Di Danilo Giordano
I cittadini del Ruanda scelgono di dare fiducia al Presidente in carica Paul Kagame che, grazie a una modifica della Legge Fondamentale del paese, sottoposta a referendum, potrebbe restare in carica sino al 2034.

Durante il consueto discorso di fine anno, Paul Kagame, attuale presidente del Ruanda, ha annunciato che si candiderà alle prossime elezioni presidenziali che si svolgeranno nel 2017. L’annuncio non avrebbe nulla di strano se non fosse che la Costituzione ruandese prevede il limite dei due mandati consecutivi per chi ambisce alla massima carica del paese. In realtà, sarebbe meglio dire che la costituzione prevedeva questo limite, perché lo scorso 18 dicembre una proposta di modifica della Legge Fondamentale, già approvata dal parlamento, è stato sottoposta a referendum: 6,4 milioni di cittadini ruandesi, sia in patria che all’estero, chiamati ad esprimersi al riguardo, hanno votato massicciamente in favore della modifica, con una percentuale superiore al 98%. Il cambiamento costituzionale permetterebbe a Kagame di svolgere un terzo mandato, e probabilmente, godendo il presidente di ampio sostegno popolare, anche un quarto e un quinto.

Le modifiche apportate conservano il limite dei due mandati, ma ne cambiano la durata da sette a cinque anni, concedendo all’attuale Presidente, di svolgere un mandato transitorio di sette anni: in pratica, se Kagame decidesse di correre in tutte le elezioni successive potrebbe governare ininterrottamente il paese fino al 2034. La proposta è scaturita dalla società civile che avrebbe raccolto spontaneamente oltre tre milioni e mezzo di firme a supporto della ricandidatura di Kagame: tale sostegno è stato opportunamente cavalcato dal suo partito, il Fronte Patriottico Ruandese, mentre l’opposizione ha denunciato di non aver potuto far alcun tipo di campagna informativa e Human Rights Watch ha riscontrato che il governo ha terrorizzato gli oppositori, minacciandone l’arresto.

Questo tipo di gestione del potere è usuale in Africa dove esistono almeno una decina di governanti-dittatori che non hanno alcun tipo di limite temporale al loro mandato oppure fingono di ignorarlo. Paesi come il Benin ed il Congo-Brazzaville stanno pensando di introdurre leggi che possano permettere ai propri governanti di estendere il proprio mandato, cosa che peraltro avviene già in Angola, Algeria, Ciad, Uganda. Giova ricordare che in Guinea Equatoriale c’è uno dei dittatori più longevi della storia, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che governa il suo paese dal 1979. Solitamente, per distinguere questi governanti, viene utilizzata la definizione di dinosauri africani, e alla lunga lista potrebbe essere aggiunto anche il nome di Paul Kagame. Lo stile di governo di Kagame è diverso da quello di tutti gli altri: il presidente ruandese ha trascinato il suo paese fuori dal caos e dall’odio etnico generati dal genocidio del 1994, e nel corso degli anni ha costruito un paese solido, con buone fondamenta economiche e democratiche. Recentemente, mentre infuriava la crisi nel vicino Burundi, Kagame è stato uno dei primi leader africani a condannare le decisioni di Pierre Nkurunziza e le violenze delle milizie Imbonerakure.

La comunità internazionale ha criticato fortemente l’iter politico di Kagame: i limiti al potere delle cariche istituzionali e l’alternanza al potere rappresentano due dei principi cardine della democrazia. Il portavoce del Dipartimento di Stato statunitense John Kirby ha detto che “con questa decisione, il presidente Kagame cancella un’opportunità storica per rinforzare e solidificare le istituzioni democratiche che il popolo ruandese ha stabilito con 20 anni di duro lavoro”. L’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea Federica Mogherini, in una nota del 4 dicembre, pur riconoscendo la legittimità per un paese sovrano di modificare la propria legge fondamentale, aveva espresso le sue perplessità circa una modifica che avvantaggia una sola persona “rendendo fragile il principio dell’alternanza democratica del governo”. Le dure condanne dei principali esponenti della comunità internazionale sono state bollate dal governo come dei tentativi di ingerenza da parte di alcuni governi occidentali che vorrebbero la caduta di Kagame per riprendere i loro commerci. In effetti, fa specie notare la celerità con cui è stato condannato l’agire di Kagame, se paragonata alla completa inerzia della comunità internazionale all’epoca dei tragici fatti del 1994. Ma proprio tali infausti eventi dovrebbero spingere la classe politica locale a sollecitare il perseguimento della democrazia, per non creare un ulteriore mostro da aggiungere alla folta schiera di failed state africani.

Redazione
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