali degli utenti della piattaforma da parte di Cambridge Analytica. Secondo quanto emerso dall’indagine condotta dal Guardian e New York Times, la società di consulenza avente sede in UK e legata all’ex consigliere di Trump Steve Bannon, avrebbe violato i profili di oltre 50 milioni di iscritti per influenzare l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e di altre consultazioni elettorali.

Houston, abbiamo un problema

La Protezione civile ha recentemente diramato una circolare rivolta ai Ministeri e alle Regioni italiane per la predisposizione delle misure precauzionali necessarie a contenere i danni che la caduta di una stazione spaziale cinese potrebbe provocare sul suolo italico. Tiangong 1, lanciata in orbita nel 2011 e il cui rientro avrebbe dovuto aver luogo nell’Oceano Pacifico, ha intrapreso da marzo 2016 una lenta ma progressiva discesa incontrollata che ha destato la preoccupazione degli esperti. Il ritorno sulla Terra della stazione spaziale, previsto approssimativamente tra il 28 marzo e il 4 aprile nelle regioni a sud dell’Emilia Romagna, risulta attualmente monitorato da numerosi sensori incaricati di registrare la posizione ed il tasso di decadimento della navicella, sebbene soltanto nelle fasi conclusive del rientro risulterà possibile definire con maggior precisione la data dell’impatto e le aree terrestri coinvolte. Intanto, in funzione preventiva, la Protezione civile ha trasmesso alla popolazione informazioni sui comportamenti di autoprotezione da adottare in caso di vicinanza ai luoghi potenzialmente esposti alla collisione.

Federica Allasia
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