L’attacco compiuto con un tir a Nizza, il tentativo fallito di colpo di Stato in Turchia, il boom dell’economia irlandese, la prima sentenza internazionale sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, e le altre notizie di questa complicata settimana, nel nostro International Weekly Brief.

Non ci sono più i golpe di una volta. La sera di venerdì 15 luglio c’è stato un tentativo di colpo di Stato in Turchia da parte di alcuni settori dell’esercito contro il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan.

Sebbene non si possa ancora dire quale sia la vera ragione del tentativo di golpe, va fatta una premessa: l’esercito turco è storicamente vicino a posizioni nazionaliste e laiche, mentre Erdogan negli ultimi anni si è via via avvicinato a posizioni confessionali e autocratiche.

I fatti. Carri armati nelle strade e jet a bassa quota in volo sulle principali città turche sono comparsi intorno alle 21:00. I primi palazzi governativi sono stati occupati un’ora dopo. Il golpe si è dimostrato un fallimento già verso tarda serata: all’1:00 del mattino la situazione, benché caotica, lasciava intendere che Erdogan fosse riuscito a mantenere il potere. Ma facciamo un po’ di ordine:

  • si contano, per il momento, quasi 300 morti negli scontri, tra militari golpisti, lealisti, poliziotti e manifestanti. Più di 6000 militari golpisti sono stati arrestati, molti dopo essersi arresi e consegnati ai lealisti.
  • Erdogan durante il tentativo di golpe era in una località balneare (probabilmente Marmaris). Per diverse ore le informazione sui suoi spostamenti sono risultate parecchio confuse: si è parlato di voli con Erdogan a bordo diretti in Germania, Italia, Inghilterra e Qatar.
  • verso le 23:30 Erdogan ha telefonato alla CNN turca e ha tenuto un discorso attraverso l’applicazione per le videochiamate di Facebook, FaceTime (nota colorita: negli stessi istanti molti social network in Turchia erano stati oscurati) dove ha accusato Fethullah Gulen – importante leader religioso, suo storico alleato e da qualche anno antagonista politico che vive in (auto)esilio negli USA – di aver ordito il golpe. Gulen ha smentito seccamente le accuse. Erdogan ha inoltre chiesto alla popolazione di scendere in piazza per sostenerlo, cosa che poi è effettivamente successa.

  • sabato mattino Erdogan è nuovamente comparso in tv parlando dall’aeroporto Ataturk di Istanbul e dichiarando che i golpisti “pagheranno un prezzo altissimo.”
  • per diverse ore di venerdì sera i militari hanno preso il controllo della tv pubblica, dei ponti sul Bosforo, degli aeroporti e della sede dell’AKP, partito di Erdogan.
  • mentre la situazione a Istanbul si è normalizzata piuttosto in fretta, ad Ankara fino alla tarda mattinata di sabato si sono sentiti spari ed esplosioni, specialmente nei pressi del quartier generale delle forze armate.
  • tutti i partiti di opposizione e la Marina militare si sono schierati contro il tentativo di rovesciamento del governo. Anche il partito curdo HDP ha condannato i golpisti.
  • 29 colonnelli e 5 generali sono stati sollevati dal loro incarico. La lista degli alti ufficiali arrestati invece la trovate qui.
  • il primo leader occidentale a parlare degli eventi è stato Obama, che ha confermato il supporto al governo democraticamente eletto di Erdogan. La dichiarazione è arrivata all’1:00 (ed è stato uno dei segnali che hanno fatto intendere che il golpe era fallito). Molto silenzio da parte degli altri “alleati” europei.
  • un elicottero dell’esercito turco con 8 militari a bordo è atterrato in Grecia: i militari hanno chiesto asilo politico.
  • nelle ore successive al fallimento del golpe gli hashtag più diffusi in Turchia erano #idamistyorum (che significa “voglio la pena di morte”? e #askerimedokunma (che vuol dire “non toccare il mio soldato”, in relazione ai video pubblicati in cui manifestanti lealisti colpivano e in taluni casi uccidevano soldati golpisti).
  • sembrano esserci state tensioni nella base aerea NATO di Incirlik, nel sud della Turchia. È la base da dove partono i cacciabombardieri della coalizione internazionale che combattono ISIS. Anzi, da dove partivano visto che al momento la base è chiusa al traffico aereo, senza corrente elettrica e isolata dal mondo esterno.
  • Ankara avrebbe chiesto agli USA l’estradizione di Gulen.
  • Erdogan ha fatto arrestare 140 giudici della Corte di appello e fatto rimuovere dal’incarico più di 3000 giudici ordinari, in quello che molti già chiamano il “contro-golpe”.
  • il premier turco Binali Yildirum ha detto che nella costituzione del Paese non è prevista la pena di morte, ma aggiungendo che il governo considererà cambiamenti legali per accertarsi che simili tentativi di colpo di stato non si ripetano mai più,
  • in Turchia ci sono stati 4 colpi di Stato negli ultimi 50 anni, l’ultimo nel 1997. Tutti compiuti dall’esercito, tutti riusciti: questo è il primo che è fallito: qui un’infografica di al-Jazeera.

Perché il golpe è fallito? Secondo diversi analisti il golpe è stato organizzato in “maniera poco professionale” e forse troppo frettolosamente. Interpellato da BBC, Gulnur Aybet – capo del dipartimento di scienze politiche dell’università Bahcesehir di Istanbul – ha spiegato che il fallimento, da quel che si è potuto vedere, ha diverse cause. I militari che hanno partecipato al golpe erano in numero troppo esiguo per la buona riuscita dell’operazione; non c’erano molti militari di alto livello tra i golpisti; già in passato Erdogan aveva limitato il potere dell’esercito e aveva sostituito i vertici militari con persone di sua fiducia; la scesa in piazza dei sostenitori di Erdogan ha poi reso troppo costoso per i militari intervenire con la forza; i golpisti non sono riusciti a catturare subito Erdogan. Anche per questi motivi c’è chi dice che questo colpo di Stato non è paragonabile agli altri avvenuti nel Paese.

E ora? Ora la situazione è in continuo divenire. Erdogan ne esce rafforzato. Ha dimostrato di essere troppo potente per essere abbattuto e di avere il sostegno di buona parte della popolazione. Alcuni fanno notare come probabilmente Erdogan non potesse sperare in nulla di meglio di un fallito golpe. Dani Rodrik, professore di economia politica internazionale ad Harvard, dice che il Presidente ora potrà concentrare definitivamente tutto il potere nelle sue mani. In un articolo di aprile del Washington Time si provava già a spiegare come Erdogan potesse in qualche modo avvantaggiarsi nell’eventualità di un colpo di Stato da parte dei militari.

L’assenza di un palese sostegno occidentale, invece, conferma l’isolamento diplomatico internazionale di Erdogan, dal quale infatti il Presidente sta cercando di uscire (più avanti la notizia nel brief). Nei prossimi giorni si capirà meglio l’entità effettiva del golpe e le conseguenze da trarne, sia per il futuro della democrazia turca, sia per le decisioni di politica estera. La situazione è ovviamente in continua evoluzione.


La strage di Nizza. Le cose che sappiamo, per punti, sull’altro importante fatto della settimana: l’attentato di giovedì 14 luglio a Nizza.

  • l’attacco è stato svolto con un camion affittato qualche giorno fa a Saint-Laurent-du-Var, paesino nei pressi di Nizza. Chi guidava il camion era un uomo di 31 anni di origine tunisina, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, già segnalato alle forze dell’ordine per piccoli reati comuni, ma mai sospettato di estremismo religioso.
  • il camion ha puntato la folla che stava guardando i fuochi per la Festa della presa della Bastiglia sul lungomare della città, andando a zig zag per colpire più persone possibili, alla velocità stimata tra i 50/80 kmh. Mentre investiva le persone l’uomo alla guida – secondo alcuni testimoni, ma la polizia non ha confermato – sparava dal finestrino. La Gendarmeria stima che in quel momento sul lungo mare fossero presenti circa 30/35 mila persone.
  • almeno 84 morti confermati. Cifra destinata a salire visto l’alto numero di feriti gravi e gravissimi ricoverati in ospedale. 100 feriti in tutto, 50 ancora trattenuti. Molti bambini tra le vittime e i feriti.
  • tra i morti identificati ci sarebbero secondo Le Monde un cittadino russo, un armeno, due ucraini e due statunitensi.
  • l’uomo alla guida è stato ucciso dalla polizia dopo 2km di corsa sul lungomare. Dentro il camion sono state trovate armi vere, armi giocattolo e una granata non funzionante. Alcune fonti riferiscono di un complice ucciso o in fuga, ma stamattina questa notizia non ha trovato conferme. Non è chiara la presenza o esistenza di complici ma la polizia francese ha fermato 5 persone.
  • Profili sui social network riferibili a settori islamisti, tra cui alcuni profili “ufficiali” ISIS, condividevano immagini e video dell’attacco.
  • La mattina di sabato 16 luglio è arrivata una rivendicazione da parte di un’agenzia “non ufficiale” di ISIS: l’attentato, si legge, è stato compiuto da un soldato dello Stato Islamico che ha risposto agli appelli del gruppo. La rivendicazione potrebbe essere opportunistica vista l’assenza di prove che colleghino al radicalismo islamico l’autore del gesto.
  • il 26 luglio sarebbe dovuto scadere lo “stato di emergenza” in Francia. Hollande l’ha prolungato di altri 3 mesi. Mentre 16, 17 e 18 luglio saranno giorni di lutto nazionale.
  • contemporaneamente all’attacco si è sviluppato un incendio alla Torre Eiffel che NON aveva nulla a che fare con l’atto terroristico di Nizza.
  • questo attacco terroristico è il secondo più grave subito dalla Francia nella sua storia recente. Il primo è stato quello di appena qualche mese fa che causò la morte di 130 persone.
  • i 54 mila uomini della “riserva operativa” militare francese sarebbero stati notificati per la probabile entrata in servizio. Sconosciuto per ora il numero effettivo dei riservisti che verranno attivati.

Il New York Times ha ricostruito in una efficace infografica la dinamica dell’attacco. Potete raggiungerla qui.

AFP ha fatto una mappa che ricostruisce gli attacchi terroristici in territorio francese tra il 2015 e il 2016. In tutto sono 7 attacchi in 18 mesi. Più di 230 morti, fa notare David Carretta.

credits: AFP

credits: AFP

Le analisi dopo i sempre più frequenti casi di questo tipo sembrano ripetersi. Vi segnaliamo solo queste due: il commento del Wall Street Journal, tra i tanti, merita qualche attenzione perché certifica l’avvenuto mutamento del contesto terroristico globale e delle guerre molecolari (e non più semplicemente asimmetriche) che produce. Si legge che

In many cases, the attacks are being carried out by an individual or small number of people, sometimes without actual ties to the group that inspired them. That presents a daunting problem for intelligence operatives and law enforcement […] “The problem is that the numbers of people who have been radicalized, mostly because of social media, are larger than anything we’ve seen before, and we are just behind the curve,” said Bruce Hoffman, director of the Center for Security Studies at Georgetown University. “We are dealing with a problem of an order of magnitude much larger than in the past.” […] The counterterrorism playbook the U.S. and other countries used to thwart the large-scale attacks planned by al Qaeda more than a decade ago has been less successful against Islamic State […] [today] “You have to have a driver’s license and that’s it,” said William McCants, director of the Project on U.S. Relations with the Islamic World at the Brookings Institution. “There’s nothing more to it.”

Mentre sulla rivista on-line The Intercept si scrive che l’obiettivo dichiarato di ISIS sia quello di “eliminare la zona grigia di convivenza tra musulmani e occidente”.

Persone ferite vengono soccorse sul lungo mare di NIzza / credits: Olivier Anrigo/EPA

Persone ferite vengono soccorse sul lungo mare di NIzza / credits: Olivier Anrigo/EPA

Il mare dove ci sarà la prossima grande guerra? Martedì 12 luglio la Corte Permanente d’Arbitrato dell’Aia (istituzione giuridica delle Nazioni Unite) ha emesso la prima sentenza riguardante le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. È una sentenza importante per il significato politico, più che per quello giuridico (praticamente nullo). La sentenza arriva dopo che le Filippine nel 2013 citarono in giudizio la Cina per via dell’occupazione di alcuni scogli ed isolotti chiamati Scarborough Shoal al largo delle coste filippine dell’isola di Luzon. La sentenza dichiara infondate tutte le “rivendicazioni storiche” cinesi nel Mar Cinese Meridionale – la così detta nine-dash line. 

Sono in molti a domandarsi quali potrebbero essere le reazioni cinesi a questa sentenza, reazioni che sicuramente ci saranno, più o meno nervose. Gli Stati Uniti nel frattempo chiedono alla Cina di comportarsi come una “potenza responsabile” dopo la sentenza della Corte.

Tutta la vicenda raccontata più approfonditamente la potete leggere qui.

Il governo della brexit. Theresa May, nuovo Primo ministro del Regno Unito, ha presentato il suo governo. Il suo compito principale sarà gestire la complessa fase dell’uscita del Regno dall’Unione Europea. May ha nominato Boris Johnson – uno dei principali esponenti del versante brexit – Ministro degli esteri. Ma chi è Theresa May? Contrariamente ai semplicistici paragoni che la vorrebbero come una nuova Margaret Thatcher, commentatori oltre Manica affermano che rispetto alla “lady di ferro”, May è più guidata dalla moralità che dall’ideologia. La Merkel ha chiesto al nuovo governo di definire presto le proprie intenzioni all’Unione Europea, mentre a livello economico, la Banca Centrale inglese – sorprendendo chi si aspettava un ulteriore abbassamento del tasso di interesse sulla sterlina a seguito della brexit – ha deciso di mantenerlo invariato al 0,5% (che è comunque un record: il tasso inglese non è mai stato così basso).

Il risveglio della tigre. Intanto poco più a Ovest, in Irlanda, l’economia è in fortissima crescita. La crescita stimata per il 2015 era del 7,8% – una cifra comunque di tutto rispetto – mentre quella effettiva è stata di un poderoso 26%. Jim Power, un economista che tiene aggiornato il British-Irish Trade Association, ha riferito che “There are so many transactions going on that nobody understands.”

Un Paese diviso. Negli Stati Uniti vanno avanti le proteste delle comunità afroamericane (e non solo) nei confronti della Polizia. Secondo un editoriale/reportage di AP Press, “l’America è divisa”, e le differenze tra classi stanno aumentando in tutto il Paese.

La campagna per le Presidenziali però va avanti, e come rileva il Wall Street Journal, Trump fatica a guadagnarsi la fiducia della classe dirigente: il Republican Jewish Coalition ha donato alla campagna elettorale repubblicana appena 5.400$, rispetto ai 16.5 milioni di $ che furono donati per la campagna di Mitt Romney. Un po’ impietoso anche questo commento del Washington Post, che fa un implicito endorsement a Clinton, scrivendo che “entrambi sono impopolari, uno solo di loro è una minaccia”.

After deal. Tra le varie eredità di Obama c’è anche “l’Iran Deal”, dice Foreign Affairs: l’accordo funziona, ma non è detto che sopravviva con il nuovo Presidente.

Non possiamo dirci pacifisti. In Giappone si è votato per eleggere la Camera Alta. L’obiettivo del Primo ministro Shinzo Abe – ottenere la “super maggioranza” – è stato raggiunto: ora il governo potrà modificare l’art.9 della Costituzione così detta “pacifista”, quello imposto dopo la Seconda Guerra Mondiale dagli Stati Uniti per evitare la formazione di un esercito regolare giapponese. Il buon risultato elettorale è anche un attestato di fiducia alle riforme economiche intraprese dal Primo ministro (che in realtà hanno avuto pochi effetti nel breve termine, fanno notare in molti).

Migranti comuni. La Commissione europea ha proposto l’adozione di regole comuni a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea in materia di diritto di asilo. Lo scopo sarebbe quello di omogenizzare le procedure di accoglienza e di trattamento nell’area UE, così da accelerare i tempi di smistamento delle quote decise in sede comunitaria sui migranti. Nell’accordo ci sarebbe anche un compenso monetario per il Paese ospitante di 10 mila euro per ogni migrante accettato.

Turchia e diplomazia. La normalizzazione dei rapporti tra la Turchia e i suoi vicini va avanti. Dopo gli accordi che hanno riportato alla diplomazia Turchia e Israele e Turchia e Russia, il governo turco si dice disposto a riaprire i canali diplomatici anche con la Siria, sebbene i funzionari turchi facciano sapere che “c’è una bella differenza tra la Siria e Bashar al-Assad”.

Già si vedono i primi effetti visibili del nuovo corso diplomatico turco, che riguardano il gas israeliano ed egiziano. Egitto ed Israele infatti hanno da poco scoperto enormi giacimenti di gas al largo delle proprie coste, e per portare in Europa questo gas servirà scendere a patti proprio con la Turchia, che potrà mettere in competizione i due Paesi. Un segnale d’apertura arriva anche da Israele, che ha permesso alla Turchia di costruire un desalinizzatore d’acqua a Gaza. Effetti del golpe permettendo.

Lorenzo Carota
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