Istruzione, vittima collaterale del COVID-19

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Man mano che il nuovo coronavirus ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo, i governi di centinaia di paesi sono stati costretti a chiudere le scuole di ogni ordine e grado e cercare metodi alternativi (più o meno efficaci) per provare a garantire a milioni di studenti continuità nel percorso di studi. Tutto ciò rischia di rendere un miraggio il “fornire un’istruzione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti” entro il 2030, come si prefigge l’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile.


Un’istruzione di qualità, equa e inclusiva è la chiave per un mondo più giusto e sostenibile. È ciò in cui crede fermamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha messo nero su bianco questo pensiero nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Dopo anni di lavoro, nel 2015 l’ONU ha identificato 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sustainable developement goals, o SDGs), da raggiungere entro il 2030 per vincere la sfida più grande di sempre: liberare l’umanità dalla tirannide della povertà e della miseria, oltre a rendere il mondo più sicuro e garantire uno sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale.

Leggi anche: Agenda 2030: 17 modi per cambiare il mondo un passo alla volta

Tali obiettivi si focalizzano su tematiche diverse, dalla malnutrizione all’uguaglianza di genere, dall’energia pulita e rinnovabile al cambiamento climatico, passando per il diritto all’istruzione e la sicurezza e l’equità delle istituzioni in tutto il mondo.

La crisi globale causata dalla pandemia di Covid-19 ha però segnato una battuta d’arresto nel percorso verso la sostenibilità, colpendo in particolare gli obiettivi che riguardano la salute (SDG 3), la lotta al cambiamento climatico (SDG 13), lo sviluppo di città e comunità sostenibili (SDG 11) e l’istruzione (SDG 4), oltre a tutti quelli incentrati sulle entrate economiche e sui salari.

Le conseguenze della pandemia sull’istruzione

Tra tutti i settori che hanno accusato il colpo della pandemia spicca tristemente l’istruzione: come riporta l’UNICEF, nell’aprile 2020 l’emergenza sanitaria ha costretto i governi di 188 paesi a chiudere le scuole di ogni ordine e grado, dagli asili alle università, senza distinzioni di età o estrazione sociale degli studenti.

Più del 90% dei ministri dell’istruzione di questi paesi si è prontamente adoperato per assicurare il diritto allo studio ai ragazzi rimasti a casa, introducendo o implementando delle politiche volte a fornire servizi di didattica a distanza (nota in Italia con la sigla DAD) via internet, televisione o radio che, almeno sulla carta, avrebbero potuto raggiungere più di un miliardo di studenti.

percentuale dei paesi che hanno implementato la didattica a distanza per livello di istruzione. Fonti: UNESCO-UNICEF-World Bank Survey on National Education Responses to COVID-19 School Closures (2020) and UNICEF country offices (2020).

Non solo Internet

Quando si parla di didattica a distanza viene spontaneo collegare a questa pratica all’uso di piattaforme e software online, e si tende quindi a pensare che internet sia l’unico strumento in grado di sopperire alla chiusura delle scuole. La realtà, però, è diversa e molto più varia.

Da un rapporto UNICEF, infatti, emerge che le piattaforme online non sono state lo strumento più usato per rimediare a questa crisi, nonostante siano state impiegate dal 73% dei 127 paesi presi in esame.

Ciò è dovuto al fatto che in 71 paesi nel mondo meno della metà della popolazione ha accesso a internet: tra questi spiccano i dati che riguardano gli stati africani, nei quali meno di un quarto degli abitanti ha la possibilità di accedere alla rete.

Gli insegnanti di tutto il mondo sono alla ricerca di strategie capaci di stimolare la curiosità degli studenti. Crediti eclipse_images / Getty Images

Sorprendentemente, è invece la televisione a occupare il primo posto nella classifica dei mezzi di comunicazione più usati per fornire istruzione a distanza, scelta da ben 3 governi su 4 dei 127 paesi analizzati.

Più del 90% dei paesi in Europa e Asia Centrale ha infatti scelto i canali televisivi nazionali come piattaforma per fornire didattica a distanza, così come il 100% dei paesi dell’Asia del Sud e il 77 % dei paesi in America Latina e nei Caraibi.

La radio, invece, è la terza piattaforma più utilizzata per la DAD, dopo televisione e internet: è impiegata dal 60% dei 127 paesi in esame.

Anche gli SMS e i social media si sono rivelati utili a questo scopo, seppure non tanto quanto i mezzi di comunicazione già menzionati: il 74% dei paesi analizzati in Europa e in Asia Centrale ne ha fatto ricorso. Infine, la metà di questi 127 paesi ha fatto affidamento a materiali e risorse su carta stampata, consegnati a domicilio.

La didattica a distanza è per tutti?

A livello sia globale che regionale, circa il 70% degli studenti ha a disposizione dei mezzi che gli permettano di fruire di queste forme alternative di didattica; tuttavia, secondo dati dell’UNICEF, almeno 463 milioni di ragazzi (ovvero il 31% degli studenti di tutto il mondo) non possono essere raggiunti da programmi di apprendimento via remoto, principalmente a causa di una mancanza di dispositivi tecnologici o di politiche mirate a soddisfare le loro esigenze. Inoltre, il 40% dei paesi oggetto dello studio non ha provveduto a fornire didattica a distanza a livello di istruzione pre-primaria.

Aprile 2020. Nairobi, Kibera slum, Nancy Andeka, 45 anni, insegna a casa per i suoi figli e i figli dei suoi vicini. Credit to: BRIAN INGANGA AP

Le politiche portate avanti da molti governi, quindi, non sono bastate per livellare le disparità presenti nei sistemi scolastici di tutto il mondo, dovute principalmente a disuguaglianze pregresse: nei paesi a basso e medio reddito, infatti, l’accesso alle nuove tecnologie è limitato, e anche nei paesi più ricchi non tutte le famiglie, e sicuramente non quelle più povere, possiedono i dispositivi necessari per far studiare i propri figli da casa.

Non è una sorpresa che le disuguaglianze tra paesi cosiddetti sviluppati e quelli in via di sviluppo siano notevoli: almeno il 49% degli studenti che non possono usufruire della didattica a distanza si trova nell’Africa Sub-Sahariana, precisamente nella parte est e sud della zona, contro il 31% della media globale.

Fermi al 9%, l’America Latina e i Caraibi vantano la quota più bassa di “left behind”, ma bisogna tenere a mente che questi sono dati teorici, e non si può quindi affermare con certezza che il 91% dei bambini in queste zone abbia continuato il proprio percorso educativo.

Inoltre, gli studenti potenzialmente raggiunti dalle varie forme di istruzione via remoto sono di più nei paesi più ricchi rispetto a quelli più poveri, una differenza che si ritrova anche nel rapporto tra aree urbane e aree rurali.

Ciò è dovuto soprattutto al divario tecnologico che separa queste due realtà: in 44 su 88 paesi analizzati, i bambini che vivono nelle città hanno più del doppio delle probabilità di avere una TV in casa rispetto ai coetanei delle aree rurali. Le disuguaglianze maggiori vengono registrate, ancora una volta, nell’Africa Sub-Sahariana: in Chad, ad esempio, al di fuori delle aree urbane solo 1 famiglia su 100 possiede un televisore, contro 1 famiglia su 3 nelle città.

Tre fratelli seguono delle lezioni sul canale televisivo EDU TV a Kibera, in Kenya. Crediti: UNICEF/UNI326140/Otieno

Le conseguenze psicologiche della chiusura delle scuole

La didattica a distanza ha permesso a parte degli studenti di tutto il mondo di continuare il proprio percorso educativo, riducendo il rischio di perdere l’anno scolastico o accademico. Tuttavia, diverse ricerche hanno permesso di dare un fondamento scientifico a quelle preoccupazioni e quegli effetti collaterali che gli studenti in primis (ma anche i loro genitori e insegnanti) hanno sperimentato durante i numerosi lockdown.

Un report del Joint Research Centre della Commissione Europea, basandosi sulla letteratura scientifica già esistente, ha rilevato che gli studenti costretti in casa insieme ai genitori a causa del Covid-19 si sentono più stressati e ansiosi. Uno studio del 2013 ha infatti dimostrato che i bambini in isolamento o in quarantena durante una pandemia sono maggiormente propensi a soffrire di disturbo acuto da stress e disturbo dell’adattamento.

Questi ultimi, a loro volta, potrebbero influire negativamente sulle capacità di apprendimento di tali studenti, facendo vivere loro una situazione simile a quelle che si verificano a seguito di catastrofi naturali quali i terremoti o gli uragani.

Uno studio del 2018, condotto sugli studenti universitari de l’Aquila dopo il terremoto che ha distrutto la città, ha dimostrato che, a causa dei sintomi del disturbo da stress post traumatico sviluppati conseguentemente all’evento, le probabilità che gli studenti avevano di laurearsi in corso si sono ridotte, mentre sono aumentate leggermente quelle riguardanti l’abbandono degli studi. Tale scenario potrebbe quindi ripetersi durante la crisi pandemica corrente.

Il rischio che i tassi di abbandono scolastico aumentino a causa della pandemia di coronavirus è quindi concreto. Henrietta Fore, direttrice esecutiva dell’UNICEF, afferma che la chiusura delle scuole costituisce “un’emergenza educativa globale”, e stima che porterà 24 milioni di studenti in tutto il mondo a lasciare la scuola.

“Maggiore è il tempo che i bambini passano a casa, minore è la probabilità che rientrino in classe. È per questo che stiamo esortando i governi a dare la priorità alla riapertura delle scuole, una volta allentate le misure restrittive”

Questa la dichiarazione di Henrietta Fore nel mese di settembre, come riporta la CNBC.

Clicca qui per visualizzare la mappa interattiva dell’UNESCO per il monitoraggio della chiusura delle scuole causata dall’emergenza covid.

L’emergenza sanitaria non sembra destinata a risolversi velocemente, e di conseguenza il raggiungimento dell’SDG 4 dell’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile sembra più lontano. La crisi economica, che si accompagna a quella sanitaria, sta mettendo in ginocchio le economie di diversi paesi nel mondo, ed è giusto che i governi indirizzino energie e risorse per aiutare i settori più colpiti dalla pandemia.

Tra questi figura certamente l’istruzione: se i bambini rappresentano il futuro, che avvenire li aspetta, qualora non dovessimo garantire loro la possibilità di studiare?

Di: Alessia Brambilla

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