Risale al 3 maggio ad Addis Adeba, in Etiopia, l’ultimo incontro durato due giorni, tra il presidente dell’Eritrea, Isaias Afwerki, ed il premier etiope, Abiy Ahmed. Lo scopo della lunga riunione bilaterale è stato quello del rafforzamento delle relazioni tra i due paesi ed il proseguo dell’attuazione dell’accordo di pace siglato nel 2018. Qui vi raccontiamo perché, storicamente, questa pace faccia fatica a decollare.

Il tentativo di riappacificazione tra Etiopia ed Eritrea, suggellato dall’accordo di pace del luglio del 2018, ha aperto un nuovo capitolo nella storia del Corno d’Africa.

Il conflitto armato con l’Eritrea, uno dei rari casi di scontro tra Stati in un continente dilaniato da guerre civili e tribali, e l’invasione della Somalia del dicembre 2006 lasciano pochi dubbi sul fatto che l’Etiopia non sia solo la massima potenza del Corno d’Africa, ma anche una delle più “attive” dell’intero continente.

In questo articolo ci si propone di rendere comprensibili quali siano state le origini di un conflitto durato quasi ininterrottamente per sessantanni, fino alla svolta segnata nel 2018 dalla formale accettazione dello status quo sancito dagli accordi di Algeri del 12 dicembre 2000 che avevano posto termine alla guerra iniziata nel 1998.

Una svolta resa possibile dall’avvento al governo etiopico, nell’aprile dello stesso anno, di Abiy Alì Ahmad, che ha interrotto la permanenza al potere della leadership tigrina che durava dal 1991, anno della caduta del regime comunista di Hailè Mariam Menghistu. Un aspetto che in queste righe verrà chiarito sarà proprio il fattore rappresentato dall’élite facente capo al Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, paradigmatico di come in Africa l’elemento etnico costituisca a tutt’oggi una mina nella vita pubblica delle nazioni africane e nei rapporti tra gli Stati. 

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Per comprendere meglio l’oggetto della nostra discussione, conviene fare ricorso ad uno studio che il geografo Gabriele Ciampi (ricercatore presso l’Università di Firenze e Consigliere scientifico di Limes) ha compiuto su questi confini.

Partiamo da lontano. L’obiettivo originario che l’amministrazione coloniale italiana di inizio Novecento si proponeva di raggiungere con il trattato del 15 maggio 1902 era di includere il territorio dei Cunama (popolazione africana di antica origine paleosudanese), situato nella regione del Tigray (Tigrè in italiano), nella Colonia Eritrea.

Il problema alla radice del diverbio geografico, se così può essere definito, è che i negoziatori italiani nel disegnare la cartografia che doveva essere la base negoziale ai colloqui per il trattato, avevano delineato male quelle che dovevano essere le linee confinarie, lasciando circa la metà del territorio ambito fuori dall’accordo raggiunto, che restò in territorio etiopico.

L’errore commesso consisteva in una banale confusione ortografica tra il fiume Meeteb, inteso inizialmente come confine, e il fiume Mai Teb, stabilito ufficialmente come confine dal trattato e distante 80 Km. ad ovest. Ma poiché gli italiani, come ogni potenza coloniale, non erano disposti ad avere meno di quanto desiderato, nel 1904, facendosi forza di molte loro carte geografiche, tutte prive dell’ufficialità degli accordi del 15 maggio 1902, si erano unilateralmente appropriati di 3.000 km2 di territorio etiope.

Il territorio conquistato, vale a dire quella metà della regione dei Cunama lasciata fuori dal trattato del 1902, è quello in cui si trovano le piccole località di Badmè e Zalà Ambassa (anche conosciuta come Zalambessa).  Successivamente, durante l’occupazione fascista dell’Etiopia, le frontiere con l’Eritrea avevano cessato di esistere, e alla primogenita colonia italiana erano state unite le regioni etiopiche del Tigray e dell’Afar.

L'allora presidente eritreo Isayas Afeworki e il primo ministro etiope Abiy Ahmed durante l'apertura del confine nei pressi di Zalambessa nel settembre 2018. Il confine fu chiuso nuovamente a dicembre - credits: VOA Amharic
L’allora presidente eritreo Isayas Afeworki e il primo ministro etiope Abiy Ahmed durante l’apertura del confine nei pressi di Zalambessa nel settembre 2018. Il confine fu chiuso nuovamente a dicembre – credits: VOA Amharic

Con l’amministrazione britannica, i precedenti confini erano stati ristabiliti, per poi essere nuovamente sospesi dall’annessione decisa dall’Imperatore Hailè Selassiè nel 1962. La fine della dittatura di Hailè Mariam Menghistu aveva riproposto quei problemi derivati dalla divisione territoriale per mano italiana che per molti decenni erano rimasti sopiti. Basti pensare che nella zona intorno ad Assab, alcuni gruppi di etnia Afar (un popolo nomade del corno d’Africa) rivendicavano il diritto a unirsi agli altri Afar etiopi e di Gibuti, al quale il governo eritreo oppose un secco rifiuto. 

Non è il caso di dilungarsi più di tanto sul fattore etnico. Ciò che qui va detto è che da più parti in Etiopia, fin dai mesi successivi alla caduta del regime comunista, veniva espressa la contrarietà all’indipendenza dell’Eritrea con motivazioni che non erano soltanto di natura ideologicamente nazionalistica, bensì ponevano l’accento sul fatto che l’Eritrea, in quanto invenzione del colonialismo italiano, non poteva essere considerata come una nazione.

L’ala oltranzista del TPLF (Fronte di liberazione del Tigrè), nella sua ostilità nei confronti dell’Eritrea, arrivò al punto di accusare Meles Zenawi – presidente dell’Etiopia dal 1991 al 1995 e primo ministro dal 1995 al 2012, anno della sua morte – di essere volutamente troppo morbido con il nemico, indicando come probabile causa il suo “sangue corrotto” (Zenawi aveva ascendenze eritree).

Il 12 dicembre 2000, ad Algeri fu siglato l’accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea, che pose termine al conflitto iniziato il 6 maggio del 1998. Con il verdetto emesso dalla Commissione Internazionale dell’Aja il 13 aprile del 2002, si è  stabilito che, in base al diritto internazionale ed ai trattati del periodo coloniale: nel settore occidentale dell’area di guerra, Badme spettava all’Eritrea; nel settore centrale; Zalà Ambassa e le regioni di Badda e Irob appartenevano all’Etiopia e Tsoranà all’Eritrea; nel settore orientale, i confini andavano spostati a favore dell’Etiopia, in applicazione di un trattato del 1908, che stabiliva il confine a 60 km dalla costa, così come il posto di dogana di Burè, vicino ad Assab, andava posto sotto sovranità etiopica.

Mappa dei territori contesi al confine tra l’Eritrea e l’Etiopia dove si è svolta la stragrande maggioranza dei combattimenti tra il 1998 e il 2000 – credits: Wikimedia

Ma il primo vero punto di svolta si è verificato il 2 aprile 2018, quando Abiy Ahmad è diventato il nuovo primo ministro dell’Etiopia, interrompendo il dominio initerrotto dal 1991 del TPLF.

Durante il suo discorso di accettazione, Abiy Ahmad ha promesso riforme politiche; promosso l’unità dell’Etiopia e l’unità tra i popoli dell’Etiopia e spronato il governo eritreo per risolvere l’attuale conflitto di frontiera tra l’Eritrea e l’Etiopia.

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Nel giugno 2018, è stato annunciato che il governo aveva accettato di consegnare la contesa città di confine di Badme all’Eritrea, rispettando in tal modo i termini dell’accordo di Algeri del 2000 per porre fine allo stato di tensione tra Eritrea ed Etiopia che era persistito nonostante la fine delle ostilità durante la guerra etiope-eritrea. Fino a quel momento l’Etiopia aveva respinto la sentenza della commissione internazionale di confine che assegnava Badme all’Eritrea, provocando un conflitto congelato tra i due stati.

Ad Asmara, l’8 luglio 2018, Abiy Ahmad è diventato il primo leader etiope a incontrare una controparte eritrea in oltre due decenni. Il giorno successivo, i due firmarono una “Dichiarazione comune di pace e amicizia” che dichiarava la fine delle tensioni e conveniva, tra le altre cose, di ristabilire relazioni diplomatiche; riaprire i collegamenti diretti di telecomunicazione, stradali ed aerei, oltre a facilitare l’uso etiope dei porti di Massawa e Assab.

In conclusione, la prudenza ci impone di guardare a questa svolta delle relazioni tra Etiopia ed Eritrea con cauto ottimismo, tenendo presente come i Tigrini non sembrano accettare questa pacificazione volontariamente. Tuttavia, l’accoglienza entusiasta riservata al ripristino delle relazioni da parte di entrambi i popoli suggerisce che è iniziato un nuovo capitolo nella storia del Corno d’Africa.

È nell’interesse di tutte le parti interessate continuare sulla strada tracciata da Abyi Ahmad e mettere da parte rancori, sciovinismi assurdi e meschini interessi di fazione che per troppo tempo si sono opposti a due popoli che per cultura, tradizioni e legami di sangue sono in tutti i sensi fratelli.

di David Cardillo
Redazione
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