Nel 1979 la popolazione cinese era il 25% della popolazione mondiale, ma la Cina possedeva – e possiede – solo il 7% delle terre coltivabili. Fu per questo motivo che i politici del Partito comunista cinese guidato dal riformatore Deng Xiao Ping, spaventati da un’eventuale bomba demografica capace di disgregare lo sviluppo economico, istituirono la regola del figlio unico, e con essa un enorme apparato di pianificazione familiare. Erano 300 mila gli ufficiali con compiti di controllo sulle nascite. La regola del figlio unico fu anche inserita all’interno della Costituzione (artt. 25 e 49) e prevedeva alcune eccezioni – pagamento di multe onerose, minoranze religiose, aree rurali e contadine, ecc. Sono note storie di violenze, aborti indotti e sterilizzazioni forzate, mai ammesse ufficialmente dal governo, che anzi ha spesso vantato il successo della normativa: nei 35 anni di applicazione si è evitata la nascita di 400 milioni di persone. Come conseguenza di questa scelta drastica di politica demografica è emerso negli anni il problema della “gendercide“, l’eliminazione sistematica di nascituri di sesso femminile.

Nel 2013 c’è stato un aggiornamento normativo che tra le altre cose permetteva di avere due figli ai soli genitori che fossero entrambi figli unici. Questa situazione potrebbe ulteriormente allentarsi entro l’anno prossimo, scrive China Business News, citando fonti del governo. Non esiste ancora un calendario, ma la Commissione sanitaria per la pianificazione nazionale avrebbe dichiarato che è in progetto una normativa che permetterebbe fino a due figli per ogni coppia cinese.

I motivi di questo secondo cambio di passo in appena tre anni – dopo 35 anni di controlli serrati – possono essere diversi. Secondo Lu Jiehua, professore di demografia dell’Università di Pechino, la pressione pubblica ha avuto il suo ruolo, anche grazie ad internet, che ha permesso a 650 milioni di cinesi di conoscere alcune situazioni derivate dalla politica del figlio unico che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute. Ma il motivo principale è probabilmente più concreto. La bomba demografica che il governo cinese ha tentato di scongiurare nel ’79 ora potrebbe rivoltarsi contro i propri pianificatori: gli esperti avvertono infatti che 1,3 miliardi di cinesi stanno invecchiando rapidamente, e la forza lavoro disponibile calerà presto. Il paese avrà 440 milioni di over-sessantenni entro il 2050, e senza una svolta demografica le risorse del governo per il welfare saranno messe a dura prova. Basti pensare che l’anno scorso la popolazione in età lavorativa è scesa di 3,71 milioni di unità. Un trend che la Cina deve invertire, e probabilmente invertirà. Ciò che 35 anni fa era visto come un problema per lo sviluppo oggi deve tornare ad essere una risorsa della potenza: la demografia.

Lorenzo Carota
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