Si continua a combattere nel complicato scenario bellico siriano ed irakeno. Molti i fronti aperti, tante le battaglie, complicate le alleanze, e poche le certezze su chi stia avendo la meglio nel complesso. Vi offriamo qui una panoramica a volo d’uccello per capire a che punto siamo della guerra, che in realtà sono più guerre insieme, e comprendere meglio la strategia dell’Isis, che coniuga elementi terroristici ed elementi militari in un mix innovativo.

Il 15 maggio le forze militari del Daesh, dopo un anno di combattimenti, hanno conquistato la capitale della provincia occidentale irakena di Anbar, la città di Ramadi, ad appena 50 miglia di distanza dalla capitale Bagdhad, anche a causa dell’arrivo di una tempesta di sabbia che ha inibito il controllo aereo statunitense (se volete avere un’idea di cosa possa essere una tempesta di sabbia da quelle parti, date un occhio a questo video, girato nella provincia di Anbar qualche anno fa: molto woow).

credits: Icg

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Questa vittoria sul campo arriva dopo che ci si stava convincendo della sostanziale messa sulla difensiva del cosìdetto “stato islamico”, reduce da diverse sconfitte militari, segnato dalla campagna di bombardamenti messa in atto dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e decapitato nella scala di comando dopo il ferimento di al-Baghdadi e la probabile uccisione di Abu Alaa al-Afri, che ne aveva preso il posto.

Va preso atto che l’Isis si è dimostrato in grado di ottenere importanti vittorie anche dopo gravi sconfitte. La conquista di Ramadi è importante sia dal lato mediatico che strategico, e potrebbe cambiare la disposizione delle forze sulla mappa del conflitto, facendo emergere ulteriori dubbi sull’effettiva capacità e volontà dell’esercito regolare irakeno di affrontare con durezza le offensive islamiste, oramai a pochi kilometri dalla capitale.

Nonostante la propaganda dell’Isis imponga al gruppo terroristico di far credere che la sua avanzata sia continua ed inesorabile, secondo l’Institute for the Study of War, think thank con sede a Washington, l’obiettivo delle ultime offensive del Daesh è quello di consolidare l’area sotto il suo controllo, più che quello di espandersi. La presa di Ramadi è propedeutica alla gestione di buona parte della provincia di Anbar. Se guardiamo infatti una mappa (aggiornata al 18 maggio) sulla presenza nei territori tra Siria ed Irak delle forze del Daesh ci si può accorgere di come vi sia un controllo territoriale non uniforme, a macchie di leopardo, che però si sta consolidando nel tempo.

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Per meglio comprendere la complicata situazione tattica basti pensare che ad 1 ora e mezzo di auto (120km) da Ramadi, verso il nord-ovest dell’Irak – e quindi verso la parte dell’Irak sotto il più stretto controllo islamista – si può trovare una base militare ancora utilizzata dagli eserciti Usa ed Irakeno: la base area di Ain Assad.

credits: google maps

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La presa di Ramadi va inserita nella strategia di lungo periodo del Daesh, di cui fanno parte diverse battaglie in aree utili alla cementificazione dei “confini” e all’assoggettamento delle zone non controllate che si trovano geograficamente in mezzo a quelle già sotto controllo.

Tra queste la conquista nel giugno del 2014 della città di Baji (e della sua raffineria, la più grande dell’Irak), riconquistata a dicembre 2014 dalle forze governative, e vittima di ulteriori controffensive islamiste nell’aprile del 2015. Ma anche il tentativo, fortunatamente fallito, di conquistare la città kurda di Kobane, in Siria, a nord tra Aleppo e Raqqa, o l’assalto a Sinjar, nei territori a ridosso del Kurdistan irakeno, che causò la disperata fuga della popolazione di etnia yazida, salvata dai combattenti dei Peshmerga kurdi. La conquista di Ramadi fa parte di questo contesto strategico, e deve allontanare le invitanti e superficiali conclusioni che vedono nell’Isis un gruppo ben armato, ma senza una vera e propria strategia sui campi di battaglia (se poi questa strategia si dimostrerà vincente o meno è un altro discorso: per ora sembra funzionare, probabilmente più per mancanze degli avversari che per meriti propri).

Il portavoce del Pentagono Steve Warren ha denunciato come nella fuga da Ramadi l’esercito regolare irakeno – come già era accaduto a Mosul – si sia lasciato alle proprie spalle dozzine di mezzi militari e molti equipaggiamenti, ora nelle disponibilità del Daesh.

Ramadi è una città strategica, ed è quindi preventivabile una controffensiva irakena nel breve periodo. Meno prevedibile invece è lo sforzo militare che sarà necessario per raggiungere gli obiettivi. Da questo punto di vista il primo ministro irakeno Haydar al-‘Abadi si è forse accorto che dovrà cercare forze on-the-ground che al momento mancano, e che i membri della coalizione anti-Isis non sembrano voler mettere a disposizione. Abadi si è quindi rivolto alle milizie sciite legate all’Iran, tra cui le Brigate Badr, che hanno già sostenuto il governo irakeno nelle battaglie per riconquistare Tikrit, centro nevralgico del “triangolo sunnita” irakeno, ma a maggioranza curda. Non pochi osservatori però, a ragione, fanno notare come dare l’assalto a città in prevalenza sunnite – come quelle poste a nord-ovest di Baghdad – con un esercito di sole milizie sciite sia pericoloso. D’altra parte, la presenza iraniana sul territorio – a maggioranza sciita – che da Baghdad arriva fino a Bassora è sempre più marcata, e allo stesso tempo, sempre più benvenuta dalla popolazione di quei luoghi. Il tutto con il beneplacido degli Usa, che non hanno la minima intenzione di tornare a combattere da quelle parti, e che hanno un tacito interesse nel veder crescere la potenza iraniana per bilanciare il medioriente nel suo complesso. Le conseguenze non sono prevedibili, ma se tra gli obiettivi del governo irakeno per il post-Daesh c’è la volontà di continuare ad avere un unico Irak, forse la strategia andrebbe cambiata.

Sull’altro fronte aperto, quello che riguarda specificatamente la Siria, ma che lambisce anche i suoi paesi confinanti – Libano e Giordania – le cose se possibile sono ancora più complicate.

In Siria mappare il conflitto diventa molto più difficile, perché i cambiamenti sono più rapidi, mai duraturi, e i player in campo sono molti: dalle varie fazioni di ribelli “moderati”, le forze governative, al-Nusra, il Daesh e, di recente, si è aggiunta la variabile di Hezbollah. Nelle periferie delle principali città siriane si combatte quotidianamente. Homs è stata riconquistata dal regime siriano dopo un lungo assedio alle truppe ribelli moderate. Ad est della città il Daesh sta avendo la meglio sulle forze ribelli, ed anzi ha guadagnato posizioni sia verso Homs, sia verso Palmyra – importante crocevia strategico, e sito archeologico patrimonio dell’Unesco, città inizialmente salvata dall’esercito siriano, ma caduta nelle mani del Daesh pochi giorni dopo. Al momento il Daesh controlla il 50% del territorio siriano, e quasi la totalità del confine tra Siria ed Irak, in particolare il valico di al-Tanaf, sulla strada che da Damasco porta fino a Baghdad. La situazione non tende a stabilizzarsi anche a causa del comportamento talvolta ambivalente di Damasco, che ha ritirato alcune delle proprie forze d’elité – i Tiger Force ed i Suqur al-Sahara, – dai territori intorno alla città di Homs, lasciando campo libero al Daesh.

La forza dell’Isis in Siria è comunque meno monolitica rispetto a quella che mantiene nell’Irak sunnita, a causa dei diversi gruppi di ribelli in competizione tra loro. Nella città di Damasco, prima saldamente nelle mani del regime, c’è stato un avanzamento di varie fazioni di insorti. Nella sua periferia gli scontri vanno avanti ininterrotti. Giovedì 21 maggio un attentato terroristico ha colpito l’ambasciata russa. I gruppi ribelli si scontrano tra loro e il Daesh in alcune aree approfitta della situazione, in altre è vittima di accerchiamenti: in Siria vige il caos generalizzato. Ad Aleppo, la città più grande della Siria, la situazione è simile. Nessuna delle fazioni riesce a consolidare le proprie posizioni, il ché rende la situazione, specie per la popolazione, insostenibile. Nel frattempo Isis e forze governative si combattono anche nell’est del paese, nella regione di Deir al-Zour, dove il Daesh riesce ad avere la meglio – si veda la conquista di Palmyra, non ancora inserita nella mappa sottostante – grazie ad un miglior controllo logistico dei rifornimenti che arrivano dall’Irak.

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Da marzo 2015 le aree sotto controllo islamista in Siria sono aumentate. La fazione di al-Nusra ha conquistato Idlib, mentre altri gruppi islamisti che operano al confine con il Libano e nel nord della Siria sono addirittura arrivati a lambire Latakia, città di origine della famiglia di Assad, e roccaforte etnica della minoranza alawita. Proprio il fattore della “minoranza” pone alcuni problemi ad Assad, che può contare su sempre meno forze lealiste, ormai allo stremo, demoralizzate, cadute in battaglia o fuggite all’estero. Ad Assad mancano gli uomini. Per questo motivo ha chiesto un aiuto diretto a Hassan Nasrallah, capo del partito sciita libanese Hezbollah. E qui entra in gioco il Libano, che di recente si è sentito sempre più minacciato dalle infiltrazioni del Daesh sul proprio territorio. Il Daesh avrebbe dichiarato più volte nei propri messaggi di propaganda che il Libano farà parte del cosìdetto “califfato”.

credits: almasdarnews.com

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In questo contesto, a cavallo dei monti Qalamoun (nella mappa qui sopra un dettaglio dell’area: le bandiere gialle sono di Hezbollah), si sta osservando da inizio anno una convergenza tra al-Nusra e Daesh, almeno negli obiettivi: altrove infatti si combattono ancora a vicenda. Questa alleanza tra le altre cose è costata la vita ad Abu Oussama al-Banyasi, da poco nominato “emiro” dell’Isis nella regione del Qalamoun. al-Banyasi è stato il fautore della temporanea alleanza con i qaedisti di al-Nusra, scelta che non è andata giù ad Abu al-Maqdisi, leader del Daesh autorizzato a emettere fatwa religiose, che l’ha accusato di apostasia e l’ha fatto giustiziare nella periferia di Arsal. Dall’altra parte, a difesa dei confini libanesi, l’esercito regolare del Libano e l’ala militare di Hezbollah combattono fianco a fianco. Hezbollah si trova in una situazione complicata: avendo in Assad uno dei più stretti alleati, e nella Siria il paese da dove arrivano storicamente gli aiuti militari iraniani, il partito armato religioso sciita vede come minacciosa un’eventuale ascesa del potere sunnita in Siria. Tuttavia per Hezbollah mandare uomini a combattere il Daesh pone un dilemma: questo attivismo potrebbe rovinare la reputazione del “Partito di Dio” in medioriente, e distogliere uomini e mezzi dal proprio “vero” nemico, che è Israele. Sono infatti già centinaia i morti tra le sue fila, ed il leader Nasrallah ha iniziato a mobilitare i riservisti, perché l’Isis è “una minaccia esistenziale per il Libano”.

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credits: Economist

E poi c’è la Giordania, che essendo uno dei paesi più attivi nei raid aerei contro il Daesh, si sta attirando le attenzioni degli islamisti anche al proprio interno. Un recente sondaggio riportato dalla rivista Time stima che il 10% dei giordani ha un’immagine positiva dell’Isis. Sono circa 2000 i giordani che si pensa siano partiti a combattere tra le file degli islamisti, e che potrebbero facilmente rientrare nel paese instaurando cellule militari pronte a colpire, come successo a Tunisi negli attentati al Museo del Bardo. I confini tra Giordania e Siria sono ben presidiati, e il grande supporto militare che gli Usa danno alla Giordania è, e rimane, essenziale per la sicurezza del paese.

Già, ma gli Stati Uniti? La grande potenza americana è riluttante a qualsiasi coinvolgimento più diretto nello scenario arabo. Gli obiettivi geopolitici di lungo periodo sono altrove, e il passato insegna che qualsiasi scelta si affronti a quelle latitudini si dimostrerà una scelta sbagliata – compresa la scelta di non scegliere che però rimane la meno impegnativa da affrontare, la meno costosa, e la più coerente con la logica ormai saldamente fatta propria dall’amministrazione Obama di lento ritiro dal medioriente. Si sta comunque dibattendo molto a Washington sulle strategie da attuare e sulla delicata situazione irakeno-siriana. L’ambasciatore americano in Irak sostiene non esserci  stata ancora nessuna richiesta di truppe in supporto all’esercito irakeno da parte del governo di al-Abadi. Obama ha di recente affermato in una intervista al The Atlantic – tutta da leggere – che le ultime vittorie dell’Isis sono dei “tactical setback”, contrattempi tattici all’interno di una guerra che si è già calcolato durerà anni. C’è però chi non è d’accordo. In un’audizione della Senate Armed Services (Commissione difesa) analisti ed esperti si sono trovati piuttosto d’accordo nell’affermare che gli Usa stanno perdendo la guerra contro l’Isis perché nei fatti non è una guerra che gli Usa hanno voglia di combattere, mentre dovrebbero. Come inizio, dice il colonnello Derek Harvey, direttore del Global Initiative on Civil Society and Conflict dell’Università della Florida, servirebbero almeno 15 mila soldati da mandare immediatamente on the ground. Obama da questo orecchio non ci vuole sentire, ma non manca poi molto alla successione per la Casa Bianca, e il candidato più forte in corsa per il 2016 potrebbe non proseguire la strategia attendista e virare verso un interventismo più marcato, con tutti i rischi che ne conseguirebbero.


Altri dati e numeri aggiornati al 17 maggio.

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Lorenzo Carota
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