Dopo la costruzione di isole artificiali e la penetrazione economica cinese nei paesi attraversati dalle rotte commerciali della via della seta, l’amministrazione statunitense è preoccupata dalla concessione territoriale di 45.000 ettari ottenuta dalla Cina in Cambogia. Su questi terreni il governo di Pechino sta costruendo un piccolo mondo a se stante, con resort, condomini, strutture ospedaliere, un aeroporto internazionale e un porto commerciale per navi pesanti. Una struttura per sua natura dual use, che fornirebbe al Dragone Rosso una base avanzata in grado di modificare gli equilibri strategici della regione, garantendo un punto di appoggio da cui controllare il vitale stretto di Malacca.

Negli ultimi tempi si erano fatti sempre più insistenti i rapporti secondo i quali Pechino starebbe utilizzando una concessione territoriale ottenuta nella regione cambogiana di Koh Kong per la costruzione di un porto mercantile. Il governo cinese si è infatti recentemente assicurato una porzione di territorio di 45.000 ettari nella provincia di Koh Kong, vicina al confine thailandese, direttamente affacciata sul Golfo di Thailandia, e quindi sul Mar Cinese Meridionale. Ma secondo il Primo Ministro Hun Sen, la Cambogia non permetterà lo stazionamento di forze militari straniere sul proprio territorio, smentendo così le voci secondo le quali la Cina starebbe costruendo una vera e propria base militare nel sudest del paese.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 2008 la compagnia cinese Tianjin Union Development Group (UDG) si è assicurata una concessione di 99 anni sul sito cambogiano. Un’area che comprende circa il 20% dell’intera costa del paese. Un progetto di sviluppo da 3.8 miliardi di dollari, che dovrebbe, tra l’altro, ospitare un centro turistico, Il Dara Sakor Beachside Resort. Ma che in realtà, secondo alcuni report pubblicati, si tratterà di “Un luogo con una propria economia, con centri medici, condomini, resort e hotel, fabbriche, un porto per navi pesanti e un aeroporto internazionale”. Porto che come dicevamo, sarebbe in grado di ospitare cacciatorpediniere e fregate della marina cinese, oltre che altri vascelli più leggeri della Marina Militare di Pechino.

Il resort Dara Sakor Seashore nella provincia di Koh Kong. Credits to: Cambodia Constructor’s Association

La presenza di una simile base, situata a sud del paese, sarebbe potenzialmente in grado di alterare le dinamiche strategiche di tutta la regione, fornendo a Pechino una postazione meridionale attraverso la quale aumentare le capacità di proiezione e controllo sia sul Mare Cinese Meridionale, sia sullo stretto di Malacca. Entrambe aree considerate dal gigante asiatico fondamentali vie di transito per la propria economia.

Una base il cui utilizzo operativo sarebbe sicuramente per il momento limitato. Ma che, se si dovesse procedere allo scavo del Canale di Thailandia – un’opera pensata per la prima volta nel 1677, che permetterebbe l’aggiramento dello stretto di Malacca e che accorcerebbe le rotte marittime verso la Cina di 1200Km – potrebbe invece rivelarsi fondamentale. Un’opera che, giudicata per il momento non prioritaria dal governo Thailandese, è comunque stata inserita dal governo del gigante asiatico tra i progetti della sua “Nuova Via della Seta”.

Source: C4ADS’ ‘Harbored Ambitions’ Report

La presenza cinese, per quanto non dichiaratamente militare, suscita comunque delle preoccupazioni: “Il governo cinese vede i porti commerciali come una specie di cavallo di Troia”, spiega Sophal Eal, professore di diplomazia e affari mondiali presso l’Occidental College di Los Angeles. Secondo il professore, infatti, “Ogni porto in grado di ospitare grosse navi commerciali è in grado, per sua natura, di ospitare navi militari. Un utilizzo duale della struttura resta quindi sempre una possibilità”.

Un’area, quella del Mar Cinese Meridionale, che negli ultimi anni è stata fulcro delle frizioni tra il governo cinese e gli altri paesi rivieraschi, oltre che con Washington. Che dal canto suo risponde a queste rivendicazioni – contrarie al diritto internazionale – con missioni di libera navigazione, e con il sorvolo da parte di bombardieri strategici. È infatti di lunedì 19 novembre la notizia, diffusa dal Pentagono, che due B-52 decollati dalla base di Guam hanno sorvolato le zone contestate del Mare Cinese Meridionale.

Foto: U.S Air Force

Mercoledì 22 novembre la USS Ronald Reagan, scortata dal suo gruppo di attacco, è attraccata nel porto di Hong Kong, e mercoledì 28 due navi della US Navy hanno per la terza volta quest’anno solcato le acque dello stretto di Taiwan. Tutte manovre destinate ad irritare Pechino, che rivendica su queste zone sovranità totale ed indiscussa. Operazioni attraverso le quali Washington vuole riaffermare il principio di libertà dei mari e il diritto di libera navigazione in acque internazionali.

Proprio in questo contesto si inserisce la risposta della Casa Bianca alle insistenti voci di avvio dei lavori cinesi sulla costa cambogiana. Una eventualità che ha portato il Vice Presidente Mike Pence a scrivere una lettera al presidente Hun Sen nella quale si esprime preoccupazione per la decisione presa dal governo. Una scelta, si scrive, che potrebbe far precipitare la Cambogia nella sfera di influenza di Pechino, rischiando così di porre il paese asiatico nella lista dei paesi nemici degli Stati Uniti.

La risposta del premier Sen a queste accuse non si è fatta attendere: “Ho ricevuto una lettera da Mike Pence, attraverso la quale il Vice Presidente statunitense esprime preoccupazione per la possibilità che la Cina costruisca una base militare nel nostro paese”, ha detto il Primo Ministro nel corso di una riunione del governo. “Ma la costituzione cambogiana vieta categoricamente la presenza di truppe o di basi militari straniere su tutto il proprio territorio”. Il presidente cerca poi di fugare ogni dubbio, affermando che siffatto divieto riguarda “Sia le forze navali, di fanteria, o aeree”.

Insomma, secondo l’uomo forte della Cambogia, si tratterebbe “Di informazioni che cercano solo di manipolare la verità”.

Certo è che negli ultimi anni tra Cina e Cambogia i legami si sono fatti sempre più stretti. I cinesi hanno infatti costruito nell’ex protettorato francese numerosi Casinò, hanno investito in progetti di sviluppo economico e costruito numerose dighe. Investimenti e prestiti che hanno portato ad un crescente risentimento tra alcuni settori della popolazione, sempre più preoccupati di finire con l’essere completamente assoggettata alla potente economia cinese e ai suoi interessi politici.

Un modus operandi, quello di Pechino, che non appare del tutto nuovo. Negli ultimi anni, il governo presieduto dal presidente cinese Xi Jinping ha infatti lanciato la Belt and Road Initiative, o, come la conosciamo in Italia, la nuova via della seta.

Un progetto che ambisce alla creazione di corridoi commerciali marittimi e terrestri che siano in grado di funzionare da nastro trasportatore per i prodotti cinesi verso le economie occidentali. Ma che ha portato, per esempio a Djibuti, alla creazione della prima base militare cinese situata in un paese estero.

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Oltre che all’acquisizione di infrastrutture strategiche in altri paesi dell’Africa, arrivando – tramite il Pireo – fino in Europa. E in tutti i casi si è trattato di un processo incrementale, iniziato con l’acquisizione di concessioni territoriali e con la concessione di prestiti per la costruzione di grandi opere, prestiti che però, quando non ripagati, hanno portato alla acquisizione diretta dei terreni e ad un processo di espropriazione e distruzione del tessuto economico preesistente. Modalità di espansione economica che prendono sempre più l’aspetto di una forma di neocolonialismo, con la creazione di comunità completamente separate dal contesto in cui sono inserite, che escludono i locali dai circuiti economici che le costituiscono.

Di Andrea Cerabolini

Andrea Cerabolini
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