Jihadisti del Daghestan: dalla Russia alla Siria

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Secondo due inchieste, di Reuters e Novaya Gazeta, per ridurre la minaccia del terrorismo in patria alcune autorità russe, a livello locale, avrebbero incoraggiato militanti islamici a lasciare il Paese per la Siria. Che le file di Isis siano composte quasi interamente da miliziani stranieri è cosa nota, così come è risaputo che migliaia di loro provengono da Paesi europei. Meno noto invece è che migliaia di loro, secondo fonti vicine al Ministero degli esteri russo, siano di provenienza e nazionalità russa; in particolare le autorità cecene stimano tra i 3.000 e i 4.000 miliziani ceceni che combattono in Siria, mentre le autorità del Daghestan ne stimano tra i 900 e i 3.000.

Da un’accurata inchiesta della Reuters emerge che l’intelligence russa avrebbe adottato negli ultimi anni una strategia piuttosto singolare per combattere la minaccia terroristica nel Paese: permettere e facilitare la partenza, grazie a nuovi passaporti e identità, di militanti islamici diretti in Siria. L’inchiesta si basa sulle testimonianze di sei militanti (Saadu Sharapudinov, Magomed Rabadanov, Temur Djamalutdinov, Uvais Sharapudinov, Akhmed Dengayev e Akhmed Aligadjiev), dei loro familiari e di alcuni funzionari russi, secondo cui diversi estremisti avrebbero lasciato la Russia alla volta della Siria, con l’aiuto diretto o indiretto dei servizi segreti e della polizia russa.

Questa pratica sarebbe iniziata nel 2012 e avrebbe raggiunto il suo zenit nel 2014, in occasione delle Olimpiadi invernali di Sochi, per ridurre al minimo la minaccia terroristica. È un rischio che affligge la Russia da anni: nella regione del Daghestan e nel Caucaso del nord, operano gruppi islamisti che vogliono costituire un “califfato” nella regione, e che seguono il wahaabismo, la corrente più radicale nell’interpretazione della Sharia. Le autorità russe hanno schiacciato questi gruppi, senza però riuscire a decimarli completamente.

Jihadisti del Daghestan
Mappa che evidenzia il Daghestan e il Caucaso del nord, principali aree da cui provengono i militanti islamisti – credits to: Reuters.

A dicembre 2015, circa 2.900 russi hanno lasciato la Russia per combattere in Medio Oriente, secondo quanto dichiarato da Alexander Bortnikov, direttore del Federal Security Service (FSB), il servizio di sicurezza russo. Si tratta di un numero sbalorditivo, se si considera che i membri e gli affiliati dei gruppi islamisti, o anche solo i sospettati, sono schedati e sottoposti a controlli continui (impronte, DNA, convocazioni, controlli ecc.). Stupisce che così tanti estremisti già probabilmente segnalati e controllati siano sfuggiti alle autorità.

La Russia nega che la partenza di jihadisti del Daghestan sia stata in alcun modo coordinata o favorita dalle autorità e sostiene che sia avvenuta volontariamente. Però le Olimpiadi del 2014 hanno reso assoluto il bisogno di evitare “incidenti”, soprattutto perché i gruppi islamisti in Russia minacciavano pubblicamente, con video di propaganda, le Olimpiadi. Un ufficiale delle Forze speciali russe in pensione ha spiegato alla Reuters che le autorità federali fecero molta pressione sui funzionari locali per reprimere gli islamisti in vista dei Giochi di Sochi.

C’è anche un’altra inchiesta, condotta dal Novaya Gazeta, uno dei pochissimi giornali indipendenti in Russia, che ha raggiunto la stessa conclusione, ossia che le autorità russe hanno orchestrato “l’esportazione” di jihadisti in Siria. Anche se le autorità russe sostengono con orgoglio che le vittime degli scontri tra insorti e forze di sicurezza in Russia si è dimezzato negli ultimi anni, non è stato finora fatto un calcolo preciso dei combattenti agevolati dalle autorità russe a lasciare il Paese. Si può supporre però la sicurezza nella regione sia stata in parte garantita dalla partenza di molti di questi elementi che, arrivati a Istanbul in Turchia, sono entrati in Siria e si sono uniti a gruppi jihadisti e all’Isis.

Il russo è la terza lingua dello Stato Islamico dopo l’arabo e l’inglese. La Russia è uno dei suoi più importanti fornitori di combattenti stranieri”, sostiene Ekaterina Sokiryanskaya, analista per l’International Crisis Group. Infatti, la presenza di russi tra i miliziani di Isis è nota da tempo, anche se non si conoscono nel dettaglio i numeri di questo fenomeno. Di fatto questa è una strategia che porta alla Russia un doppio beneficio: non solo allontanare la minaccia terroristica dal Paese a tutela della sicurezza interna, ma di riflesso alimenta la radicalizzazione dell’opposizione siriana in lotta con il suo più importante alleato in Medio Oriente, il regime di Bashar al-Assad, gustificando l’intervento in Siria come “lotta al terrorismo” agli occhi della comunità internazionale (anche se poi i raid russi sono concentrati in zone non sempre controllate da islamisti radicali come Isis).

Tuttavia, sorge spontanea una domanda: questi benefici compensano il rischio di vedere questi terroristi rientrare in Russia e dare nuovo impulso all’insurrezione in patria, dopo essere stati addestrati in Siria o Iraq? Nel giungo 2015 Isis ha proclamato nel Caucaso la creazione di un suo emirato.

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In rosso, l’emirato dell’ISIS proclamato nel Caucaso del nord il 23 giugno 2015 – credits to: ISW.

Secondo Tanya Lokshina, ricercatrice presso Human Rights Watch, il fenomeno è reale ma avviene più a livello locale che nazionale: non fa parte di una politica del governo federale russo, bensì delle autorità e delle polizie locali impegnate nella lotta al terrorismo interno e sottoposte a costanti pressioni da Mosca.

Gli jihadisti del Daghestan non sono comunque gli unici a combattere in Siria: oltre alle truppe regolari, vi sarebbero anche almeno 3.000 russi dispiegati al fianco delle truppe siriane, soprattutto ad Aleppo.

di Samantha Falciatori

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